Madame Bovary, oggi
Il titolo che ho voluto dare a questa conferenza è: Madame Bovary, oggi. Prima di iniziare a parlare di Flaubert e del suo romanzo, vi racconto un episodio accaduto un mese fa agli esami di letteratura francese, nella sede di Milano dell’Università Cattolica, dove io ancora insegno Madame Bovary, perché non smetterò finché non andrò in pensione. Ho chiesto a una studentessa che avrà ventidue/ventitré anni: «lei ha trovato il romanzo attuale?» e lei ha risposto «Ma certo prof, Emma oggi correrebbe dietro a tutti i trend di TikTok e si sarebbe rovinata su Amazon». E devo dire che è vero, Emma ai suoi tempi seguiva i trend e si rovinava con Monsieur Lheureux che era la versione locale di Amazon. Ovvero, c’è una dimensione psichica e sociale che non è invecchiata affatto e di cui parleremo alla fine della conferenza e che si chiama bovarismo. La parola è stata inventata grazie al romanzo di Flaubert, ma la cosa è sempre esistita. Ho voluto premettere questa bruciante attualità, perché certamente Madame Bovary è canonica dovunque in Europa. La malattia di Emma è molto diffusa oggi, non nel 1830.
Cominciamo da una frase celebre che molti di voi avranno probabilmente sentito attribuire a Flaubert: Madame Bovary c’est moi. Io ho messo a disposizione il riferimento al sito dell’Università di Rouen che gestisce tutti i documenti flaubertiani in cui si dimostra che Flaubert non ha probabilmente detto questa frase. Ma questo non è molto importante, perché potrebbe averla detta, e potrebbe averla detta perché in qualche modo Madame Bovary è Flaubert, in un certo senso. Vediamo un po’ in quale senso. Leggiamo questa lettera che Flaubert scrisse a Louise Colet, amante dell’epoca e presente in Madame Bovary. «Per quanto riguarda l’amore, è stato il grande argomento di riflessione di tutta la mia vita. Ciò che non ho dato all’arte pura, al mestiere in sé, è stato lì, e il cuore che studiavo, era il mio». Certo Emma non è Flaubert e Flaubert non è Emma. In un’altra lettera a Mademoiselle de Chantepie, che si identifica con Emma Bovary, dice «no voi siete troppo intelligente, Madame Bovary è stupida» ed effettivamente Emma si crede intelligente, ma non lo è. E tuttavia il cuore che studiavo era il mio. Flaubert è stato romantico come e più di Emma da giovanissimo, ha scritto cose più frenetiche ed eccessive di quanto Emma ne leggesse. Quindi conosce bene quel cuore. «Quante volte ho sentito nei miei momenti migliori il freddo del bisturi che mi entrava nella carne!» Flaubert è figlio di un medico e c’è molto della sua vita in alcuni episodi di Madame Bovary. «Bovary (in una certa misura, nella misura borghese, per quanto ho potuto, in modo che fosse più generale e umano) sarà sotto questo aspetto, la somma della mia scienza psicologica e avrà un valore originale solo da questo lato. Ne avrà? Dio lo voglia!» (lettera a Louise Colet, 3 luglio 1852, Corrispondenza, «Biblioteca della Pléiade», t. II, pag. 124). Ebbene ne ha avuto sicuramente e ne ha ancora. Sicuramente la somma della sua scienza psicologica si è realizzata in Madame Bovary. Tant’è che, tornando ad episodi del mio insegnamento di questo romanzo, non capita mai che in una classe non ci sia nessuno che non abbia mai incontrato il farmacista Homais, tutti hanno incontrato il farmacista Homais e lo incontrano tutti i giorni nella loro vita. È il borghese che crede di sapere tutto, con grande prosopopea, che si diverte a zittire gli altri. Conosciamo tutti Homais, Emma e Rodolphe. Sicuramente generale e umano sono due parole chiave della canonicità di Madame Bovary. Perché Madame Bovary è canonica? Perché è generale e umana.
Chi è Emma? È esistita Emma Bovary? In un paesino della campagna francese c’è la tomba di una certa Delphine Delamare (1822-1848) che visse delle vicende simili a quelle di Emma. E nel paesino dove è nata e morta hanno fatto un museo ma ovviamente questa non è la vera Emma.
Come si costruisce un personaggio generale, come si diventa canonici?
Queste sono tre donne che sono servite da modello al personaggio di Emma. Una è Delphine Delamare, di cui abbiamo visto la tomba. Era la moglie di un officier de santé, cioè un ufficiale di salute, una figura intermedia, paragonabile a quella del medico di campagna. Charles Bovary non è un medico, è un officier de santé, avevano un ruolo fra l’infermiere e il medico, facevano degli studi meno avanzati. Il padre di Flaubert era un grande medico, insegnava all’università, alla facoltà di medicina. Flaubert è cresciuto, insieme alla sorella, giocando nel cortile dell’ospedale e arrampicandosi con lei guardando dalle finestre le stanze delle autopsie e altre amenità simili, per cui conosceva molto bene il mondo della medicina. Ha scelto un ambiente di cui era molto consapevole. Delphine Delamare, moglie di uno di questi officier de santé, come Emma, si innamora, ha un amante, fa dei debiti e si suicida. Sostanzialmente la storia è questa, perché nella storia di Madame Bovary non c’è nient’altro, non succede altro. Se non fosse che questo romanzo è un capolavoro per lo stile, per il modo in cui è scritto, se lo leggessimo solo per la trama, probabilmente non varrebbe la pena di dedicarvi tempo. Delphine Delamare è un modello per lo scheletro della storia, la struttura narrativa. Poi c’è questa donna, Elisa Schlesinger, di cui Flaubert da giovane si innamorò, la vide sulla spiaggia di Trouville per la prima volta e poi per tutta la vita la idealizzò. Da lei prende l’aspetto del viso, la pettinatura. Qui non è pettinata come viene sempre descritta in Madame Bovary, cioè con le due fasce di capelli ai due lati del viso, ma diciamo è il modello fisico. Poi c’è Eulalie Foucaud che fu un’amante del giovane Flaubert, lui la incontrava a Marsiglia in una stanza d’albergo che in seguito cercò più volte di ritrovare, ma purtroppo l’edificio era stato riadattato, e di Eulalie Foucaud ci sono gli episodi più erotici del romanzo in cui Emma e Léon si incontrano: il colore delle tende, il fuoco, quello che mangiano e bevono, molti dettagli. E poi Les Mémoires de Madame Ludovica, ovvero Louise Pradier, cioè la moglie dello scultore Pradier, che fu arrestata per adulterio e che scrisse queste memorie con dei dettagli erotici. Come vedete ci sono più elementi sparsi: uno è una storia, l’altro è un corpo, l’altro è un’esperienza. Tutti questi elementi Flaubert li ha frequentati di persona, quindi in qualche modo c’è già tanto della sua vita e però c’è da notare un’altra cosa, questi elementi si sovrappongono l’uno sull’altro e finiscono per fare un personaggio solo, ma non è nessuna di queste donne Emma Bovary. È la sintesi di questi personaggi. Questa è la tecnica con cui Flaubert costruisce tutto il romanzo, non soltanto il personaggio di Emma. È la sintesi di una generazione, ma personaggio eterno e la mia conclusione è Madame Bovary c’est nous.
Perché sintesi di una generazione? In Emma, Flaubert descrive una parte di sé. Dei personaggi del romanzo non conosciamo mai il pensiero, Flaubert non dice mai «Léon pensava» «Rodolphe credeva» lo dice solo di Emma, di Emma conosce il pensiero, perché in qualche modo Emma è lui, perché lui è stato quel giovane romantico, lui ha creduto a quelle che poi si accorgerà essere le fandonie del romanticismo, le bugie. L’idea che la vita vale solo nella passione, che la passione e la morte sono l’estasi, che la frenesia è eccelsa. Tutto questo non è compatibile con l’esistenza, non si può vivere così. Di questo Flaubert si accorse nel 1843 quando ebbe un attacco di una malattia ancora oggi non identificata, una malattia neurologica molto grave. Mentre era in carrozza con il fratello, incontrarono un’altra carrozza con i fanali accesi e alla vista della luce ebbe una crisi e convulsioni, fu malato lunghi mesi. Quest’esperienza della sofferenza, della pena reale, gli mostrò la letteratura romantica come un insieme di menzogne, ma non smise mai nel cuore di essere un romantico. Ci sono lettere in cui dice: «sto seduto davanti al fuoco e vedo passare cortei di baiadere» poi però scrive Madame Bovary, perché bisogna prendere atto della realtà. Del resto, vi ho citato l’episodio della carrozza perché ricompare in Madame Bovary, quando Rodolphe la lascia, passa con la carrozza davanti alla sua finestra e lei ha un attacco e delle convulsioni e sarà malata per mesi. Decine e decine di dettagli della vita di Flaubert sono sparsi nel romanzo, sparsi su tutti i personaggi, non solo su Emma e vedremo cosa questo significa. Ho scelto questo sfondo di formule matematiche perché la sintesi è il tentativo di trovare la formula che rende il personaggio credibile, come sintesi di una generazione, una generazione romantica di cui poi Flaubert farà il compianto nell’Éducation sentimentale, quando parlerà di una generazione drogata da ideali impossibili e che deve fare i conti con una realtà storica molto tragica e con la quale non sa fare i conti.
Come si fa a fare un romanzo sintetico, strutturato in questo modo sintetico? Il romanzo ha una dimensione cronologica: copre la vita di Charles, inizia con lui che inizia la scuola per diventare officier de santé e finisce con la morte di Charles e la vittoria di Homais. Quando si svolge questa storia? Difficile da collocare, perché Flaubert toglie quasi tutti i dati precisi, per evitare che si identifichi con dei fatti precisi. Vuole dare una visione extratemporale, il che ci permette di comprendere ancora questa storia, perché se fosse troppo legata agli eventi storici precisi non la comprenderemmo più. Tuttavia, da alcuni indizi possiamo collocare la vicenda fra il 1830 e il 1840, abbiamo delle allusioni a varie mode, per esempio Emma che vive in provincia non è informata sulle mode più recenti e quando viene invitata al ballo della Vaubyessard nota che i nobili mettono i guanti nel bicchiere e lei questa cosa non la sapeva, ne tiene conto e poi deciderà di farlo lei stessa. Vede come si veste Rodolphe che ha i guanti gialli, gli stivali molli. Sono mode degli anni 30. La moda è importantissima nel romanzo di Flaubert.
La cronologia interna, il tempo narrativo, è dettato dalle passioni di Emma. Quando Emma rinuncia all’ultima passione è la sua morte spirituale, che è seguita subito dopo dalla morte fisica. Perché morta la passione muore anche la persona, in quanto lei è identificata completamente con l’ideologia romantica che non vede nient’altro che la passione. Abbiamo un racconto breve di Flaubert Un cœur simple che secondo me è il capolavoro assoluto di Flaubert, se non di tutti i racconti del genere breve della letteratura francese, in cui c’è il personaggio di Félicité che invece accetta la realtà ed è di una bellezza sconvolgente. Félicité è una donna povera, ignorante, che ha subito di tutto, ma che viene descritta come una sorta di santa contemporanea. Ed è l’alter ego, il controaltare di Emma, Félicité morirà felice, perché ha accettato la realtà.
La simmetria: il romanzo è perfettamente simmetrico. Nel IX capitolo della seconda parte Emma diventa amante di Rodolphe dunque c’è una parabola ascendente, Emma si avvicina sempre di più al suo sogno, fino a quel punto, lì diventa amante di Rodolphe, qui la parabola comincia a scendere. Ci sono diciassette capitoli prima e diciassette capitoli dopo, con il capitolo nove fa trentacinque ed è perfettamente simmetrico. Va al culmine, verso il sogno e poi discende nella degradazione fino alla morte. Le tre parti del romanzo possono essere identificate con i tre uomini che amano Emma: Charles (il marito, il quale rappresenta la realtà inaccettabile), Rodolphe (rappresenta il sogno irrealizzabile), Léon (degradazione e morte). La terza parte, in cui si colloca la morte di Emma, è percorsa da immagini funebri: corvi, cornacchie, il nero, dovunque ci sono elementi simbolici, benché Flaubert abbia sempre rifiutato di inserire simboli nei romanzi. Infatti, i simboli che ci sono, sono tutti giustificabili dal punto di vista narrativo. Il fatto che Emma esca e vada verso il castello di Rodolphe per chiedergli di prestarle dei soldi e veda delle cornacchie è verosimile, ma è anche simbolico. Il simbolo deve sempre essere giustificato narrativamente.
Ho chiesto all’intelligenza di artificiale di fare un diagramma basato su quello che vi ho appena detto, questo ha fatto:
Adesso lascio la parola a Giuseppina per sentire Emma che diventa l’amante di Rodolphe:
«La condusse più lontano, aggirando un piccolo stagno sulla cui superficie verdeggiavano le lenticchie d’acqua. Fra i giunchi stavano immobili le ninfee, ormai appassite. Al rumore dei passi, i ranocchi saltarono per cercare un nascondiglio. «Faccio male, faccio male!» diceva Emma. «Sono pazza a darle retta.» «Perché? Emma!… Emma!» «Oh, Rodolphe!» sussurrò lentamente la giovane signora, abbandonandoglisi sulla spalla. Il panno dell’abito di lei aderì al velluto della sua giacca. Ella arrovesciò il collo candido, che un sospiro faceva palpitare, disfatta, in lacrime, con un lungo fremito, nascondendo il viso, e si abbandonò. Scendevano le prime ombre della sera. Il sole basso all’orizzonte, penetrando con i suoi raggi orizzontalmente fra i rami l’abbagliava. Qua e là, intorno a lei, tra le foglie e sul terreno, tremolavano chiazze luminose, simili a penne di colibrì che questi uccelletti avessero perduto in volo. Il silenzio avvolgeva tutto, dagli alberi sembrava sprigionarsi una sorta di dolcezza nuova. Emma ascoltava il proprio cuore mentre ricominciava a battere e il sangue, che le scorreva nelle vene come un fiume di latte. In quel momento udì lontanissimo, al di là del bosco, sulle colline, un grido indefinibile e prolungato, un suono strascicato, e l’ascoltò in silenzio mescolarsi come una musica alle ultime vibrazioni dei suoi nervi eccitati. Rodolphe, un sigaro fra i denti, aggiustava con il temperino una delle briglie che si era rotta. Tornarono a Yonville per la stessa strada. Riconobbero sul fango le tracce affiancate dei cavalli, gli stessi cespugli, le stesse pietre in mezzo all’erba. Nulla era mutato intorno a loro; eppure per Emma era accaduto qualcosa di più importante di un cataclisma. Rodolphe, di tanto in tanto, si protendeva a prenderle la mano per baciarla».
Molti dei dettagli di questo brano sono tratti da Flaubert dal grande archivio che tutti abbiamo nella nostra vita. Per esempio, le chiazze luminose: sono uno degli elementi di cui Flaubert parla nelle sue lettere, una delle cose che gli sono capitate quando ha avuto la sua crisi neurologica, il vedere chiazze luminose, per questo molti parlano di epilessia. Il sangue che scorre come un fiume di latte altro dettaglio di cui Flaubert parla nelle sue lettere. C’è anche il fatto che Flaubert era come Rodolphe, un cinico casanova, che ha avuto, a dir poco, decine di donne con le quali agiva spesso come Rodolphe. Quindi Madame Bovary c’est moi, ma anche Rodolphe, ma anche Léon etc.
Abbiamo nel romanzo una medaglia divisa in due facce: una è il sogno ed è Emma, che è irrealizzabile, l’altra è la realtà ed è Homais (non a caso si chiama Homais, con la radice uomo), che è inaccettabile. Flaubert non esce dal paradosso, ciò che unisce le due cose è l’ironia. Vediamo adesso Homais, vediamo la realtà in azione:
Homais lesse: «Nonostante i pregiudizi che ancora coprono come una rete gran parte della faccia dell’Europa, la luce comincia a penetrare nelle nostre campagne. Martedì, la piccola città di Yonville è stata teatro di una importante esperienza chirurgica e nello stesso tempo di un gesto altamente filantropico. Il signor Bovary, uno dei nostri più insigni professionisti…» «Ah! Questo è troppo, è troppo!» diceva Charles soffocato dall’emozione. «Ma no, per niente! Ma come!… Ha operato il piede storpio…Non ho usato il termine scientifico perché, sa, su un giornale… può darsi che non tutti capiscano, bisogna che le masse…» «Infatti», disse Bovary, «continui.» «Vado avanti», riprese il farmacista. «Il signor Bovary, uno dei nostri più illustri professionisti, ha operato il piede storpio di un certo Hippolyte Tautain, stalliere da venticinque anni all’albergo Leon d’Oro della signora Lefrançois, sulla piazza d’armi. La novità dell’intervento e la popolarità del paziente hanno attirato un così gran numero di persone da creare una vera ressa davanti all’edificio. L’operazione, per altro, è stata effettuata come per incanto e solamente poche gocce di sangue sono uscite dall’incisione, quasi ad annunciare che il tendine ribelle aveva ceduto ai tentativi della scienza. Il paziente, cosa assai strana (possiamo affermarlo per averlo constatato con i nostri occhi), non ha accusato alcun dolore. Le sue condizioni sono fino a ora molto soddisfacenti; tutto lascia ritenere che la convalescenza sarà breve e chissà che, alla prossima festa del villaggio, non ci sia possibile vedere il nostro bravo Hippolyte, fra un gruppo di allegri compagni e prendere parte a danze bacchiche, dimostrando così a tutti di essere completamente guarito. Sia reso onore, dunque, agli scienziati generosi. Siano onorati quegli spiriti infaticabili che sacrificano il sonno per assicurare la salute del genere umano o anche per confortarlo nelle malattie! Onoriamoli! Onoriamoli mille volte! Non verrebbe fatto di esclamare: i ciechi vedranno, i sordi udiranno e gli zoppi cammineranno? Ma ciò che un tempo si prometteva agli eletti, oggi viene assicurato dalla scienza agli uomini tutti! Terremo informati i nostri lettori sui futuri risultati di questa straordinaria terapia.»
E questo è Homais. Raccontiamo un episodio divertente: quando uscì il romanzo i farmacisti di Francia si associarono e avevano progettato di andare tutti insieme a schiaffeggiare Flaubert. Ma la cosa strana è: perché volevano schiaffeggiarlo se non li aveva descritti correttamente? Il fatto è che si erano riconosciuti, sono come quelli che si arrabbiavano con Molière, perché ti arrabbi con uno che descrive un falso devoto se tu sei un vero devoto? È sospetta la cosa no?
Homais rappresenta anche lui una classe, una categoria, che è quella del nuovo positivista, quello cresciuto con tutte le teorie illuministe, razionali. Chiama fanatici quelli che credono nei miracoli, la scienza diventa una specie di divinità. Nell’Ottocento la scienza è la nuova divinità. Homais essendo anche limitato non conosce veramente la scienza, legge e si vanta, ha tutta questa prosopopea, avete sentito il linguaggio. Peccato che l’operazione non sia per niente riuscita e che il povero Hippolyte perderà la gamba, sarà un disastro sia per Bovary, sia per il povero Hippolyte. Un’altra cosa molto curiosa e profonda è che questo incidente è capitato al padre di Flaubert, che pure era un grande medico, ma che fece lo stesso errore. Non andiamo a indagare nella psicocritica, perché qua ci sarebbe da dire molto. Anche se il padre di Flaubert viene rappresentato quando poi Hippolyte perde la gamba, bisogna togliergliela e arriva il grande medico, che quando entra tremano le finestre, come se arrivasse Dio. Peccato che l’errore nella realtà è stato commesso dal grande medico.
Quindi abbiamo questi due dati, questa dinamica impossibile: il sogno irrealizzabile e la realtà inaccettabile. Cosa li unisce? Come si fondono? Si fondono con l’ironia. Emma è il sogno, Homais la realtà, si fronteggiano in modo speculare ed entrambe le dimensioni vengono annientate e fuse insieme dall’ironia, che si realizza nello stile e lo stile è l’unico valore, l’arte è l’unico valore. Flaubert è un nichilista, non ci sono dubbi sul fatto che Flaubert non salva alcun valore, se non l’arte, l’arte è il valore etico. L’artista non deve mai essere coinvolto in battaglie politiche, non deve mai entrare la sua posizione politica nel romanzo, questa è la vergogna più grande per un artista: fare entrare le proprie battaglie politiche nella propria scrittura. Quando si dice la realtà, si colloca Flaubert nel realismo e Flaubert rifiutò questa categorizzazione già nella sua vita, perché c’era chi già lo aveva categorizzato, ma Flaubert è un’idealista, vuole l’ideale dell’arte assoluta. La realtà deve essere restituita come in un impasto perfetto, noi dobbiamo vivere insieme ai personaggi. Proust dice di Flaubert: «saliamo sul trottoir roulant dello stile di Flaubert e guardiamo il mondo svolgersi attorno a noi».
Emma viene vista ironicamente dagli altri personaggi, non viene mai descritta dal narratore, viene descritta solo attraverso gli occhi, prima di Charles, poi di Rodolphe e poi di Léon. Non sapremo mai di che colore ha gli occhi, tutti la guardano in modo diverso, questa è la realtà come la percepiamo noi, non percepiamo come se fossimo un apparecchio fotografico e ciò che Flaubert restituisce è la nostra percezione della realtà, non la realtà in sé. Il realismo esisteva ed era rappresentato da Champfleury, per esempio, ai tempi di Flaubert, ma Flaubert non vi si riconosce affatto. Discuterà e litigherà con Zola, il quale non capirà mai quello che Flaubert gli vuole dire. Flaubert non si riconosce nel realismo. Emma viene descritta attraverso i trucchi dello stile: paragoni, metafore, assunti dai personaggi, raramente dal narratore. Ve ne cito uno, che è assunto dal narratore ed è molto bello, in cui si vede Emma che ha indosso un cappello, che come spesso accadeva nell’Ottocento aveva un nastro per tenerlo legato al mento e questi due nastri si muovono al vento, ecco Emma è come quei due nastri, che si muovono al vento (“la sua volontà, come il velo del suo cappello trattenuto da un nastro, palpita a tutti i venti; c’è sempre un desiderio che trascina, una sconvenienza che trattiene” (Madame Bovary, II parte). Emma è nella fragilità di quel nastro. Quello è sicuramente un paragone assunto dal narratore, mentre altre volte i paragoni sono assunti dai personaggi. Un esempio è Emma che pensa sé stessa: si chinò con un gesto da duchessa (I parte). Non è Flaubert che la vede come una duchessa, è lei che si vede come una duchessa e che quindi si inchina come una duchessa. Bisogna stare attenti nella lettura a chi sta pensando, non soltanto a chi sta parlando.
Come si passa dal reale al vero? Perché Flaubert sostiene che l’arte è rappresentazione del vero, non del reale, in questo appunto non è realista. Il reale sono gli accidenti della storia, i fatti che accadono, e già Aristotele considerava la cronaca inferiore alla finzione, perché la finzione ci permette la sintesi della realtà, ci permette di comprendere. Il reale è imprevedibile e talvolta anche incredibile, accadono cose incredibili [una mattina io sono uscita di casa e ho trovato una bicicletta agganciata ad un segnale di divieto di sosta, non è un fatto tanto normale, accadono, questa è la realtà]. Non entro nel merito, ma Flaubert è ispirato dall’estetica di Hegel, è da lui che prende l’idea della sintesi: sintesi e idealizzazione degli accidenti della storia, gli accidenti della storia vengono sintetizzati in modo che diventino verosimili. Anche i classici francesi lo ispirano: Racine e Molière per esempio.
Madame Bovary c’est moi? In buona parte sì. Vediamo l’esempio della noia, allora io vi leggo la parte in cui è Flaubert che scrive a Louise Colet un suo pensiero personale: «Béranger è stato lodato in quasi tutti i discorsi. Che abuso si fa di questo buon Béranger! Gli porto rancore per il culto che le menti borghesi gli riservano. Ci sono persone di grande talento che hanno la calamità di essere ammirate da piccole nature: il bollito è sgradevole, soprattutto perché è la base delle famiglie borghesi. Béranger è il bollito della poesia moderna: chiunque può mangiarlo e lo trova buono» (Lettera a Louise Colet, dicembre 1847).
Vediamo adesso Emma. «Ma era soprattutto ai pasti che ella si sentiva soffocare; in quella misera stanza al pianterreno, con la stufa che fumava, la porta cigolava, i muri trasudavano e i pavimenti erano sempre umidi, le sembrava che tutta l’amarezza della sua esistenza le venisse servita nel piatto e, col fumo del bollito, salivano dal fondo dell’anima sua, altrettanti fiotti di tedio insensato. Charles mangiava lentamente, Emma sgranocchiava qualche nocciolina o, appoggiata sul gomito, si divertiva a tracciare linee con la punta del coltello, sulla tela cerata. Oramai trascurava del tutto la cura della casa, e la suocera, quando andò a Tostes per trascorrere una parte della Quaresima, rimase esterrefatta da questo cambiamento. Infatti, Emma, un tempo molto diligente e scrupolosa, trascorreva ora intere giornate senza cambiare abiti, portava calze di cotone grigio e si faceva luce con la candela. Bisognava fare economia, diceva, perché non erano ricchi, e aggiungeva di essere completamente appagata e felicissima, affermava che adorava Tostes e continuava con nuovi discorsi che chiudevano la bocca alla suocera. Inoltre, Emma non pareva più disposta a seguire i suoi consigli. Una volta, che la madre Bovary si era azzardata a dire che i padroni devono occuparsi anche della religiosità dei domestici, Emma le aveva rivolto uno sguardo così pieno d’ira e un sorriso tanto gelido, che la buona donna non aveva più fiatato» (Madame Bovary, capitolo IX I parte).
L’esperienza di Flaubert viene travasata, vediamo come grazie all’aiuto di un grande critico, Auerbach, poi seguito da Sergio Cigada, il quale ha elaborato l’idea del triangolo logico. In questa scena c’è Emma che guarda il bollito e le sembra che tutto il tedio dell’esistenza ne venga fuori. Emma guarda il bollito. Flaubert guarda Emma guardare il bollito, Flaubert è Emma e non è Emma. L’artista è quello capace di sdoppiarsi, di vedersi da fuori e di rappresentarsi. In questo modo è Emma e non è Emma. Naturalmente è il vertice del triangolo, quello che gestisce le due relazioni: tra la realtà e il sé stesso che rifiuta questa realtà. Ma poi è capace di distaccarsene e di rappresentarla. Questa è la sintesi del reale, così si fa a scrivere un romanzo che nel 2026 è ancora letto e ancora ci fa pensare a noi stessi, perché se non ci facesse pensare a noi stessi non lo leggeremmo più, perché in realtà noi leggiamo le cose che ci fanno pensare a noi stessi, che ci fanno conoscere noi stessi. Anche Proust quando gli dissero: «ma qui c’è un personaggio che si guarda solo l’ombelico» dice «ma io non voglio raccontare la mia vita, voglio che il lettore comprenda la sua» ed è leggendo che noi comprendiamo noi stessi, il che ci aiuta poi nella realtà.
Il romanzo è costruito a chiasmo, cioè ci sono due elementi opposti che si incontrano, ovvero il punto di vista della realtà si riverbera sul sogno, cioè la realtà giudica il sogno, ma il punto di vista del sogno si riverbera sulla realtà e l’ironia si realizza solo da un punto di vista stilistico. Ogni personaggio parla secondo sé stesso, cioè con il proprio stile. Avrete sentito parlare dello stile indiretto libero, che si vede con il corsivo, ma in realtà è realizzato con moltissimi mezzi, compresa la punteggiatura. Flaubert fa parlare questa società, che descrive come società borghese provinciale normanna, che conosceva benissimo essendo Flaubert normanno. È più di un film: è come entrare in una realtà virtuale. Quindi, quando nelle antologie si parla di Flaubert come del romanzo dell’impersonalità, si commette l’errore di considerare l’impersonalità come una forma di oggettività, mentre l’impersonalità è tutto meno che l’oggettività. L’impersonalità, secondo Flaubert, è la soggettività pervasiva, ovvero il narratore è tutti. Per capire bene vado prima a questa citazione poi torno indietro: «L’artista deve essere nella sua opera come dio nella natura, presente ovunque e visibile da nessuna parte» (Lettera a Mademoiselle de Chantepie, 1857). È una forma vitale, Flaubert è panteista. Torniamo a come si realizza lo stile. Il punto di vista è variabile, non c’è un narratore onnisciente, che sa tutto e che, come un drone, passa sopra la realtà come fa Balzac. Balzac si avvicina alle cose da lontano, poi prende lo zoom: vediamo prima la strada, poi la casa da fuori, poi i vari piani, poi entriamo in una stanza, poi sentiamo l’odore etc. No, con Flaubert noi entriamo con lui e non capiamo granché di quello che vediamo, il punto di vista è sempre variabile. Poi sempre nelle lettere che indirizza a Louise Colet o ad altri scrive: «bisogna pensare come altri avrebbero pensato», quindi parlare come Homais, e non è facile, perché se c’è un personaggio che Flaubert detesta con tutto il cuore è Homais; tuttavia, in qualche modo riesce a identificarcisi al punto da parlare come lui parlerebbe. Flaubert quando va ai banchetti riformisti prende nota di tutte le metafore sbagliate che pronunciano i politici.
I miei studenti hanno imparato a fare la stessa cosa e vengono a dirmi: «ho sentito in televisione che usano molte metafore sbagliate». In effetti è così. Per esempio, ci sono metafore in cui si parla dell’oceano della storia e del politico che avanza nei campi e raccoglie le messi nell’oceano della storia. Ora, ovviamente nell’oceano non si raccolgono le messi. Ma se state attenti — provate da domani — vedrete che nei discorsi pubblici si trovano moltissime metafore altrettanto scombinate.
Quindi Flaubert prendeva nota di tante cose, come articoli di giornale, è possibile che nelle cose che dice Homais ci siano anche elementi tratti da lì e poi trasformati. Bisogna, con uno sforzo della mente, trasportarsi nei personaggi e non attirarli a sé. Il cattivo scrittore fa parlare il personaggio come parlerebbe lui. Il bravo scrittore parla come parlerebbe il personaggio. È un altro. Questa è una cosa che dicono molti grandi artisti, Baudelaire lo dice: l’artista, il poeta è tutti, solo il poeta può essere tutti. Madame Bovary è ancora adesso, grazie a questa tecnica, leggibile. Certo ci sono dei dettagli, ci sono i merletti, ci sono alcuni oggetti che noi non usiamo più però, a parte queste piccole cose, l’essenziale è rimasto uguale. Tant’è che la letteratura contemporanea non dimentica Madame Bovary, che continua ad essere oggetto di rifacimenti, come se fosse una serie, come se fosse Star Wars. Qui ve ne ho fatto un elenco, ma ce ne sono di più:
- Jean Amery, Charles Bovary médecin de campagne (essai), Actes Sud, 1991
- Laura Grimaldi, Monsieur Bovary (roman), éd. Anaya, Madrid, 1992
- Antoine Billot, Monsieur Bovary (roman), Gallimard, 2006
In uno di questi romanzi Charles uccide Emma, si scopre che Emma non è morta suicida ma è stata uccisa da Charles.
- Contre-enquête sur la mort d’Emma Bovary, Philippe Doumenc (Lo strano caso di Emma Bovary), 2008
- Gemma Boverey, Posy Simmons, romanzo-fumetto, 2009
- Jean Raymond, Mademoiselle Bovary, Flammarion, 2015 (la storia della povera Berthe che finisce per lavorare in una filanda quando muoiono entrambi i genitori)
- Isabelle Flaten, Un honnête homme (roman), éditions Anne Carrière, 2023.
Charles è oggetto di molte attenzioni. Vi racconto un episodio di quando io ho iniziato a studiare Madame Bovary con il professor Cigada. Io a casa leggevo e leggevo di Charles, leggevo di quando Emma si riprende dalla sua crisi di apoplessia, dovuta al fatto che il suo amante l’ha abbandonata, e Charles si commuove quando mangia la sua prima tartina. Io trovai molto commovente questa storia perché compiangevo Charles, il quale certamente è un uomo molto mediocre, ma è l’unico che ama qualcuno. In tutto il romanzo solo Charles ama qualcuno. Il giorno dopo a lezione il professor Cigada alzò gli occhi dal libro e disse: «non piangete su Charles Bovary» e io pensai come fa a saperlo, lo sapeva perché tutti piangono su Charles Bovary, non solo io. In qualche modo lui ha reso questo personaggio non come Homais, che suscita l’irritazione di tutti, Charles suscita empatia, compassione e quindi vedete quanti romanzi e saggi su di lui.
Veniamo al bovarismo di cui abbiamo parlato all’inizio. Termine inventato da Gaultier nel 1902. Prendiamo Emma. È una bella donna, ha studiato dalle suore, ha letto dei romanzi e si è identificata con delle eroine da romanzo. Crede di essere superiore a tutti quelli che la circondano, in realtà è appena appena superiore, è cinque gradini sopra, ma non è tanto superiore. Vede sé stessa proiettata in qualcosa che va molto al di là della sua persona, si identifica con qualcosa di impossibile. Torno al discorso che mi ha fatto la studentessa all’esame, si tratta di identificarsi con ruoli di celebrità, con un’identità che non è la nostra, è presentarsi come qualcuno che non siamo, con una foto che non è la nostra. Questa è Emma, lei vuole essere un’eroina, ma non ha la stoffa, non è né abbastanza intelligente, né abbastanza ricca, né abbastanza bella. È bella, ma abbastanza da attirare l’attenzione di Rodolphe. Si vede per ciò che non è, e volendo essere ciò che non è finisce per morirne. Félicité invece accetta la realtà, accetta chi lei è.
Bovarismo: «Facoltà data all’uomo di concepirsi diverso da come è, e in quanto impotente a realizzare questa concezione diversa che si forma di se stesso» (Gaultier, Le Bovarysme, 1902, p. 217).
Sarà così anche per Frédéric nell’Éducation sentimentale che pensa di diventare un pittore, un poeta, ma alla fine non farà niente, è un velleitario. Emma ne muore perché non accetta che non è ciò che vuole essere.
Altra definizione di Bovarismo: «Comportamento che consiste nel rifugiarsi nel sogno per sfuggire l’insoddisfazione provata nella vita» (Larousse).
È un fenomeno noto quello degli account dei social media con persone che si presentano per ciò che non sono o che vogliono essere ciò che non saranno mai. Questa è una cosa che fa molto male. Si muore di questa cosa qua, se non si accetta la realtà o se si prova a modificarla.
«Léon si torturava per trovare il modo di dichiararsi; e, sempre incerto fra il timore di dispiacerle e la vergogna di essere tanto pusillanime, piangeva di scoraggiamento e di desiderio. Prendeva decisioni energiche, scriveva lettere che poi stracciava, fissava termini che immancabilmente finiva col rimandare. Spesso si metteva in cammino, deciso a ogni audacia; ma la fermezza dei propositi svaniva subito alla presenza di Emma e, quando arrivava Charles e l’invitava a salire con lui sul carrozzino per andare insieme a visitare qualche malato nei dintorni, accettava senza esitazioni, salutava la signora e se ne andava. Dopo tutto, il marito non era forse qualcosa di lei? Quanto a Emma, evitava di domandarsi se lo amasse. Era convinta che l’amore dovesse arrivare di colpo, accompagnato da luci e fragori, simile a un uragano celeste che piomba sulla vita, la sconvolge, travolgendo la volontà come foglie secche, e trascina ogni sentimento nell’abisso. Non sapeva che la pioggia a goccia a goccia crea laghetti sulle terrazze delle case, quando le grondaie sono otturate, e avrebbe continuato a credersi al sicuro se d’improvviso non avesse scoperto una falla nelle sue difese» (Madame Bovary, II parte, cap. IV).
Questa lettura è legata al bovarismo, soprattutto la metafora «Emma crede» perché Emma è cresciuta a letture romantiche, si è nutrita di romanzi romantici, tant’è che quando muore avvelenata dall’arsenico vomita un liquido nero, l’inchiostro che l’ha avvelenata. Crede che l’amore debba arrivare di colpo, accompagnato da luci e fragori, simile ad un uragano celeste, ma invece nella realtà la pioggia entra goccia a goccia e il suo matrimonio, la sua casa, si sta disgregando, ma lei non lo vede, lei vede gli uragani, che ha letto nei romanzi, si crede una di quelle eroine che nessuna è, soprattutto dei romanzi che legge Emma, che sono i romanzi gotici dove succedono delle cose incredibili. Una generazione intera fu avvelenata da questa visione del mondo. In cosa crede Flaubert? crede nella lingua, nello stile, crede nell’arte, ma la parola umana, quella che noi usiamo per comunicare quando parliamo fra noi, quella non serve. Secondo Flaubert, e devo dire ho trovato la stessa opinione in quasi tutti gli scrittori che ho frequentato, non è possibile comunicare il proprio cuore, non si può. L’arte ci riesce, nell’arte riusciamo a comprenderci l’un l’altro, non solo noi stessi, capiamo anche il cuore degli altri. Vediamo questa opinione di Rodolphe su Emma: «Emma assomigliava a tutte le amanti […] Bisogna darci un taglio, pensò, i discorsi esagerati che nascondono gli affetti mediocri, come se la pienezza dell’anima non traboccasse a volte dalle metafore più vuote, dato che nessuno può mai dare la misura esatta dei suoi bisogni, delle sue concezioni o dei suoi dolori, e il linguaggio umano è come un calderone incrinato dove battiamo melodie per far ballare gli orsi, quando si vorrebbe ammorbidire le stelle» (Madame Bovary, Cap. XII, 2 parte). Ci riesce l’arte a fare questo, l’anima trabocca anche nelle parole più vuote e non si coglie. Per comunicare, per conoscersi, c’è questo strumento. O quando con Léon nella terza parte entrambi si costruivano un’ideale al quale adattavano le loro vite passate, si raccontavano di aver vissuto eventi che non hanno vissuto, Emma racconta di quando muore sua madre e lei va a sdraiarsi sulla tomba, non è vero, lei se lo immagina, vuole vedere sé stessa così. Léon a Emma: «Entrambi si costruivano un ideale al quale adattavano le loro vite passate. Del resto, la parola è un laminatoio che allunga sempre i sentimenti» (Madame Bovary, Cap I 3 parte).
Sono poche le volte che Flaubert interviene, qui direi quasi come autore, non solo come narratore, in cui parla del linguaggio, è l’unica cosa che gli interessa veramente. Il laminatoio è uno strumento che serve ad allungare delle lastre di metallo. La parola è come un laminatoio che allunga i sentimenti, la parola parlata, la conversazione. Anche Proust dice la stessa cosa: «la conversazione è inutile, non si comunica veramente». Bisogna capire quali sono i valori, se noi vogliamo cercare dei valori il valore è questo, e nell’aspirare allo stile puro, perfetto, che permette a tutti di entrare nel proprio cuore e nel cuore degli altri: c’è comunque un valore, si lascia agli altri un tesoro. Quando scrive Un cœur simple è disperato per la morte di George Sand, lui dice «sto scrivendo per te una storia che farà piangere anche le pietre». Qui c’è la volontà di comunicare un sentimento.
Che cos’è lo stile? Giuseppina ci legge le ultime parole in cui vince la realtà in questo romanzo: «Dopo la morte di Bovary, tre medici si sono susseguiti a Yonville senza riuscire ad affermarsi; e questo grazie al signor Homais che è riuscito a sbaragliarli tutti. Si sta facendo una clientela vastissima; l’autorità lo favorisce e l’opinione pubblica lo protegge. Gli hanno appena conferito la Légion d’honneur». Questa è la pietra tombale sul sogno di Emma.
Noi concludiamo con l’aspirazione che era quella di Flaubert, a mio avviso perfettamente riuscita, che è quella di dire il vero e non il reale attraverso lo strumento dello stile che è, secondo Flaubert, una maniera assoluta di vedere le cose.
Nota: Trascrizione, rivista dall’Autore, della conferenza tenuta a Brescia all’interno del ciclo di conferenze: “Un Canone letterario per l’Europa”.
