Perché Kaos?

Perché Kaos? Lo abbiamo intitolato così per sottolineare che quello che stiamo attraversando non è semplicemente un momento di crisi. La crisi è costitutiva di ogni organismo: il nostro organismo attraversa, nella vita, numerose crisi; anzi, possiamo dire che è costantemente in crisi, in quanto è costantemente in trasformazione. Noi ci modifichiamo continuamente. Qualsiasi organismo, e ancor più gli organismi politici, si trova in uno stato di continua trasformazione. Si modificano, si adattano; nel momento della crisi, i fattori entrano in un qualche disordine rispetto all’ordine precedente. Il disordine implica l’ordine: non puoi disordinare qualcosa che non sia ordinato. La crisi è tale quando ti appare un disordine dei fattori che tu già conoscevi. Poiché li conoscevi, puoi anche intravedere quali saranno le direzioni che il sistema assumerà per riorganizzarsi in un nuovo ordine. La crisi ha sempre l’aspetto di un riformarsi del sistema, non di una rottura decisiva. Il sistema, in una crisi, si riforma: le crisi industriali, economiche e politiche assumono sempre questa dimensione riformatrice. Poi ci sono i momenti in cui si salta, i momenti di netta discontinuità. Sotto i piedi ti si apre un vuoto: non vivi più in un disordine, ma ti manca il fiato, vivi nel vuoto.

Kaos vuol dire questo. Non ha niente a che fare con il disordine. La parola Kaos significa vuoto, abisso. Il termine della Genesi ha questo significato; nella teologia arcaica greca ha esattamente questo significato: prima di ogni forma, prima di ogni dio, prima del definirsi e del determinarsi di ogni ente, è Kaos. Non è disordine: è l’abisso, il vuoto.

Noi siamo in una situazione del genere. La sensazione che abbiamo è che ci manchi la terra sotto i piedi. Non è una situazione di semplice disordine, in cui conosciamo gli elementi che lo compongono. Il disordine è composto di molti elementi che si conoscono e, su questa base, possiamo tentare di prevedere quale sarà lo sviluppo. Questo oggi ci riesce estremamente difficile, perché il sistema politico, sociale e del lavoro, l’organizzazione di tutti i fattori fondamentali della nostra vita, ha subito una rottura rispetto all’età precedente. Lo dice anche il Papa nella sua ultima enciclica: siamo in un’età di discontinuità, di rottura.

Quali sono gli elementi fondamentali per i quali possiamo dire che non si tratta di una crisi, ovvero di un momento, di un processo di adattamento e di risistemazione di elementi noti, in cui il loro ordine interno semplicemente si riforma, ma che siamo di fronte a qualcosa di radicalmente nuovo?

Per prima cosa, gli equilibri internazionali, che non hanno nulla a che fare né con quelli dell’Ottocento né con quelli del Novecento, cioè con un conflitto tra molte grandi potenze, tutte statuali, tutte tendenzialmente egemoni, che potevano avanzare istanze di una propria egemonia. Gli Stati europei prima della Grande Guerra erano questo: l’Impero austro-ungarico, l’Impero prussiano, la Francia, la Russia, la Gran Bretagna e anche l’Italia. Tutti erano in competizione per l’egemonia nello spazio europeo di allora, che era il centro del mondo. Già soffriva della competizione con gli Stati Uniti e con la Russia; tuttavia, tutti i dati – demografici, economici e così via – mostravano che l’Europa era il centro del mondo: centro culturale, tecnologico e scientifico. Gli europei avevano abitato il mondo nel corso del XIX secolo e fino alla Prima guerra mondiale. Decine e decine di milioni di europei erano andati ad abitare gli Stati Uniti, l’Australia, il mondo intero. L’Europa era ancora il centro del mondo e gli Stati europei erano in conflitto per l’egemonia, ovvero per assumere un ruolo di leadership globale. Questo sistema tracolla in parte con la Prima guerra mondiale e definitivamente con la Seconda. Con la Seconda si stabilisce un nuovo ordine, sostanzialmente bipolare, che regge fino alla fine del secolo.

Questo ordine bipolare oggi è in crisi, ma non perché si siano riaffermati gli Stati secondo l’accezione precedente alla Prima guerra mondiale. Si sono invece formati spazi imperiali, quelli che io chiamo imperi. Questi grandi spazi politico-economico-culturali sono diventati più di due. Agli Stati Uniti e alla Russia si aggiunge l’impero cinese, che nessuno, trent’anni fa, prevedeva in questi termini e che oggi è una potenza non solo economica e demografica, ma anche tecnologica. A differenza del Giappone, che dopo la Seconda guerra mondiale sviluppa la propria economia sulla base di processi imitativi rispetto agli Stati Uniti, oggi la Cina sviluppa una propria tecnologia autonoma e investe risorse straordinarie per potenziarla ulteriormente. Negli ultimi anni, la maggioranza dei brevetti nei settori tecnologici più innovativi è stata di origine cinese, in misura molto maggiore rispetto a quelli americani. Le Silicon Valley cinesi sono più numerose di quelle statunitensi. La Cina è una potenza tecnologica e la competizione tra i grandi spazi imperiali avverrà sempre più sul terreno della tecnologia.

Il secondo elemento di rottura degli equilibri precedenti è che oggi la tecnica è qualcosa di diverso. La tecnica è sempre esistita, ma quella attuale possiede caratteristiche qualitativamente differenti rispetto alle tecniche attraverso cui l’umanità è passata nel corso della sua storia. Qual è la differenza fondamentale? La nostra tecnica ha la possibilità di trasformare, adattandolo secondo i propri scopi, il soggetto stesso della tecnica, cioè l’uomo. La tecnica contemporanea è essenzialmente biotecnologia: capacità di comprendere analiticamente il funzionamento della macchina umana, che ha nel cervello il proprio centro, e di riprodurlo. Essa possiede inoltre la capacità di intervenire sul patrimonio genetico, modificandolo. Le macchine sono diventate spirituali. Un grande esperto del settore, anni fa, intitolò un suo libro L’età della macchina spirituale; recentemente sono usciti volumi come La macchina pensante e La macchina sapiens. Questo rappresenta un netto salto di discontinuità rispetto alla tecnica precedente: la capacità di intervenire attraverso l’editing genomico, la capacità di modificare il nostro processo evolutivo trasmettendo tali modifiche ai discendenti e la capacità di riprodurre l’intelligenza umana. Come? In quale misura? Sono questioni ancora apertissime. Tuttavia, è certo che l’intelligenza artificiale oggi non presenta più il limite che sembrava avere quando avvenne il celebre confronto tra due grandi figure del Novecento: Turing, l’inventore dell’algoritmo che muove la macchina spirituale, e il grande logico Gödel. Secondo quella prospettiva, il nostro cervello sarebbe a stati infiniti, mentre la macchina, per quanto perfezionata, non potrebbe esserlo. Oggi, invece, le macchine attuali operano anch’esse su stati infiniti. Si autoformano e si autoevolvono esattamente come facciamo noi; quindi, questo limite che sembrava invalicabile, in realtà non lo è. Qui c’è un salto enorme. Siamo solo all’inizio delle conseguenze sociali e politiche di queste trasformazioni. Che cosa avverrà non lo sappiamo, perché, a differenza del disordine, non conosciamo i fattori e non conosciamo gli effetti che possono avere. Addirittura, nel caso dell’intelligenza artificiale, potrebbero sfuggirci del tutto, nella misura in cui la macchina può evolversi per conto proprio.

Facciamo un esempio. L’ultima azienda sorta nel campo dell’intelligenza artificiale ne ha realizzata una alla quale tu indichi ciò che ti interessa e l’obiettivo che ti proponi, ed essa elabora autonomamente gli algoritmi necessari per impostare l’intelligenza artificiale che ti servirà a quello scopo. Con questo giochetto hanno mandato a casa settecento tecnici ultraspecializzati, quelli che facevano gli algoritmi. Le conseguenze di questi salti di configurazione degli spazi politici – non più il bipolarismo, ma la Cina, l’India, che sta avanzando a ritmi superiori a quelli della Cina di un tempo, e altri grandi spazi dotati di risorse energetiche straordinarie, come il Brasile e il Sudafrica – sono enormi. Pensiamo inoltre ai grandi paesi del Sud-Est asiatico: immaginate come stanno crescendo il Vietnam e l’Indonesia. Paesi che dispongono di vastissimi spazi; quello più piccolo ha il doppio degli abitanti dell’Italia. Questi grandi spazi sono del tutto intolleranti rispetto a qualsiasi sistemazione del mondo nei termini che abbiamo conosciuto durante la guerra fredda e nel secondo dopoguerra; del tutto intolleranti rispetto a ogni sistemazione monarchica del globo. Questi paesi vogliono accordarsi tra loro. Qual è la loro strategia? Quale destinazione si propongono? Che cosa ne sappiamo? Ci troviamo in una situazione nella quale possiamo soltanto cercare di decifrare un senso, ma con grande fatica.

Che cosa vogliono gli Stati Uniti? Un tempo lo si sapeva. Durante la guerra fredda era chiaro: dapprima una strategia di contenimento nei confronti dell’Unione Sovietica, poi una strategia di attacco sul piano tecnologico, della tecnologia militare, una strategia di “stressamento” dell’Unione Sovietica fino a costringerla alla catastrofe. La guerra è finita con un vincitore indiscutibile, gli Stati Uniti. Era tutto chiaro. Ma adesso qual è la politica che gli Stati Uniti si propongono? Che cosa vogliono? Una risistemazione in chiave monarchica dell’intero globo? Sembrava così con i conservatori degli anni Novanta, ma quel progetto è naufragato. E, anche se oggi venisse riproposto, non avrebbe alcuna possibilità di realizzarsi, perché si scontrerebbe non soltanto con la Cina, ma con tutti i paesi che ho citato prima e che hanno sviluppato un’intesa reciproca. È un’intesa che serve a contenere un’eventuale volontà egemonica da parte degli Stati Uniti, nient’altro che questo, perché tra quei paesi esistono differenze culturali e interessi economici assolutamente insormontabili. È crollato quell’ordine, ma quale ordine può sostituirlo? È possibile una rete di alleanze, di intese, di trattati che contenga le tensioni belliche tra queste potenze? È possibile un federalismo globale?

Ma, per stringere il mondo in questa rete di patti, di trattati e di compromessi, che cosa sarebbe necessario? Sarebbe necessario un federatore, una potenza sufficientemente forte da potersi imporre agli altri con un’intenzione federativa. «Vi convinco a mettervi tutti insieme». Il federatore è un potere riconosciuto dagli altri come superiore, ma, nello stesso tempo, la sua intenzione è quella di unire. Era questa la speranza che molti politici nutrivano quando cadde il muro di Berlino. La vittoria americana era indiscutibile e si pensava che gli Stati Uniti avrebbero utilizzato la propria potenza per assumere il ruolo di federatore. Era finito il mondo bipolare e poteva iniziare un mondo multipolare, policentrico, nel quale fosse chiaro che esisteva una potenza capace di svolgere il ruolo di federatore, riconosciuta come prima inter pares. Questa speranza circolava in tutto il mondo. Ma quell’idea è crollata. Restano le guerre, la minaccia costante della guerra, l’impossibilità di comprendere chi potrebbe assumere quel ruolo e in quale modo, come individuare il luogo nel quale si possa iniziare una strategia di compromesso e di intesa.

Kaos: il vuoto sotto i piedi. Nel saggio scritto con Roberto Esposito insistiamo su questo punto: vi sono epoche nelle quali riuscire a comprendere la storia che si attraversa ha un sapore tragico. Esistono epoche tragiche, e io credo che noi ne stiamo vivendo una. I fatti sono tragici perché è tragica la situazione nella quale ci troviamo.

Si sperava, si coltivava questa idea un po’ utopistica, propria della tradizione liberale e liberista europea, secondo cui la potenza della tecnica – quando dico tecnica intendo il sistema scientifico-tecnologico-economico-finanziario, i cui elementi sono strettamente interrelati – avrebbe creatole condizioni per quella federazione che i politici non sono in grado di realizzare. Diamo il potere alla tecnica. La tecnica ragiona, calcola. Lo diceva già Voltaire: alla Borsa di Amsterdam non hanno mai fatto la guerra. Sì, ma ne hanno determinate infinite. Diamo il potere alla tecnica, sottraiamo sovranità a quegli Stati che hanno fatto guerre su guerre, che hanno condotto l’umanità a queste sciagure. La volontà di potenza è implicita nella politica. Cerchiamo di trasferire la potenza alla tecnica. Se razionalizziamo tutta la nostra vita sulla base della potenza degli algoritmi, forse riusciremo a costituire un mondo globale senza guerra, perché le guerre derivano dalla volontà di potenza del politico.

Questo discorso è tornato, in certi momenti, di grande attualità, perché è il discorso sostenuto da correnti importanti del pensiero politico ed economico americano contemporaneo. La politica deve perdere il comando: esso deve passare al sistema della tecnica, che deve governare. Poi vedremo che cosa succederà. Secondo questa prospettiva, il politico ha svolto il proprio ruolo. Parlo di figure come Musk e di tutto l’entourage ideologico, culturale, ma anche economico e finanziario, che ruota attorno all’attuale governo statunitense. Ed è un discorso che travalica enormemente Trump: è una concezione di fondo. Prendersela, nel bene o nel male, con Trump è ridicolo. Trump è la figurina di copertina; bisogna leggere il libro che sta dietro la copertina. E questo libro dice sostanzialmente una cosa: bisogna decostruire il potere del politico perché, per sua natura, esso ostacola lo sviluppo tecnologico, distrae risorse e capacità creative dal progresso. Il politico democratico deve essere votato; per essere votato deve fornire assistenza, deve prendersi cura del debole. Il politico svolge dunque una funzione di contenimento, di freno rispetto a ciò che dovrebbe essere il valore fondamentale di una società. Più proteggi il debole e più debole esso diventerà; il debole deve essere spinto a crescere, a fare, a produrre. È un discorso affascinante, potente, e produce conseguenze politiche ed economiche impressionanti. Significa smantellare ogni forma di Stato sociale; significa entrare in aperta contraddizione con i corpi intermedi, con le istituzioni della democrazia, come i sindacati, i partiti e tutta l’articolazione politica della democrazia liberale. Anche qui ci troviamo di fronte a una netta discontinuità, a un salto rispetto all’epoca precedente; un salto netto rispetto ai discorsi e alle situazioni nelle quali ci trovavamo fino alla fine dello scorso millennio.

Queste idee avanzano a passi da gigante. Ma qual è il loro limite evidente? E perché, ancora una volta, ritorna il Kaos? Questa strategia non va bene affatto, e non soltanto perché smantella il welfare, ma per un’altra ragione fondamentale: è del tutto falso che possa portare a una pacificazione dei grandi spazi imperiali. Non c’entra nulla. Lo sviluppo della tecnica e l’impressionante crescita tecnologico-militare alla quale assistiamo in tutti i paesi implicano investimenti massicci nel sistema tecnologico-militare. I grandi salti tecnologici sono sempre stati accompagnati da politiche di riarmo e di rafforzamento militare. Eisenhower lo diceva già all’inizio degli anni Cinquanta: il grande pericolo per la democrazia americana è il rafforzamento del sistema economico-militare. Un tempo questo sistema raggiungeva il massimo della sua espansione durante le guerre; successivamente, negli anni del secondo dopoguerra, è diventato un elemento strutturale di tutte le economie dominanti, sia di quella sovietica sia di quella americana. La corsa allo spazio ne è stata un esempio clamoroso. Basta osservare la quantità di risorse che entrambe le potenze hanno messo a disposizione per la conquista dello spazio, perché è quella la conquista fondamentale.

Vi è un’evoluzione: dallo Stato territoriale, delimitato dai propri confini, si passa a una dinamica nella quale nessuno Stato può permettersi di restare fermo. Uno Stato che resta fermo muore. Per non morire deve espandersi verso altri territori, ma soprattutto verso il mare. Se non sei una potenza marittima, il tuo territorio sarà accerchiato dalle flotte nemiche. Successivamente diventa necessario il controllo e il dominio dello spazio aereo. Da qui la corsa allo spazio, che ha avuto un’importanza decisiva nel XX secolo. Il dominio dell’aria coincide ormai con il dominio dello spazio, perché è attraverso lo spazio che transitano milioni e milioni di onde che governano i nostri sistemi di informazione, comunicazione e controllo. Solo dominando lo spazio cosmico si può pensare di esercitare una reale egemonia sulla Terra. Questa tecnocrazia, questo dominio della tecnica, spinge nella direzione della corsa allo spazio. Esistono grandi progetti per rilanciare tale corsa. Il discorso su Marte e sulle missioni spaziali non è fantascienza: rappresenta un orientamento preciso delle grandi potenze, non soltanto di quella americana, ma anche di quella cinese. I cinesi stanno investendo massicciamente nella conquista dello spazio. Non si tratta di ideologia. Senza il pieno controllo dello spazio cosmico attorno alla Terra non sarà nemmeno possibile pensare alla guerra futura. La vittoria sarà garantita dalla capacità di distruggere il sistema informativo e comunicativo dell’avversario. Questa è la guerra del futuro. E per vincerla occorre riprendere un enorme sforzo di investimenti; non bisogna disperdere le risorse altrove. Lo Stato deve smettere, secondo questa logica, di ostacolare il progresso tecnologico e scientifico, perché così facendo indebolisce anche la propria potenza. Se vuoi essere una potenza, tutte le risorse devono essere indirizzate a questo scopo; e, per essere una potenza, devi dominare la tecnica.

Dicevano: in questo modo si realizzerà la pace. Ovviamente non è vero. In questo modo si realizza soltanto una competizione tra le grandi potenze per l’egemonia tecnologica. Si produce una nuova forma di competizione che, pur in termini differenti, ricorda quella esistente prima della Grande Guerra. La differenza è che prima esistevano negli Stati processi di democratizzazione e parlamentarizzazione. Questa politica, che comportava grandi investimenti nel campo militare, si accompagnava necessariamente alla nascita dei primi grandi partiti di massa. La struttura economica industriale era incentrata sulla crescita della classe operaia e su una composizione sociale completamente diversa dall’attuale. È in quell’epoca che iniziano importanti conquiste sul piano dei diritti del lavoro. Tutto ciò oggi non esiste più. E quindi la tecnocrazia potrebbe persino avere ragione quando ritiene di non dover temere opposizioni organizzate: dove sono, infatti, i movimenti di allora? Sono stati distrutti, smantellati. Restano soltanto individui. Solo se questi individui riuscissero a organizzarsi, la tecnocrazia potrebbe averne timore. La massa degli individui isolati le è del tutto indifferente.

Ma tu mi dicevi che questo processo avrebbe condotto alla pace; mi dicevi che, in cambio di tutto ciò, avrei ottenuto la pace. In realtà non mi dai affatto la pace: mi dai soltanto una nuova forma di lotta per l’egemonia tra i grandi spazi imperiali. Ed è esattamente ciò a cui stiamo assistendo. Assistiamo alla vittoria della tecnocrazia e, nello stesso tempo, a guerre sempre più spietate e bestiali, perché in questa nuova competizione è crollata ogni forma di diritto. Tra Stati Uniti e Unione Sovietica vigevano alcune regole che avevano a che fare con il diritto internazionale. Entrambe le potenze, pur impegnate in una competizione durissima, hanno dato vita a trattati di enorme importanza. Esistevano possibilità di intesa; si contenevano reciprocamente e, al tempo stesso, si affrontavano in un duello, in un bellum. Tra duellanti la regola fondamentale è il reciproco rispetto. Il signore non duellava mai con il servo: si duella soltanto tra pari. La forma della guerra era quella del bellum. Questo significava che ciascuna delle due parti riconosceva nell’altra una presenza politica importante e significativa. Non si diceva: «Tu sei il male da eliminare». Si diceva piuttosto: «Tu sei l’avversario con cui trattare», non il male da estirpare.

La differenza è radicale. Se combatto il male, il mio fine deve essere necessariamente quello di eliminarlo dalla faccia della Terra. Un’idea di guerra di questo genere non ha mai caratterizzato il secondo dopoguerra. In parte essa era già apparsa durante la Prima guerra mondiale, quando i grandi contendenti si accusavano reciprocamente di barbarie: «Voi siete l’inciviltà; se vincete voi, vince la barbarie». Tuttavia, esistevano ancora molte voci contrarie a questa impostazione. La tecnocrazia non soltanto non ha impedito la guerra, ma ha favorito il riemergere della sua forma più bestiale. Questo è il suo grande successo sul piano politico: la guerra bestiale. I grandi spazi imperiali si contrappongono ormai secondo la logica dell’inimicizia assoluta e, per questo motivo, la guerra diventa infinita. O si conclude catastroficamente con la vittoria di uno solo e l’annientamento degli altri – e non si capisce bene come ciò possa accadere se non attraverso una distruzione generale – oppure la guerra diventa interminabile. Se combatto l’altro sulla base di interessi e obiettivi determinati, esiste sempre la possibilità della trattativa e quindi del compromesso. Ma se il mio scopo è la vittoria assoluta sull’altro, allora o la ottengo attraverso un conflitto totale – Kant parlava di una guerra di annientamento – oppure la guerra diventa infinita, perché non può realmente concludersi. La guerra contro il male non può avere compimento. Posso soltanto sperare di annientarlo. Se il conflitto tra le diverse potenze si sviluppa su questa base, allora quell’annientamento potrebbe anche verificarsi, attraverso un nuovo conflitto mondiale. È un rischio evidente.

Questa è la situazione tragica nella quale ci troviamo: un salto d’epoca sotto ogni punto di vista e una presunta “speranza” – che in realtà non è tale – riposta in un governo tecnocratico incapace di mantenere la propria promessa. Lo sviluppo della tecnica si incarna infatti nella volontà di potenza degli imperi; diventa uno strumento della loro affermazione. La tecnocrazia comincia dicendo: «Via la politica dal potere». E finisce per riportare la politica al potere nella sua forma peggiore. Questa è la contraddizione immanente di ogni discorso tecnocratico e, nell’epoca attuale, la stiamo verificando ogni giorno nel modo più tragico.

DIBATTITO

  1. Quindi, professore, quale speranza ha il soggetto? Sono finiti gli strumenti sociali, i movimenti di massa? Quali speranze abbiamo di fronte a questo scenario?
  2. Rimane un elemento: la religione. Fino ai primi del 900 la religione dava una prospettiva, ora anche la religione è diventata un elemento per cui, qualunque sia la religione opposta, la si vuole sterminare. Si vuole togliere questo elemento identitario alla controparte. Questo crea disorientamento.
  3. A ottobre sono vent’anni dalla morte della giornalista Anna Politkovskaja. Mi è venuto in mente quando ha parlato della competizione sullo spazio per avere il monopolio della comunicazione o perlomeno per poter influire su di essa. Ma questo non sta già avvenendo drammaticamente all’interno dei singoli stati?
  4. Noto alcune coincidenze: l’altro ieri viene pubblicata l’enciclica del Papa sull’intelligenza artificiale e lei oggi parla sotto un altare. Lei che viene considerato un importantissimo filosofo laico ha molte connessioni con il religioso. Perché questo interesse? La religione può riempire il vuoto dei valori?
  5. A pagina 44 del suo libro lei scrive: «in quest’epoca com’è possibile concepire una tenuta dell’egemonia dell’occidente?» Nella filosofia della modernità si assiste ad una grande pars destruens, una grande critica; ma dov’è la pars costruens, dove sono le proposte alternative? Non le pare che il declino dell’Occidente e l’irrilevanza dell’Europa dipendano proprio da questo? Quale può essere il ruolo dell’Europa nella prospetttiva da lei indicata?

 

Risposta del professor Cacciari

Il processo di globalizzazione si può intendere, ovviamente, in due modi. L’uno è quello tecnocratico, di cui vi ho parlato, ed è un modo molto potente di interpretarlo, perché si fonda sul carattere globale che oggi assumono la ricerca scientifico-tecnologica e i sistemi di produzione, che sono ormai del tutto analoghi tra loro. Oggi i sistemi di organizzazione del lavoro e della produzione sono sostanzialmente analoghi. Il punto è che il mondo è diventato un unico laboratorio. Questo può andare bene, a patto che non diventi un fattore in forza del quale si omologhino tutte le altre forme di vita: la cultura, il linguaggio, le tradizioni, i costumi, la religione. Questi sono elementi fondamentali della nostra identità e bisogna essere consapevoli che il processo che stiamo vivendo potrebbe annullarli. Il grande filosofo russo Vladimir Sergeevic Soloviev ha scritto un testo bellissimo, Il racconto dell’Anticristo, in cui immagina un salvatore dell’umanità che dona pace e benessere a tutti e stabilisce una monarchia universale nella quale scompaiono le diversità di linguaggio, di religione e di costume. Tutti sono perfettamente omologati e tutti vivono in perfetta pace. L’Anticristo è colui che dona sicurezza e pace. Questo è scritto nel Vangelo. È la pace nella quale tutti siamo uguali, nella quale non esiste più conflitto. Ma noi vogliamo una pace in cui la nostra identità venga custodita, una pace nella quale le diverse identità possano essere valorizzate nel rapporto con l’altro. Si tratta dunque di due modi diversi di intendere la globalizzazione: il modo tecnocratico e il modo culturale, politico e filosofico.

Il modo che sta vincendo è il primo. Bisogna essere realisti, perché soltanto quando la diagnosi è spietata si può sperare di ricorrere a terapie valide. Se ci mettiamo a consolarci, non andiamo lontano. Bisogna guardare in faccia la realtà. La religione è un fattore fondamentale, non soltanto per la nostra identità, ma anche per contraddire la prospettiva tecnocratica. Io continuo a dirlo da laico. Negli ultimi anni, l’unica vera organizzazione, l’unica grande forma anche politica che abbia affrontato questi temi con una certa nettezza, è stata la Chiesa. Ancora oggi, con la recente enciclica, essa ha messo in evidenza in modo chiaro il significato di questa prospettiva tecnocratica. Ritengo che oggi una delle voci più significative che contraddicono lo spirito del nostro tempo provenga proprio dalla Chiesa cattolica. Per questo l’attenzione nei confronti di questa realtà è fondamentale.

Le speranze sono di due tipi: quelle cieche e quelle che, faticosamente, aiutano a vedere. Qual era la speranza che ci animava rispetto ai problemi di cui abbiamo parlato? Era la speranza della formazione di un’Europa politicamente unita, un’Europa-arcipelago, nella quale la diversità delle sue aree componesse un arcipelago: tante isole che formano un’unità. Un arcipelago europeo che funzionasse come elemento di connessione tra le diverse parti del mondo. In due sensi. Innanzitutto, come un’area che, proprio nella sua unità, potesse diventare un esempio di processo politico virtuoso per il resto del mondo: noi ci siamo davvero federati, senza creare uno spazio omologante; ci siamo federati per mantenere determinati valori, come la solidarietà e la sussidiarietà, che erano tra i pilastri fondamentali all’origine dell’Unione Europea. Questi principi, però, sono stati progressivamente smontati negli ultimi trent’anni. Sono stati colpiti a picconate, e questo va riconosciuto. È inutile girarci intorno. La speranza era l’Europa, perché quale altro spazio del mondo possiede la cultura e il linguaggio necessari per svolgere questa funzione di connessione e armonizzazione? Né gli Stati Uniti, né la Cina, né la Russia potrebbero mai svolgere un ruolo di questo genere, per ragioni diverse. L’Europa, forse, avrebbe potuto farlo. Lo hanno ripetuto in molti: la missione dell’Europa nel mondo, il suo significato storico, consiste proprio nel connettere, nel far comprendere, nel mettere in comunicazione. Sapete come si traduce in greco la parola “comunicazione”? Logos. Significa collegare, mettere insieme. Il logos europeo è la capacità, e la potenza, di collegare gli opposti senza annullarne l’identità. Questa missione può ancora essere ripresa? L’Europa può ancora diventare una potenza che insiste sul dialogo? Negli ultimi anni questa missione è stata completamente fallita. Un fallimento totale. L’Europa non è riuscita nemmeno a prevenire le guerre civili nel proprio spazio: prima nei Balcani, oggi tra Russia e Ucraina. Bisogna ripartire dalla situazione reale che abbiamo davanti. Le voci dei padri fondatori, dei grandi leader socialdemocratici e cattolico-democratici, sono svanite. Nessuno le ascolta più. Allora perché ci meravigliamo di certi processi politici? È ancora possibile sperare nell’Europa come soggetto capace di svolgere questa funzione? Dobbiamo impegnarci fino in fondo e vedere se ciò sarà possibile. Ma è chiaro che qualunque terapia efficace può nascere soltanto dalla diagnosi più spietata. Un mio maestro diceva che viviamo in un’epoca nella quale anche la più debole speranza deve farsi strada attraverso qualcosa che assomiglia quasi alla disperazione. Mi dispiace non potervi dire di più, ma se dicessi di più vi racconterei soltanto delle storie alle quali io stesso non credo.

Nota: Trascrizione, non rivista dall’Autore, della conferenza tenuta a Brescia su iniziativa della CCDC.

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