Il giusto castigo o il castigo giusto?

Sanzione e riparazione nel carcere attuale
IL GIUSTO CASTIGO O IL CASTIGO GIUSTO?
di Carlo Alberto Romano*

 *Docente di Criminologia penitenziaria presso l’Università degli Studi di Brescia e
Presidente dell’Associazione Carcere e Territorio Onlus di Brescia

Della situazione carceraria bresciana se ne è occupato anche una autorevole istituzione Europea, il Comitato per la Prevenzione della Tortura e dei trattamenti disumani e degradanti, emanazione del Consiglio d’Europa, allorquando, il 20 aprile 2010 ha pubblicato un rapporto sulle visite compiute in alcuni istituti penitenziari italiani. In questa tornata di ispezione, compiuta, come è tradizione, nel più assoluto riserbo, da 14 al 26 febbraio 2008, venne individuata la C.C. di Canton Mombello, prescelta con poche altre nel pur nutrito panorama carcerario italiano costituito da oltre 200 istituti di pena .
Il Rapporto si concretizzava, tra l’altro, su due aspetti delicati della vita nel carcere cittadino: il numero elevato di denunce di violenze subite nel momento del fermo da parte dei rappresentanti delle forze dell’ordine e numerosi episodi di scontri tra detenuti all’interno del carcere.
Se il primo punto costituisce un comportamento illecito, oltre che particolarmente incivile, ed è quindi di competenza, in termini di accertamento e di sanzione, della Magistratura, il verificarsi di episodi di violenza nei detenuti, sia auto sia etero diretta, pare invece razionalmente collegabile all’insopportabile livello di sovraffollamento registrato in via continuativa ed aumentativa dal carcere stesso. Dato ancora più critico se si considera che tra gli ormai oltre 500 ristretti presenti costantemente, gli immigrati, appartenenti a circa 40 etnie, sfiorano la percentuale del 75%: cifra elevatissima anche in confronto a quella nazionale (inferiore al 40%). Un crogiolo di diverse lingue, culture, valori e costumi che deve convivere per almeno 20 ore al giorno in celle previste per due persone ma occupate da 5-6 detenuti o anche più, con a disposizione spazi talmente ristretti da costringere i ristretti stessi a fare dei turni per sgranchirsi le gambe, fuori dalle brande sulle quali sono obbligati a trascorrere quasi tutto il tempo della detenzione. Una situazione che ci pare vada ben oltre il limite di normale tollerabilità.
Vediamo qualche dato a titolo esemplificativo relativo alla Casa Circondariale di Canton Mombello al 31 luglio 2010 : Capienza regolamentare 204; Capienza tollerabile 298; Presenze reali 520; Agenti di Polizia previsti 364; Agenti di Polizia realmente in servizio 258; Educatori previsti 6; Educatori in servizio 3 ; Detenuti con sentenza definitiva 100 su 520; Detenuti in attesa di 1° grado di Giudizio 190 su 520; Detenuti tossicodipendenti 160
Mentre alla Casa di Reclusione di Brescia – Verziano sempre al 31 luglio 2010 : Capienza regolamentare 71; Capienza tollerabile 120, Presenze reali 120; Agenti di Polizia previsti 100; Agenti di Polizia realmente in servizio 70; Educatori previsti 3; Educatori in servizio 2; Detenuti con sentenza definitiva 100 su 120; Detenuti tossicodipendenti 30.
La situazione delle presenze pare quindi mantenere un livello di vivibilità migliore rispetto all’Istituto cittadino, e comunque non tale da presentare particolari aspetti di preoccupazione.
L’istituto è composto da un reparto maschile di reclusione e un reparto femminile che svolge anche funzioni detentive in fase cautelare per il circondario provinciale e di altri, territorialmente limitrofi, Tribunali.
La Casa di Reclusione di Verziano solo recentemente ha acquisito autonomia dirigenziale; fino al 2009 era infatti una sezione della C.C. di Brescia. Una caratteristica peculiare della CR di Verziano risiede nel fatto di essere stata la prima struttura penitenziaria a dotarsi di Convenzione con l’Università degli Studi di Brescia , presente nella Casa di Reclusione da tempo con le proprie Facoltà di Giurisprudenza ed Economia ed essere quindi stato il primo Ateneo ad aver stipulato un accordo convenzionale con l’Amministrazione penitenziaria in Lombardia.
A proposito di Brescia e di Lombardia, vi è da dire che ….se Messenia piange, Sparta non ride .
Al 31 gennaio 2011 , nei 19 istituti lombardi, a fronte di una capienza regolamentare di 5652 posti, sono presenti 9463 detenuti, di cui 4138 sono stranieri, 632 sono donne, 85 sono semiliberi e 7 sono i semiliberi stranieri.
La situazione dei detenuti delle carceri lombarde vede i 9463 detenuti divisi fra 4903 definitivi, 275 internati (in Lombardia è infatti presente l’OPG di Castiglione delle Stiviere, uno dei 6 OPG diffusi sul territorio nazionale) , 5 N.R. e 4280 non definitivi.
La già notevole forza di impatto del dato distributivo fra soggetti detenuti in espiazione di una pena e soggetti detenuti in forza di un provvedimento di custodia cautelare (cioè privati della libertà in fase ante judicatum, condizione ricordiamo normativamente in deroga, solo per specifici e codificati motivi, al regime ordinario costituzionalmente previsto della privazione della libertà in forza di una sentenza che abbia accertato a titolo definitivo la penale responsabilità della persona) diviene ancor più suggestiva laddove l’osservazione riguardi gli stranieri in Lombardia; infatti dei 4138 detenuti non italiani, i definitivi sono 1731, gli internati 25 (3 N.R.) e ben 2429 i soggetti in custodia cautelare. L’eccezione procedurale si è fatta dunque regola, stabilendo un rapporto inverso (ma viene da pensare anche perverso) in ragione di un campione una volta e mezzo più consistente per la deroga rispetto alla norma.
Un’altra prospettiva che rende conto della esplosiva situazione carceraria attuale anche a chi non possegga una solida competenza valutativa sul mondo dell’esecuzione penale riguarda gli ingressi in carcere; nel corso del 2010 in Lombardia sono entrate in carcere 13.167 persone. In tale consistente gruppo il valore numerico degli stranieri è di ben 7980 unità, vale a dire oltre il 60 % !
A mero scopo descrittivo, e non certo con finalità comparative, pare utile ricordare come fra i 68.527 detenuti presenti nelle strutture penitenziarie italiane al 31.12.2010, i nati in Lombardia ammontassero a 5236 ed i residenti in Lombardia fossero 8094.
Sul punto, occorre segnalare come a fronte dell’evidente problema detentivo riguardante gli stranieri, l’analisi del dato indigeno lascia emergere qualche profilo di interesse. Infatti come osserva Antigone i detenuti del Nord costituiscono oggi il 25 % del totale dei detenuti italiani, ponendo di fatto in pericolo la secolare leadership numerica posseduti dai detenuti del Sud del nostro Paese. Infatti mentre nel 2010 i detenuti delle 4 regioni tradizionalmente a rischio di vocazione alla criminalità organizzata (cioè Sicilia, Campania, Calabria e Puglia) assommano a 17.439 (vale a dire il 25% di tutti i detenuti in Italia), solo nel 2001 erano 25.668 ( il 50 % dello stesso valore, e cioè il doppio di oggi) !
Tornando al dato sui detenuti ristretti in Lombardia, emerge anche come i 9471 presenti al 31.12.2010 si distribuiscano, quanto a scolarità, secondo valori non certo rassicuranti: 134 laureati, 660 in possesso di diploma di scuola secondaria superiore, 69 con diploma di scuola professionale, 3642 con diploma di scuola secondaria di 1° grado, 1195 con licenza di scuola primaria, 304 privi di alcun titolo e ben 140 soggetti analfabeti al momento del rilevamento. Per 3327 non è stato possibile attribuire una collocazione di livello.
Il campione dei detenuti ristretti in Lombardia, quanto alle competenze lavorative non può che discenderne di conseguenza. Solo 2467 detenuti lavorano in Lombardia, dei quali 1869 alle dipendenze dell’Amministrazione penitenziaria e 598 per altri datori di lavoro. I 1869 adibiti a mansioni lavorative dall’Amministrazione penitenziaria si distribuiscono in 14 addetti a lavorazioni, 1741 addetti a servizi interni, 77 alla MOF (manutenzione ordinaria fabbricati) e 37 adibiti a lavori all’esterno per i quali debbono essere in possesso di specifica autorizzazione ai sensi dell’Art. 21 O.P.
Insomma il quadro che va delineandosi difficilmente può essere tratteggiato se non utilizzando le tradizionali “tinte fosche”.D’altra parte come ben sa chi mai si sia avventurato a sollevare i tappeti della casa patrizia, ci sono cose che non s’hanno da vedere, e sull’idea che la ricorrente tendenza alla punitività abbia come obiettivo non più né la prevenzione né il trattamento bensì l’isolamento e l’accantonamento oculare, pochi dubbi. Il parallelismo con il tappeto ci pare sia ulteriormente rinvenibile da una forzata gestione del penitenziario, nell’ottica che così efficacemente Wacquant ebbe modo di definire di “stoccaggio dei rifiuti sociali” .
Non intendiamo in questa sede aggiungere alcuna argomentazione alle ampiamente già dibattute ragioni che hanno condotto a questa situazione, anche perché poco in vero crediamo vi sia da aggiungere; non possiamo però rinunciare a sottolineare due punti fermi della trattazione esplicativa sul “boom” della punitività carceraria: negli ultimi due decenni ad una sostanziale stabilità degli indici di criminalità ha sempre corrisposto un notevole variazione della punitività, come già si scriveva dieci anni fa, e i tassi di incarcerazione non si spiegano quindi con i tassi di criminalità ma dipendono da variabili sociali e politiche.
Ora, pare di tutta evidenza che, ma sappiamo bene come il nostro ovvio in questo ragionare non corrisponda affatto all’altrui, ed anzi assai sovente si ponga nella condizione della (sconfortante ma testarda) vox clamantis in deserto, se il carcere è con sempre maggior frequenza relegato a compiti di discarica, e che la discarica più è fuor dalla vista, meglio è, il nostro dettato Costituzionale, e nello specifico, il terzo comma dell’Art. 27, non possa essere adeguatamente celebrato.
Come può questo carcere assolvere il compito costituzionalmente affidatogli? Come può offrire un contributo attivo alle politiche di sicurezza del nostro Paese, evitando, nella fallimentare gestione delle sue finalità deterrente e riabiliativa, di continuare invece ad avere successo come produttore di delinquenza, accentuando l’esclusione anche fisica di chi è assoggettato a rituali di rifiuto simbolico.
Crediamo che la risposta conduca in un’unica direzione e che da tempo qualcuno avesse intuito quale debba essere. Scriveva infatti già nel 1984 , grazie al pensiero illuminato e progressista di cui era dotato, il nostro concittadino Giancarlo Zappa “…è del tutto illusorio pensare ad una risocializzazione attuata senza o contro l’intervento diretto e concreto dei consociati, o almeno della grande maggioranza di essi e degli enti locali…” anticipando quella valutazione che noi oggi riteniamo imprescindibile relativa al ruolo odierno della comunità nell’esecuzione penale.
E del resto ancor prima, in epoca di facile entusiasmo, successiva alla promulgazione della riforma penitenziaria, quando tutto sembrava possibile, vi era già chi si chiedeva: Perché fino ad oggi gli interventi degli enti locali sono stati praticamente nulli? Le risposte possono essere due , antitetiche ma confluenti nella stessa conclusione. La prima è che gli enti locali hanno un certo timore ad entrare in una materia sconosciuta e poco gratificante. La seconda è che la posizione degli enti locali è viziata da un certo dogmatismo. Restano comunque gli enti locali gli alleati naturali della riforma.
L’idea di essere attrice in un sistema complessivo di gestione della devianza, beninteso non solo in termini di ricezione e recepimento delle illiceità penali, nel quale ad ogni partecipante viene richiesto anche un impegno sul fronte dell’intervento ha, però, da sempre procurato nella Comunità un rifiuto ideologico ed operativo. Diremmo in termini meno raffinati, un bel grattacapo. Ci pare che il tempo delle resistenze dogmatiche, sia però terminato. Anzi che sia durato anche troppo. In questo momento storico, la Comunità non può sottrarsi ad un’esigenza dirompente nel contesto dei modelli di esecuzione penale occidentali: cioè quella di ridefinire il significato attuale della sanzione penale, e, conseguentemente, riflettere sui contenuti che gli attori dell’esecuzione penale sono chiamati ad esprimere.
Delle due l’una. O la Comunità si autoesclude dalle dinamiche relative all’esecuzione penale, ma allora non può lamentarsi se poi viene identificata come mero contenitore delle componenti guaste del sistema, oppure entra coscientemente nel processo ( in atto, peraltro, indipendentemente da tale scelta) di ridefinizione della sanzione penale, processo che passa inequivocabilmente dall’individuazione contenutistica del concetto di sicurezza sociale e sicurezza dei consociati.
Il mito risocializzativo, nella sua accezione pedagogico-precettiva, ha ormai esaurito il suo percorso ideale; capita così che certi aspetti deteriori della punizione, estromessi dal significato formale di afflittività intrinseca alla sanzione penale, sono de facto in alacre e malcelata attesa di farvi rientro, in palese repulsione delle spinte progressiste che, più o meno formalmente, hanno segnato la propulsione normativa della seconda metà del secolo scorso.
Il punto focale da cui, secondo noi, devono partire o comunque transitare tutte le iniziative è il riconoscimento, condiviso e partecipato, del fatto che la pena debba consistere nella sola privazione della libertà. Ogni sofferenza aggiuntiva, oltre a non essere prevista dalla Costituzione, è confliggente con la Costituzione stessa; se questo concetto non verrà adeguatamente metabolizzato dalla comunità, il carcere continuerà ad essere luogo di illegittima ed immotivata compressione dei diritti fondamentali dei cittadini reclusi, indipendentemente dalla diffusione dei dati (peraltro impressionanti) sulle condizioni strutturali del sistema penitenziario, sulla sua inadeguatezza dimensionale e, purtroppo, talvolta anche funzionale.
La sfida odierna si gioca allora, a parer nostro, sul versante del significato sociale dell’esecuzione penale, più che sul numero di nuovi posti che l’Amministrazione penitenziaria riuscirà ad approntare, in un perverso gioco di rincorsa fra disponibilità e bisogno.
Oggi dare un senso alla pena significa ri-attriburle un significato funzionale di sistema, esorcizzando la paura di riconoscere, per ciò stesso, la attualità e la necessarietà della funzione retributiva. Il modello rieducativo che, trovandosi abbandonato nel suo letto di contenimento inframurario, non avrebbe energie per dimostrare una qualche utilità sociale, può dispiegare invece la propria funzione attraverso il sistema della giustizia riparativa ( che diciamo fin da subito non è solo esecuzione penale esterna, anche se almeno quello ci piacerebbe fosse) e quindi attraverso la stretta connessione con le risorse del territorio.
Pensiamo quindi ad una funzione della pena dove la risocializzazione non significhi più soltanto, o non solo, la modificazione delle condizioni personologiche presenti ab origine, quanto piuttosto un’ offerta di opportunità alla persona per provare, ovviamente insieme alla persona stessa, a ridefinire i percorsi affermativi dell’ identità affettiva , culturale, professionale, e sociale che in precedenza si sono dimostrati inidonei.
Pensiamo ad un’offerta, proveniente dalla Comunità, di percorsi nei quali il condannato possa esprimere azioni concretamente riparative grazie alle quali la Comunità stessa possa interpretare nuovi ruoli da protagonista, o perlomeno deuteragonista, del processo penale, da cui, insieme alle vittime, tendenzialmente è sempre rimasta esclusa.
Ciò significa governare, magari tappandosi concettualmente il naso, anche i compiti di gestione diretta delle esigenze di difesa sociale che la comunità stessa chiede con sempre maggior forza e, che, se non opportunamente veicolate, rischiano di trasformarsi in mere rivendicazioni populistiche.
La Comunità deve pertanto farsi soggetto partecipe della gestione della devianza, della ri-abilitazione e della inclusione sociale della stessa, ponendosi anche e soprattutto come parte destinataria di azioni concrete di impegno riparativo; riteniamo infatti che alla comunità spetti un compito di riappropriazione dei contenuti della sanzione penale, da tempo, ormai troppo, scaricati nelle mani del sistema istituzionale penale e penitenziario.
Le misure di comunità, la mediazione penale, la tutela delle vittime, l’impegno ripartivo sul territorio, la gestione del caso nella sua complessità problematica, sono solo alcuni degli strumenti che un’attenta riflessione potrà mettere a disposizione per questo obiettivo; la loro conoscenza, applicazione e corretta gestione sono un dovere per l’intera comunità, soprattutto, a mio parere, nelle sue componenti più profondamente coinvolte in un disegno riabilitativo della persona esclusa: volontariato, associazionismo e cooperazione sociale, che devono compartecipare alla gestione di piani progettuali concreti e strutturati, in una stretta e fiduciosa ottica collaborativa con le istituzioni cui afferiscono quotidianamente.
L’offerta deve essere di opportunità non solo occupazionali quindi, ma anche formative, e di ricostituzione dei piani affettivi disintegrati, fra i quali assume grande importanza l’individuazione di un’adeguata proposta abitativa; tutto ciò costituisce la testimonianza concreta di una volontà di inclusione del cittadino proveniente dal carcere nella comunità, e del tentativo di superamento del rischio emarginazione. Il compenso sarà l’impegno, giuridicamente e fattualmente organizzato, delle persone detenute, volto a intraprendere, mantenere e completare percorsi di riparazione ben identificati, valutabili, monitorabili e, in caso, fungibili.
Appare ad oggi francamente impensabile che si possa raggiungere l’obiettivo della gestione integrale della persona in tempi brevi, o cosa ancor più importante , dell’abbandono di posizioni di delega totale e fideistica verso il “sistema penale” così come lo abbiamo constatato fino ad oggi.
Occorre invece una promozione costante, coerente, paziente e rigorosa, nel senso del rigorismo scientifico, della cultura dell’inclusione compensata dalla riparazione. Occorre farsi promotori dell’ idea che non sia compito del solo sistema penale farsi carico del problema – sicurezza, ma della intera Comunità, nella consapevolezza che ogni vittima della recidiva sia una sconfitta di tutti.
Eppure nonostante la drammaticità di questo problema e la sua incombenza riteniamo di non dover pensare solo a questo; l’adeguatezza strutturale deve essere sì immediata, disponibile ed omogenea, ma variegato e composito il fronte dell’impegno.
Scrive Wilde, “Il sistema carcerario è completamente e assolutamente errato. Darei qualsiasi cosa per poterlo mutare una volta uscito di qui. Ma non c’e’ al mondo nulla di tanto errato che lo spirito d’umanità non possa rendere, se non del tutto giusto, almeno possibile a sopportarsi, senza che il cuore si amareggi indicibilmente” .
Crediamo infatti che la comunità, superando l’ottica della delega deresponsabilizzatrice debba e possa mobilitarsi. In che modo?
Ancora Wilde, atecnico ma proprio per questo ancor più credibile, in prestito estemporaneo, afferma: “Il castigo può essere inflitto in modo tale da guarire, non provocare una ferita, così come l’elemosina può essere fatta in modo tale che il pane si muti in pietra tra le mani di chi da” .
E’ quindi in attesa il compito, per la Comunità, di ri-disegnarsi un’identità attiva, trascinando i decisori politici verso obiettivi di miglioramento della sicurezza attraverso il controllo della recidiva, aprendo spazi sempre maggiori alla mediazione autore – vittima, spingendo le direzioni penitenziarie verso la concessione sempre più ampia di articoli 21 per lavoro ma anche per attività di volontariato e, di converso, facilitando l’accesso a scuole, università e formazione professionale ai soggetti che transitano nelle strutture penitenziarie presenti sul proprio territorio.
La ridefinizione concettuale del ruolo statutario della Comunità nel contesto dell’esecuzione penale, non può non conseguire ad una riflessione come quella appena innescata.
Oggi il ruolo deve essere di partecipazione ad un progetto comune condiviso, nel quale ogni realtà sia chiamato a svolgere la propria parte, possibilmente in una prospettiva di coordinazione e erogazione sinergica delle energie profuse. Tale impegno deve avvenire entro criteri di chiarezza dei propri limiti, di espressa volontà di collaborazione e di trasparenza e condivisione degli obiettivi posti, non rifugiandosi, come invece capita spesso, dietro la foglia di fico delle emergenze della quotidianità. Una mera proiezione della situazione trattamentale del detenuto, modellata sull’inserimento lavorativo, sulle prospettive riabilitative, e sulle capacità di orientamento del singolo, perde significato e valore, se non costituisce l’elemento prodromico di un percorso di reintegrazione sociale il cui termine e la cui gestione devono radicarsi in quel territorio, passando da una rigorosa valutazione della persona in termini di idoneità della stessa al suo processo riabilitativo e, conseguentemente, alla diminuzione progressiva, del rischio di recidiva.
Occorre portare sempre più cultura in carcere: le esperienze teatrali, le esperienze d’educazione musicale, le esperienze d’integrazione con il mondo scolastico, scuola in carcere, carcere nella scuola fuori, contatti costanti per far capire che cosa sia il carcere e che cosa sia la pena. Lo studio per chi è in carcere, è fondamentale, e deve comprendere un offerta che vada dalla scuola dell’obbligo, l’alfabetizzazione se occorre, alla scuola secondaria. Occorre inoltre far dialogare università e carcere, occorrono convenzioni con le università, fondamentali per poter permettere ai detenuti che ne abbiano il titolo di accedere agli studi universitari.
Occorre consentire concretamente l’ingresso dell’affettività in carcere, un ingresso complessivo che comprenda almeno due aspetti, la tutela delle genitorialità e della relazione affettiva in genere, e la tutela (o il consenso all’esercizio) della sessualità. Senza ipocrisie.
Occorre forse richiamare l’indispensabilità di reperire lavoro?…meglio ricordare come l’intervento del territorio in questo campo sia assolutamente essenziale. E’ impossibile pensare di relegare il problema ai soli compiti istituzionali degli enti locali. Occorre una ricerca costante da parte del territorio di collegamenti, di sinergie di coinvolgimenti con le associazioni di categoria.
Occorre realizzare un costante contatto con le associazioni di categoria che rappresentano il territorio, se serve bisogna andare a tirare la giacca alle associazioni industriali e a quelle della piccola e media impresa. Certo è faticoso, però è un percorso senza il quale non disponiamo di concretezze di cui discutere.
Occorre potenziare l’housing per i detenuti e gli ex detenuti, categoria disagiata fra i disagiati,, un problema enorme da gestire nel quale la comunità e il territorio debbono dire la loro. Nessuno chiede di premiare un comportamento negativo; sarebbe anzi del tutto controproducente. L’utilizzo del progetto di housing permette però di contaminare positivamente percorsi rieducativi, facilitando l’avvio o il consolidarsi delle attività di lavoro, di tutela dell’affettività e di recupero dei legami affettivi, strumenti imprescindibili per il recupero della persona e quindi per l’abbattimento del rischi di recidiva.
Siamo convinti che un’intuizione fondamentale per legare il territorio con l’istituzione penitenziaria, siano gli sportelli di segretariato sociale, entro i quali si concretizza la collaborazione, e quindi la reciproca legittimazione, di territorio, associazionismo e istituzioni.
Possiamo parlare a lungo di giustizia riparativa, ma è necessario trovare dei punti di partenza da cui avviare in concreto questi percorsi.
I condannati devono dimostrare concretamente un impegno, anche lavorativo, ma non esclusivamente, a favore della comunità che hanno ferito.
Certo, abbiamo sempre necessità di confrontarci sui significati, sui contenuti e sui sistemi di processo della giustizia riparativa, ma abbiamo anche bisogno di cose concrete. Perché giustizia riparativa è soprattutto un concetto per avvicinare la comunità alla soluzione del problema sicurezza, per superare l’ottica della risposta vendicativa, per rompere quel conflitto arcaico, impermeabile e tendenzialmente insanabile che notoriamente esiste ogni qualvolta si compie un reato .
Siamo convinti altresì che solo riconducendo lo strumento detentivo al compito costituzionalmente affidatogli si possa dare una risposta concreta ai tanti , troppi problemi che assillano il mondo penitenziario, non esclusi quelli degli operatori che quotidianamente lo agiscono.
Alcune autorevoli risposte sono già arrivate; si pensi alla nota di richiamo del Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Brescia dott. Nicola Maria Pace del febbraio 2010 sull’utilizzo della struttura detentiva in fase cautelare nei soli casi proceduralmente previsti ed alla sua recente (gennaio ‘11) presa di posizione sul recepimento della ormai incombente direttiva 2008 UE in tema di rimpatri per cui in assenza di una indicazione governativa in merito la locale Procura non provvede più a convalidare l’arresto per inottemperanza all’ordine di espulsione del Questore. Esempio di fulgida coerenza giuridica e al contempo di sensibile attenzione al tema della condizione umana disagiata.
Altre risposte si sono generate nel nostro territorio, per mano di alcuni amministratori locali, che hanno colto il significato e lo spirito del concetto di giustizia ripartiva. I progetti di inserimento dei detenuti nei percorsi di volontariato legati alla manutenzione e conservazione dell’ambiente sono esemplari da questo punto di vista; la comunità ferita che reagisce si riappropria della sanzione, la governa e diviene comunità riparata. Un percorso simbolicamente paradigmatico.
Ma il territorio può (e dovrebbe) dare molto di più. Attenzione alle vittime, progetti di mediazione sociale in carcere, garanti dei diritti dei detenuti attenti, competenti e adempienti. Percorsi di educazione alla legalità inseriti nella programmazione scolastica che comprendano interventi divulgativi sul significato attuale di pena e castigo. Investimento di risorse a favore del volontariato che cogestisce de facto l’esecuzione penale.
Sono solo alcune suggestioni che si pongono come immediatamente e proficuamente percorribili. L’alternativa è che il prossimo report europeo non sia più una raccomandazione, ma una inequivocabile e drammatica sentenza di condanna definitiva nei confronti del nostro sistema penitenziario.

Città e Dintorni, n. 103, aprile 2011
 

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