Russia oggi: che disgrazia l’ingegno!
Il libro di Alexander Baunov, La fine del regime. La caduta di tre dittature europee e il destino della Russia di Putin, uscito in prima edizione mondiale in Italia a fine febbraio (Silvio Berlusconi Editore, Milano, 2025), oltre ad essere di grande interesse in sé, grazie al piglio narrativo unito a una solida competenza ed equilibrata visione storica, può renderci edotti con efficacia della concreta situazione nella quale viene a trovarsi chiunque nella Federazione Russa voglia, da essere pensante, continuare a relazionarsi con i propri simili, esprimendo le proprie convinzioni.
Propongo qui di seguirne la vicenda nel corso degli anni 2022-2025, quale evento drammatico esemplare cui oggi possiamo accedere, per così dire, “in presa diretta”. Anzitutto, l’autore: Alexander (Aleksandr) Germanovič Baunov, russo, nato nel 1969, per formazione antichista, si è affermato, dopo un’esperienza anche in campo diplomatico presso l’ambasciata della Federazione Russa in Grecia, come saggista ed esperto di politica interna e internazionale, pubblicato anche da una decina di primari mezzi di informazione mondiali.
È stato editorialista o caporedattore di molte testate russe, a stampa o in rete, oggi chiuse o riparate all’estero, da Russian Newsweek al quotidiano e-mail S-L-O-N. Responsabile di ricerca fin dal 2014 presso il Carnegie Moscow Centre, dal febbraio del 2022 ne è il responsabile per i siti web quando quel think tank del Carnegie Endowment for International Peace, il più reputato degli analoghi centri riguardanti l’Est Europa, viene chiuso dal Governo russo.
Una notazione preliminare riguardante l’Italia, prima nel mondo a poter conoscere questo libro in una lingua diversa dal russo: parlando della Russia attuale e del processo di aggressiva restaurazione dell’Impero già sovietico culminata nella guerra all’Ucraina, qui da noi si tende talvolta a lamentare l’inerzia e mutismo del popolo russo. È un acquisito luogo comune abbastanza diffuso, talora temperato dalla formula più benevola che cita la “lunga pazienza” di quel popolo.
Nel nostro caso esemplare e di altri consimili – di Baunov e degli ostacoli sempre più seri frapposti dal regime al libero esplicarsi dell’ingegno dei propri sudditi – non mancano elementi che contraddicono l’abusato luogo comune di cui sopra. Anzitutto, il fatto che nei mesi successivi all’avvio nel febbraio 2022 dell’“operazione militare speciale” contro l’Ucraina sono emigrate dalla Federazione Russa, in due ondate successive – tra febbraio e marzo e settembre quando è stata proclamata la mobilitazione generale – almeno un milione di persone. Questo, con un modo di dire locale che viene da lontano (dall’antichità latina), non può che essere considerato una rilevante manifestazione della scelta, cui si viene infine indotti, del golosovat’ nogami, “votare con le gambe”, cioè andandosene.
Tale esodo è stato solo l’ultimo del xxi secolo: ad oggi la diaspora russa conta complessivamente diversi milioni di persone, almeno due in Germania, ed è comunque paragonabile solo alla grande emigrazione del secolo scorso conseguente al 1917 del colpo di Stato bolscevico e alla guerra civile.
Quanto alle sue motivazioni, sono naturalmente di varia natura: tra queste, e oggi più di prima: per non finire coscritti su qualche fronte delle guerre imperiali (ieri il Caucaso oggi l’Ucraina) o per sfuggire ai rischi e alle privazioni ingenerate dai conflitti o per il desiderio di una prospettiva migliore per i propri figli dato l’inarrestabile impoverimento del Paese o per riunirsi a famigliari già emigrati, ecc.
Ma, sempre più frequentemente nel tempo, una spinta l’ha data la sempre crescente repressione di ogni forma di dissenso, o addirittura di scarso sostegno, espresso in manifestazioni di piazza, affermazioni ad alta voce, libri, articoli, attività pubbliche, di gestione economica, ecc., che, in particolare ad ogni tornata di rielezione dell’eterno Presidente, hanno contribuito a creare un’atmosfera sempre meno respirabile e a emarginare la Russia da quell’Europa, che, malgrado tutto, sarebbe storicamente il suo àmbito economico, sociopolitico e culturale più naturale. E tale resta (o resterebbe, ove potesse trovare l’aria per respirare) il sentire prevalente nel Paese.
L’ultima manifestazione di massa di questa resistenza morale all’oppressione del regime è stata il 1° marzo 2024 a Mosca i funerali di Naval’nyj, con centinaia di “protestatari” in lutto, i quali sfilavano davanti alla bara, i visi scoperti offerti senza timore alle macchine fotografiche e cineprese manovrate degli agenti di Sicurezza, fieri di poter dire “io ci sono” (nei giorni successivi 400 di loro sarebbero stati fermati).
Certo, niente di paragonabile a quello che la “piazza” russa aveva saputo esprimere in termini di pressione sul Governo e di solidarietà alle vittime, in quel caso contro la guerra (la prima cecena) nel 1994-95, ai tempi di El’cin. Il culmine era stato nella primavera del 1995 in diverse città capitali la Marcia della compassione materna, che abbracciava le vittime di entrambi i popoli. E El’cin aveva ceduto, incaricando il generale Lebed’, a capo del Consiglio di sicurezza, di negoziare la pace con il Governo ceceno nel 1996. Ad assoggettare definitivamente quel piccolo Paese caucasico avrebbe provveduto, tra il 1999 e 2009, il successore di El’cin, Putin.
E veniamo alla “controparte” governativa attuale: un efficace nuovo strumento dell’aumentata oppressione generalizzata in atto nella Federazione Russa sono le Leggi sul controllo degli inoagenty [agenti stranieri], Leggi delle quali il regime si sta servendo con successo. Intese a paludare il proprio nudo e connaturato arbitrio di qualche opportuno fronzolo legalistico, esse marchiano efficacemente, fino a renderla impraticabile, l’attività eterodossa di qualsiasi cittadino pensante criminalizzandola come ispirata dai piani dell’Occidente ostile per indebolire la stabilità dell’assetto istituzionale del Pese e del suo Presidente.
Questa “narrativa” è potentemente sostenuta dai mezzi di comunicazione di massa, ormai tutti ligi al Cremlino. Gloriose testate giornalistiche su carta, seguitissimi e-magazines e altri siti sono stati con il tempo costretti ad emigrare e, nella migliore delle ipotesi, a continuare la propria attività dall’estero. Associazioni come “Memorial” o il Centro Studi “Andrej Sacharov”, come altre meno note, sono state espropriate e costrette a lasciare il proprio Paese.
Le Leggi sul controllo dei cosiddetti “agenti stranieri” sono state approvate dalla Duma di Stato il 29 giugno 2022 dopo 4 mesi circa dall’invasione dell’Ucraina, e sono entrate in vigore il 1° dicembre dello stesso anno. Già constano di 14 articoli e centinaia di commi ma a un certo punto si è ritenuto che ancora non fossero sufficienti.
Così, recentemente, l’8 aprile scorso – a poco meno di tre anni dall’inizio della più recente fase, tuttora in corso, del conflitto russo-ucraino – la Duma di Stato ha inasprito le pene previste per gli inoagenty, in particolare per reati come il discredito delle Forze Armate della Federazione, le “false notizie” su di esse nell’espletamento dell’ “operazione limitata speciale” in Ucraina, ecc., e ha introdotto per queste e tutta una serie di 20 fattispecie di reati analoghi la possibilità di processi in contumacia nei riguardi di soggetti che si trovano all’estero.
Per essi, come anche per chi continua a vivere sul territorio della Federazione, è interdetto inoltre propagandare o contribuire all’attuazione di decisioni di organizzazioni internazionali di cui Mosca non sia membro o di strutture governative straniere, se tali azioni sono dirette “contro la sicurezza” della Russia (valga in proposito un solo esempio: quello del Consiglio d’Europa per la promozione della democrazia, i diritti umani, lo Stato di diritto e l’identità culturale europea, con sede a Strasburgo dal 1949, dal quale la Federazione russa è stata invitata a uscire nell’immediatezza dopo l’attacco massiccio all’Ucraina).
Restano inespressi quali siano poi gli strumenti per arrivare all’esecuzione della condanna per gli eventuali “rei” in contumacia all’estero: presso quali istanze internazionali si intenderebbe sollecitare la prosecuzione dell’iter legale dei procedimenti contro questi “traditori”? O la Federazione stessa si riserverebbe, nel caso, di far ricorso a illegali misure extragiudiziarie demandate a emissari per vendicare l’onore offeso della Madrepatria?
E ora il libro. La vicenda che riguarda la sua stesura è emblematica di una situazione reale che Baunov narra e documenta con l’ammirevole contegno dello storico di razza, e che però racchiude un paio di risvolti che non esito a definire paradossali e surreali (da qui il titolo che ho dato al pezzo, evocativo della commedia satirica di Aleksandr Griboedov del 1824).
Quando nel gennaio 2023 è uscito a Mosca, per le Edizioni Alpina Publisher, e vietato ai minori di 18 anni, il libro La fine delle tre ultime dittature europee è andato a ruba esaurendosi nel giro di pochi giorni e diventando un caso editoriale, i lettori russi si sono subito dedicati a “leggere tra le righe”. L’approccio di Baunov era sommariamente il seguente: c’erano state in Europa tre dittature, giustamente combattute e infine abbattute, di destra-destra estrema, che a un certo punto, per esigenze economiche e di modernizzazione in sintonia con i democratici paesi europei, hanno iniziato a contemperare un’economia di mercato dai discreti risultati alla loro retorica conservatrice, condizionata dalle opinioni personali del leader e legata all’esaltazione della propria storia e cultura nonché dal proprio ordinamento statale: la Spagna franchista, il Portogallo salazariano e la Grecia dei colonnelli (del decennio di questi ultimi si tratta per accenni).
I due autocrati Franco e Salazar nella scelta di collaboratori e primi ministri avevano iniziato a dar spazio a prudenti riformatori in grado di condurre i rispettivi Paesi vero una transizione democratica (Franco aveva infine puntato sull’erede del re spodestato) che affrancassero la Nazione dalle strettoie dell’autarchia e del discredito a livello internazionale. E Baunov insiste in modo speciale e documenta questo processo, paziente ma allora vincente.
Così le vicende narrate in parallelo riuscivano a far scaturire per analogia da quella storia vissuta, consigli, ammonizioni, addirittura “istruzioni” a Putin e al suo “cerchio magico” anch’egli posto di fronte a problemi analoghi a quelli dei passati dittatori. Era stato questo a conquistare l’interesse di tanti lettori russi, avvezzi alle narrazioni “esopiche” per aggirare censure e divieti.
Se ne era accorto anche il Cremlino, però nei modi cui era solito: riducendo l’autore a “agente straniero”, facendo ritirare i suoi libri da librerie e biblioteche, costringendolo all’emigrazione. La risposta di Baunov, in mesi di lavoro mentre si preparavano le traduzioni dell’edizione del gennaio 2023 era stato quello – imponente visto il poco tempo a disposizione – di “mettere in chiaro” rendendoli espliciti tutti quei parallelismi, quelle analogie e differenze che avevano già appassionato, cercandoli e trovandoli “tra le righe”, l’allenato lettore russo mai prono al regime.
E paradossalmente la vicenda di questo libro infine rifiutato e interdetto nel proprio Paese, è anche una vicenda che esalta le infinite risorse della libertà – quella di un autore competente ed onesto e di un lettore tenace e ognora tentato dall’avventura della conoscenza.
Pubblicato su Gariwo.net – 2025
