Giacomo Cazzago
BRESCIA, PIAZZALE GARIBALDI 14
QUI ABITAVA GIACOMO CAZZAGO
NATO IL 23.11.1925
ARRESTATO IL 14.4.1944
DEPORTATO A DACHAU
ASSASSINATO IL 21.3.1945
Giacomo Cazzago nacque a Brescia il 23 novembre 1925, primogenito dei sei figli di Ernesto Cazzago e Maria Menolfi, donna originaria della Val Camonica e ricordata da tutti per la sua instancabile generosità. Fin da giovane Giacomo è profondamente segnato dall’esperienza tragica della guerra: vive in una zona della città non lontana dalle fabbriche bombardate dagli alleati e lavora come apprendista operaio accanto al padre in una fabbrica cittadina che produce materiale bellico. La tragicità della quotidianità non toglie al giovane il desiderio di costruire un’Italia libera e democratica e di essere protagonista del cambiamento, anche attraverso gesti semplici, ma di grande coraggio, come diffondere manifesti contro il regime fascista e l’occupazione nazista. Secondo i ricordi della famiglia Giacomo fu arrestato per la sua attività antifascista. Maria, la madre, pur in attesa di uno dei suoi figli, ricolma di coraggio e contemporaneamente schiacciata dal peso dell’angoscia, percorse in bicicletta la strada dell’epoca da Remedello, dove la famiglia era sfollata, fino al lago di Garda dove si trovava la “capitale” dello stato “fantoccio” della Repubblica sociale, per chiedere direttamente a Mussolini di liberare il figlio. Il duce le rispose con la frase, apparentemente rassicurante: «Vai a casa Maria che tuo figlio ti aspetta». La speranza alla quale Maria volle disperatamente aggrapparsi, e che le diede la forza di pedalare fino a Brescia, venne tragicamente infranta dai fatti. Giacomo venne deportato in Germania e, come testimoniano i documenti, a partire dal 13 gennaio 1944, era inquadrato come lavoratore coatto, cioè privato della propria libertà e posto sotto sorveglianza, anche se non all’interno di un campo di concentramento, e costretto a lavorare presso la Bayerische Motorenwerke (BMW) di Monaco. Venne poi arrestato per motivi non chiariti e deportato il 15 aprile 1944 con il trasporto n. 221 nel lager di Dachau, dove fu registrato con il numero di matricola n.66734 con la qualifica di “manovale e molatore”. Il giovane viene prima classificato nei registri del lager come “Arbeits Erziehungs-Häftling”, cioè prigioniero destinato alla “rieducazione” tramite lavoro forzato e poi, dal 25 aprile 1944, come “Schutzhäftling”, cioè prigioniero detenuto per motivi di sicurezza politica, una categoria sotto cui ricadevano antifascisti, oppositori e soggetti considerati pericolosi dal regime. In una data non precisata Giacomo fu trasferito nel sottocampo di München-Allach, dove migliaia di deportati venivano impiegati nella produzione bellica per la BMW. Il 12 gennaio 1945 fu nuovamente ricondotto al campo principale di Dachau, da dove, secondo la testimonianza dei sopravvissuti, tentò di fuggire insieme ad altri prigionieri. Si trattò di un atto disperato e azzardato, ma profondamente umano, un ultimo tentativo di riprendersi la propria libertà e la propria vita. Durante la tentata fuga venne purtroppo ferito gravemente alla testa. Nel contesto del lager, in cui le persone sono ridotte a “stück”, cioè a pezzo, un uomo ferito è considerato “inutile”: non può lavorare e richiede cure che i nazisti non hanno alcun’intenzione a fornire, è pertanto d’intralcio e rappresenta un peso da eliminare. Il suo destino, come quello di molti altri prigionieri privati di tutto, è tragicamente segnato. Giacomo muore il 21 marzo 1945 a poche settimane dalla liberazione del campo da parte degli Alleati. I familiari ricordano che a Dachau il suo nome è oggi inciso su una lapide posta a perenne memoria per ricordare coloro che morirono non per “insufficienza cardiaca e circolatoria con febbre petecchiale”, come riporta il registro del lager, ma perché bruciati vivi. La famiglia venne a conoscenza della verità grazie al bresciano Padre Carlo Manziana, figura di sacerdote di grande spiritualità e cultura, sopravvissuto a Dachau, che forse riuscì a vivere con Giacomo, nel clima spettrale del lager, qualche momento di fraterna condivisione. La sua storia, per molti anni custodita nel silenzio familiare, è stata ricostruita solo in tempi recenti grazie al lavoro di storici e associazioni dediti a coltivare la memoria e alla volontà dei suoi discendenti, che hanno scelto di dedicargli una Pietra d’inciampo. Oggi, quella pietra — posata nel luogo in cui Giacomo aveva vissuto — restituisce dignità a un giovane uomo che ebbe il coraggio di opporsi all’ingiustizia, ricordando a tutti noi che la libertà non è mai garantita, ma va difesa anche con piccoli gesti di resistenza.
A cura degli studenti delle classi 5a CL e 5a EL dell’IIS “Astolfo Lunardi” di Brescia, coordinati dai professori Luca Guerra, Arianna Milone e Fulvia Piccini. Si ringraziano la nipote Ornella Magri e suo marito Paolo Peli.
