Giovanni Massimo Albarelli
“Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario” (Primo Levi)
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Non più uomo, ma un numero.
Così mio nonno, Giovanni Massimo Albarelli, entrò nello Stalag XI A ad Altengrabow in Germania, nel mese di Settembre del 1943 e da lì non fece più ritorno. Finì la sua esistenza nel lazzaretto del campo pochi mesi dopo il suo internamento, il 15 Aprile 1944, all’ età di trentatré anni, per fame.
Nato il 6 Gennaio del 1911 a Quinzano d’Oglio da Luigi e Francesca Bellegrandi, è il secondogenito di altri tre fratelli e una sorella. Assolve gli obblighi scolastici in paese e poi inizia a lavorare presso una bottega artigiana per apprendere il mestiere di falegname. A vent’anni decide di arruolarsi nel Corpo della Guardia di Finanza e il 18 Giugno 1931 è inquadrato nel Battaglione Allievi Finanzieri di stanza a Pola. Alla fine dello stesso anno è nominato finanziere e trasferito in Alto Adige sul confine austriaco presso la Brigata Corvara. Nei primi giorni di febbraio 1935 è trasferito alla Legione della Guardia di Finanza di Genova dove presta servizio presso la zona del porto. Ė successivamente inviato presso le località di La Spezia, Chiavari e Savona.
Torna a Quinzano nel 1940 e il 28 Dicembre dello stesso anno sposa la giovanissima Eva Saleri, che porterà con sé a Savona. Nel 1941 è di nuovo trasferito e presta servizio nella città di Parma; nel frattempo la giovane moglie è in attesa del primogenito. Il 16 Ottobre del 1941 è, infine, inviato in zona di guerra nella regione serbo-croata, impegnato nel controllo dei confini marittimi.
Il 12 settembre 1943, in seguito all’armistizio dell’8 settembre, sarà catturato e deportato in Germania dove morirà lasciando sola la moglie e il piccolo figlio Luciano. Le sue spoglie ora riposano nel cimitero di Quinzano, dopo essere rientrate in Italia solo nel 1995.
Oggi, con questa pietra d’inciampo, ricordiamo il suo sacrificio e guardiamo in faccia ciò che l’uomo è stato capace di fare ad altri esseri umani. La memoria non è passato, è presente. Ė nelle parole che scegliamo, nelle azioni che compiamo, nel modo in cui reagiamo all’odio, alla discriminazione, alla disumanizzazione dell’altro. Ricordare non serve solo ad onorare, ma a riconoscere i segnali, a non restare indifferenti, a non normalizzare ciò che non dovrebbe mai essere accettato. Oggi ricordiamo il finanziere Giovanni Massimo Albarelli perché la memoria non è un rito. Ė un dovere. E ogni volta che la dimentichiamo, il buio torna a farsi strada.
