Spingersi al di là delle mura

Spingersi al di là delle mura

 Mario Fappani*

*Mario Fappani dal 10 gennaio 2006, con delibera del Consiglio del Comune di Brescia, è stato nominato “Garante dei diritti delle persone private della libertà personale”. É scaduto dall’incarico il 10 di gennaio 2011.

Le condizioni di vita nelle carceri non sono degne di un Paese civile.
Il sovraffollamento ( 44mila posti ordinari-oltre 68 mila presenze) rende difficile esigere il rispetto dei diritti umani e favorire le opportunità di reinserimento.
In questo contesto gli stessi operatori penitenziari fanno molta fatica ad assicurare una corretta e “legale” gestione degli istituti di pena.
La composizione della popolazione detenuta è tale da far ritenere la questione penitenziaria prevalentemente una “questione sociale”.
É eccezionalmente elevato il numero delle persone che sono in carcere per motivi legati alla propria nazionalità, alla propria condizione economica, alla propria condizione di salute psichica, al proprio stato di dipendenza da sostanze stupefacenti e per queste persone è ancora più difficile vedere tutelati i propri diritti fondamentali.
L’Italia, nonostante esista un obbligo in tal senso dalle Nazioni Unite, contrariamente a quanto fatto da 22 delle 27 Nazioni della UE, non ha mai istituito un organismo di controllo dei luoghi di detenzione. Cioè non ha mai nominato un Garante autorevole, indipendente rispetto all’Amministrazione della Giustizia, esperto e motivato.
In attesa che il Parlamento italiano onori l’impegno sottoscritto, alcuni Enti Locali (Comuni e Province) e un buon numero di Regioni hanno provveduto ad istituire l’Ufficio del Garante delle persone private della libertà personale.
Brescia, dopo Roma e Firenze nel 2003, e Bologna, Torino, Provincia di Milano più tardi, ha provveduto nel 2005 con delibera del Consiglio Comunale in data 6-6-2005 a istituirne la funzione.
A decorrere dal gennaio dell’anno seguente è avvenuta la mia nomina da parte della stessa Assemblea Comunale e ho iniziato, dopo l’individuazione di una modesta sede, verso la metà di marzo.
Cinque anni sono dunque il lasso di tempo di questa prima esperienza cittadina di un difensore dei diritti delle persone ristrette e le difficoltà incontrate, i problemi e le questioni affrontate, sono di tale spessore e rilevanza da rendere impossibile una sintesi complessiva. Per questo non posso non rinviare alle relazioni annuali puntualmente discusse all’interno dell’Assemblea Comunale.
Certo è che se, obiettivo dell’attività del Garante era, come scrivevo nella prima relazione (2006), quello “della promozione dell’esercizio dei diritti e delle opportunità di partecipazione alla vita civile e di fruizione dei servizi previsti per tutti i cittadini anche da parte delle persone private della libertà personale” molta strada era necessario fare partendo da una condizione di vita negli istituti penali bresciani, in particolare nella Casa Circondariale di Canton Mombello, che non rispondeva, per ragioni strutturali dell’edificio e per un numero spropositato di detenuti, al dettato dell’art.27 della Costituzione, ove si afferma che “ …le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato…”.
In questo carcere, dopo un periodo di relativa tranquillità, cioè di presenze più contenute nei mesi dopo l’indulto del 31 luglio 2006, il numero scandaloso di ristretti (sempre più di 520 e fino a 560! rispetto ai previsti 206 posti ordinari), ha reso e rende impossibile il dispiegarsi di una condizione di vita dignitosa. Si pensi che in una cella di meno di 10 mq. vivono barricati, per lo più sdraiati in brande accostate alle pareti, sempre almeno 5 persone, che sono costrette a turni per stare in posizione eretta. Più accettabile la condizione delle donne (circa 50/60) e degli uomini ( circa 70/80) nella Casa di Reclusione di Verziano ove le celle vengono aperte per tutto il giorno e quindi le persone ristrette possono circolare all’interno della sezione, oltre ad avere a disposizione un grande spazio verde per attività sportive e ricreative.
Ancora più critica appare la situazione a Canton Mombello se si guarda alla composizione delle persone detenute in ordine alla nazionalità (oltre 70% di stranieri appartenenti fino a 40 diverse etnie), alla dipendenza di sostanze stupefacenti (circa il 30%) e alla condizione giuridica solo un centinaio a condanna definitiva. Tutti gli altri da considerarsi “presunti innocenti” in quanto ristretti in misura cautelare e in attesa di un primo giudizio o appellanti o ricorrenti.
Da anni in Italia si discute sulla necessità di una riforma della Giustizia e le carceri italiane sono l’emblema drammatico del suo stato fallimentare e lo stesso Ministro della Giustizia Alfano affermando due anni fa che “le carceri italiane sono fuori dalla Costituzione”, attestava autorevolmente la condizione di sostanziale illegalità da parte dello Stato nella gestione del sistema penitenziario. Nello stesso periodo il Procuratore della Repubblica di Milano parlava di Stato di tortura negli istituti penali milanesi sempre riferendosi alle condizioni disumane e degradanti in cui erano costretti a vivere.
L’esercizio delle responsabilità connesse alle funzioni del Garante locale, in un contesto così critico e fortemente condizionante rispetto alla tutela dei diritti, ha richiesto anche a me, come ai colleghi di altre città, un approccio conoscitivo graduale della realtà penitenziaria. Dovendo scontare, presso le direzioni degli istituti e il personale operante all’interno degli stessi, una accoglienza caratterizzata da una comprensibile “cortese diffidenza”.
L’aver ottenuto poi, come Garanti locali e regionali e con norma approvata dal Parlamento, il diritto ad entrare nelle carceri e negli altri luoghi di privazione della libertà senza essere sottoposti, come all’inizio del mio mandato, alla pratica dei permessi alla stregua di quelli concessi ai volontari, ha consentito la possibilità di contatto e di controllo della vita interna e di sollecitazione, con maggiore cognizione di causa, all’apertura al territorio e alla comunità esterna.
Ogni Garante infatti nella sua attività deve mirare al proficuo funzionamento di un rapporto triangolare fra carcere, ente locale e comunità.
Perché questo si verifichi occorre abbattere alcune barriere: quelle del pregiudizio di una pubblica opinione ossessionata dal timore per l’incolumità propria o dei propri beni e purtroppo convinta che la propria sicurezza è tanto più garantita quanto più sono numerose le persone detenute; e quella della pubblica amministrazione locale che, non essendo titolare di compiti istituzionali nella gestione delle carceri, tende a sottovalutare la necessità di un rapporto proficuo e continuo con gli istituti allocati sul proprio territorio.
Ecco perché, per tutto il quinquennio della mia attività, ho cercato di utilizzare ogni spazio concessomi dai media per parlare delle carceri, delle condizioni di vita dei ristretti, sottolineando sempre il grande importante servizio alla comunità svolto dalle due preziose organizzazioni di volontariato penitenziario bresciano, Vol.Ca. (Volontariato Carcere della Caritas) e ACT (Associazione Carcere e Territorio).
E, come è apparso alla lettura non distratta della rubrica mensile (la prima domenica di ogni mese) sul Giornale di Brescia, lo sforzo è stato anche quello di far parlare le persone ristrette per testimoniare una verità lapalissiana, ma non sufficientemente compresa, che non esistono in carcere reati più o meno odiosi e gravi ma persone in carne e ossa che ne sono gli autori, ognuno con il proprio bagaglio di vita, e spesso con storie di fallimenti educativi in famiglie problematiche alle spalle, con le proprie speranze tradite, i propri errori e i pesanti condizionamenti sui tentativi di riscatto per il dopo detenzione da parte di chi perdona a se stesso ogni errore compiuto ma a nessuno concede la minima possibilità di riabilitazione.
Riabilitazione che avrà maggior possibilità di riuscita se la detenzione sarà stata caratterizzata dal rispetto dei diritti fondamentali della persona costituzionalmente garantiti come a tutti i cittadini anche per chi è ristretto e quindi privato “solo” della libertà personale.
La battaglia quotidiana di chi gestisce gli Istituti di pena , di chi vi lavora in condizioni parimenti difficili per il sovraffollamento e di chi si fa carico, come il personale UEPE (Ufficio Esecuazione Penale Esterna) di accompagnare il detenuto nel periodo di privazione della libertà esterna al carcere perché fruitore di misure alternative, è costellata da non poche criticità. Nella più generale crisi economica e occupazionale infatti, la mancanza di lavoro per i detenuti in fase di misura alternativa è ancor più grave. I pregiudizi esistenti verso chi sconta una pena sono un ostacolo spesso insuperabile all’accoglienza della persona in aziende profit e in pratica solo le Cooperative Sociali di inserimento lavorativo si fanno carico di questa fondamentale azione rieducativi. Ancor più disarmante è la questione occupazionale all’interno delle due carceri bresciane se si pensa che ad un lavoro può accedere solo meno del 10% dei ristretti ai quali per altro viene riconosciuto un salario irrisorio. Ciò porta il tasso di disoccupazione dei detenuti nelle carceri italiane ad una percentuale che supera il 90% rispetto ad un dato nazionale che sfiora il sia pur drammatico 9%.
In un panorama così preoccupante da inquadrare quindi come una vera e propria “emergenza umanitaria”, numerosissime sono e permangono, anzi tendono ad aggravarsi nel tempo, le criticità di chi vive l’esperienza del carcere. Mi riferisco a quella parte di popolazione detenuta che spazia dagli stranieri privi di sostegni affettivi e impossibilitati comunque ad accedere alle misure alternative, ai detenuti psichicamente border-line (il consumo di “gocce” in carcere è in dimensioni inimmaginabili), ai senza fissa dimora tolti alle tentazioni dei reati di strada e ristretti per tranquillizzare una pubblica opinione inquieta di fronte allo spettacolo della miseria.
Una nota comunque positiva posso spendere in questo panorama inquietante parlando dell’evoluzione avvenuta nella gestione dei delicatissimi problemi sanitari. In questo quinquennio infatti vi è stato il trasferimento delle funzioni sanitarie dal Ministero della Giustizia al Servizio Sanitario delle varie Regioni e, accanto alla ASL che gestisce da anni il servizio SERT per tossicodipendenti, la responsabilità della tutela della salute nelle due carceri è affidata, finalmente come per tutti i cittadini, all’Azienda Spedali Civili della città.
Al termine dunque del mio mandato posso concludere che forse il mio compito più importante è stato quello di oppormi ai pericolosi pregiudizi che sopravvivono all’interno della così detta “pubblica opinione “ e talvolta anche all’interno delle istituzioni pubbliche.
Di questi compiti quello più importante è la comunicazione sull’identità del carcere. Si trattava, come affermava in un suo articolo di presentazione ala mostra Triennale di Milano “Oltre le sbarre”, Candido Cannavò di svolgere una sorta i missione morale, e cioè. “far capire alla gente che il carcere non è una pattumiera e che dietro le sbarre vivono persone con dignità, intelligenza, fantasia, speranza. Donne e uomini sul crinale di uno strapiombo: una piccola spinta basta a perderli ma, se allunghi loro una mano, possono ancora essere recuperati nella società. Di questa realtà molta gente è del tutto ignara. Il rapporto tra il pubblico e il carcere è dominato dalla riluttanza o, nel migliore dei casi, dall’indifferenza. Il carcere è un pensiero sgradevole, una bruttura da rimuovere dalla mente, un posto che ti induce a girare lo sguardo dall’altra parte, se ci passi davanti. Quanto di più bieco, sbagliato e controproducente”.
Come ho scritto nella parte conclusiva della mia prima relazione al Consiglio Comunale, “negli incontri con singole persone e realtà associative varie ho avuto la possibilità di parlare di carcere e le mie sensazioni sono sempre state le stesse: un muro all’inizio, la graduale presa di coscienza e poi il senso, talvolta commosso di una sorta di rivelazione: scoprire i dolori, i sentimenti e i diritti in un luogo infido e proibito che non ci è giunto da una maledizione celeste, ma fa parte della nostra società come una delle tante patologie con le quali siamo chiamati a convivere, tentando il riscatto anche delle coscienze più torbide e delle anime più disperate”.
Se il mio ufficio, tra le tante difficoltà incontrate e le iniziative assunte ha potuto svolgere almeno questo ruolo fondamentale e cioè un continuo pressante invito ad aprire gli occhi e a spingersi al di là delle mura su qualcosa che non possiamo né ignorare né dimenticare, la mia coscienza, anche nell’attività di volontario che intendo svolgere dopo quella del Garante in questi anni, potrà almeno un poco acquietarsi nella convinzione di aver svolto e dover svolgere un compito fondamentale, che è la difesa della dignità di ogni persona.

Città e Dintorni, n. 103, aprile 2011.
 

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