Luigi Redaelli

BRESCIA, VIA DELLE GRAZIE 44

QUI ABITAVA LUIGI RADAELLI

NATO IL 9.12.1905

DEPORTATO A LANDSBERG

ASSASSINATO IL 7.1.1945

Luigi Radaelli nacque a Brescia il 9 dicembre 1905, figlio di Giovanni e Anita Lombardi. Lavorava come imbianchino e conduceva una vita semplice, segnata dal lavoro quotidiano e dagli affetti familiari: era infatti sposato con Maria Colombo. La sua esistenza scorreva come quella di tanti italiani della sua generazione, finché gli eventi storici non la trascinarono dentro il vortice della guerra. Non ci sono testimonianze e fonti specifiche che attestino la sua posizione di fronte al Fascismo. La documentazione storica riporta però due fatti particolari: la visita medica di leva con certificazione di non idoneità, da cui si desume che non fu arruolato nell’esercito, e una condanna a una pena detentiva di ben cinque anni, da scontare dal 29 gennaio 1942 al 28 febbraio 1947 per furto. La detenzione di Luigi iniziò presso il Forte Urbano di Castelfranco Emilia, uno dei tre carceri per antifascisti in Italia, insieme a quelli di Civitavecchia e di Fossano. Negli anni Trenta in quel carcere furono rinchiusi più di un migliaio di detenuti politici. La condivisione dell’esperienza detentiva accentuò la solidarietà tra i detenuti, per la maggior parte comunisti, facendo del Forte Urbano uno dei centri di diffusione delle idee antifasciste e di organizzazione politica contro il regime. La detenzione di Luigi Radaelli presso il carcere di Castelfranco Emilia può sollevare pertanto il dubbio che il reato di furto potesse celare altre tipologie di reati riguardanti, forse, attività antifascista. Luigi venne deportato in Germania il 29 luglio 1944 presso il carcere di Landsberg in Baviera, insieme ad un gruppo di oltre 70 prigionieri di Castelfranco Emilia. Il senso del trasferimento può essere compreso alla luce del tentativo operato dal Terzo Reich di sostenere la produzione bellica attraverso l’impiego di prigionieri provenienti da tutta Europa. La destinazione finale della deportazione di Luigi fu pertanto la prigione di Landsberg am Lech, una struttura collegata al sistema del lager di Dachau, in cui nel periodo 1944/45 erano detenuti numerosi prigionieri provenienti dai Paesi europei occupati come: polacchi, francesi, belgi, cechi e greci oltre agli italiani. Qui Luigi trascorse gli ultimi mesi della sua vita. Le condizioni della prigione erano estremamente dure: freddo, carenza di cibo, lavoro forzato, violenze e malattie non curate che causavano uno stato di costante deperimento fisico e psicologico il cui esito poteva facilmente risultare fatale per il detenuto. A Landsberg, come in molti altri luoghi di detenzione tedeschi, le reali cause di morte venivano però spesso falsificate: i registri riportavano diagnosi mediche apparentemente neutre come collasso, bronchite, insufficienza cardiaca, che però servivano solo a mascherare le vere responsabilità del regime. Anche per Luigi, la causa ufficiale della morte — avvenuta il 7 gennaio 1945 — venne indicata come “debolezza cardiaca”. Dopo la sua morte, Luigi non venne gettato né in un forno crematorio né in una fossa comune — come purtroppo accadde ai deportati rinchiusi nei lager — ma ebbe una sepoltura individuale nel cimitero di Spötting, posto nei pressi del carcere. Negli anni del dopoguerra la sua salma venne riesumata e trasferita nel Cimitero Militare Italiano d’Onore di Monaco di Baviera, che offrì, di fatto, una sepoltura dignitosa agli italiani deportati per varie motivazioni in Germania. Oggi la persona di Luigi Radaelli è stata restituita alla memoria collettiva grazie a una pietra d’inciampo a lui dedicata. Su di essa è inciso ciò che i documenti tedeschi non dicevano: che Luigi non morì per caso, ma fu vittima di un sistema totalitario fondato sulla violenza pianificata per disumanizzare ed eliminare i propri “nemici”. E Luigi Radaelli fu vittima indipendentemente dall’essere stato un antifascista piuttosto che un delinquente comune, in quanto, anche nell’ipotesi di detenzione per furto, la pena in uno Stato di diritto non può consistere, come recita la nostra Costituzione, in trattamenti contrari al senso di umanità e deve tendere alla rieducazione del condannato (art.27).

A cura degli studenti delle classi 5a CL e 5a EL dell’IIS “Astolfo Lunardi” di Brescia, coordinati dai Professori Luca Guerra, Arianna Milone e Fulvia Piccini (anno scolastico 2025-26)

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