La responsabilità dello scrittore

Lorenzo Fazzini

Javier Cercas non ha bisogno di presentazioni. I suoi libri sono trenta e altrettanti i premi che ha ricevuto. Tra i libri più noti c’è Soldati di Salamina (2001), L’impostore (2014), Il sovrano delle ombre (2017). Tra i premi mi piace segnalare soprattutto quelli che riguardano l’Italia come il Premio Letterario Internazionale Mondello (2011) per Anatomia di un istante e il Premio Salone Internazionale del Libro di Torino (per la stessa opera), ma anche premi che sottolineano l’internazionalità del nostro ospite, come l’Independent Foreign Fiction Prize (Regno Unito) per Soldati di Salamina, il Prix Méditerranée (Francia), l’Athens European Prize for Literature (Grecia) fino al premio Taofen (Cina). Il libro Anatomia di un istante ha avuto una trasposizione recente in Spagna in una serie tv. Siamo qui per parlare della responsabilità dello scrittore. Chi ha una responsabilità dovrebbe restituire qualcosa: gli scrittori, in particolare, dovrebbero restituire qualcosa della fiducia e dell’attenzione che noi lettori dedichiamo loro. Chi ha avuto l’occasione ha dato fiducia ed è rimasto coinvolto nel libro che presentiamo questa sera. Io partirei da una frase che ho trovato quest’estate ne Il sovrano delle ombre (p. 165): «dopotutto di solito l’essenziale è invisibile, ma non perché sia occulto, bensì perché è sotto gli occhi di tutti». Questa frase mi ha fatto venire in mente qualche studio di teologia in cui si diceva che il mistero non lo si capisce, non perché sia oscuro, ma perché c’è troppa luce. Inizierei da qui: tu hai incontrato la Chiesa nel tuo ultimo libro e quindi mi viene da chiedere cosa di essenziale hai incontrato che è invisibile perché è sotto gli occhi di tutti.

Javier Cercas

C’è questo personaggio nei Diari di Franz Kafka, un pittore che dice «io parlo tutte le lingue, ma in yiddish», allora io parlo italiano e alcune altre lingue, ma sempre in spagnolo. Io e Lorenzo Fazzini siamo amici e lo siamo diventati grazie al libro Il folle di Dio alla fine del mondo, di cui lui è un personaggio. È la prima volta che un personaggio di un mio libro mi presenta. Sono molto contento, è un personaggio molto importante nel libro e nella stessa esistenza del libro. Il libro nasce da un’opportunità incredibile che mi è stata data dal Vaticano, ovvero la possibilità di viaggiare con papa Francesco in Mongolia e la possibilità di entrare in Vaticano e parlare con la gente vicina al papa e, in generale, con moltissima gente. Il Vaticano mi ha aperto le porte ed è stato Lorenzo a farmi questa proposta, lui mi ha accompagnato. Siamo un po’ Don Chisciotte e Sancho Panza, perché lui è molto alto e io sono basso, un po’ lui è Don Chisciotte e Sancho Panza nello stesso tempo perché è alto e mangia molto. A volte mi hanno chiesto perché la Chiesa mi avesse scelto, perché il Vaticano aprisse le porte per la prima volta a uno scrittore come me. Io sono di educazione cristiana, ma d’altronde lo siamo tutti, come diceva Benedetto Croce tutti siamo cristiani, non possiamo non dirci cristiani, perché l’Europa è cristiana culturalmente. George Steiner scrive nel suo saggio Una certa idea di Europa (2004): «l’Europa è l’incrocio tra Gesù Cristo e Socrate, la ragione e la rivelazione, Gerusalemme e Atene». Tuttavia, io sono ateo o almeno lo ero, oggi non so che cosa sono. Sono sicuramente anticlericale, come papa Francesco, perché la Chiesa di oggi è anticlericale. Io non so perché mi hanno scelto, io credo che lo spirito santo vi ha illuminato per poter scegliere me. Che cosa ho visto che era evidente? Questo libro parla di qualcosa di evidente, ma che tutto il mondo ha dimenticato. Quando Lorenzo viene a cercarmi e mi dice che il Vaticano ha pensato a me per accompagnare il papa e per scrivere un libro, il tema del libro viene immediatamente nella mia testa, perché è un’ovvietà che apparentemente tantissima gente ha dimenticato, anche moltissimi cristiani. Quel giorno, nel maggio 2023, al Salone del Libro di Torino, ho pensato alla mia mamma, una donna profondamente cattolica (nel libro dico che se si paragona la fede della mia mamma a quella di papa Francesco, quella del papa era un po’ fragile). Ho pensato a lei perché quando mio papà è morto lei era convinta che lo avrebbe rivisto dopo la morte. Lo diceva perché questo è nel centro del cristianesimo anche se tantissimi cristiani lo hanno dimenticato. Lo dice San Paolo, colui che ha inventato il cristianesimo. Questa follia è il centro del cristianesimo. Ho capito subito quale doveva essere il tema del libro, che racconta di un folle senza Dio, me stesso, come la maggior parte di noi occidentali, cresciuti nel cristianesimo, ma che hanno perduto la fede: siamo folli senza Dio. Questo ovviamente rimanda al testo di Friedrich Nietzsche, centrale nel mio libro (aforisma 125 de La gaia scienza). Francesco lo chiamo il folle di Dio, è stato il primo papa gesuita, il primo papa latino-americano e il primo a chiamarsi Francesco, come Francesco d’Assisi. Il folle senza Dio che va alla ricerca del folle di Dio fino alla fine del mondo (simbolicamente la Mongolia, dove ci sono solo 1500 cattolici, perché in Mongolia sono di tradizione buddhista) per porre la domanda più evidente, ma allo stesso tempo la più profonda, la domanda che farebbe un bambino: mia mamma vedrà mio padre dopo la morte, sì o no? La persona con più autorità, forse l’unica, per rispondere a questa domanda è il papa. Volevo fare questa domanda e portare la risposta alla mia mamma. Questo libro è un giallo, per me tutti i grandi romanzi sono gialli, perché c’è un enigma che deve essere decifrato. In questo libro l’enigma centrale è l’enigma degli enigmi, l’enigma centrale del cristianesimo, ovvero la resurrezione della carne e la vita eterna. Questa è un’evidenza, ma che tanti cristiani hanno dimenticato. A volte la stessa Chiesa sembra vergognarsi di questo elemento, perché è una follia. Tutti siamo razionalisti nel nostro mondo e l’idea della resurrezione è un’idea pazzesca, ma è il centro del cristianesimo. Questo è quello che voleva dire il teologo Enzo Bianchi quando, a Torino, disse che il suo libro serviva ai cristiani per ricordarsi cose che avevano dimenticato.

Lorenzo Fazzini

È un’evidenza che ti rimando con una frase di un biblista che ho ascoltato venticinque anni fa quando parlava ad un gruppo di medici in un ospedale. Alberto Maggi diceva: «Il cristianesimo non dice tanto che i morti risorgono, ma che i vivi non muoiono». Sei d’accordo?

Javier Cercas

C’è una differenza tra le due? Ci devo pensare.

Secondo me le due frasi vogliono dire la stessa cosa. Questo libro è stata un’esperienza straordinaria. Quando mi chiedono che cosa è cambiato nella tua visione della Chiesa e del Vaticano, la mia risposta è tutto. Non ho trovato niente di quello che mi aspettavo. Io prima di questo libro avevo una vera e propria fobia nei confronti della Chiesa cattolica, come tanti spagnoli. Noi in Spagna abbiamo sofferto una dittatura di quarant’anni che era inizialmente fascista e poi divenne un’invenzione del diavolo: nazionalcattolicesimo. Per noi dittatura e cattolicesimo sono la stessa cosa. Franco è morto quando io avevo tredici anni e io volevo sfuggire dalla mia educazione cattolica. Abbiamo avuto secoli di Chiesa terribile. Il lavoro più importante per poter scrivere questo libro è stato pulire il mio sguardo dal pregiudizio, un lavoro che bisogna fare all’inizio di ogni libro. Se non avessi fatto questo avrei visto nel Vaticano i miei pregiudizi e la mia fobia, per vedere la realtà bisogna pulire lo sguardo. La mia visione è completamente diversa ora, per certi versi mi sono riconciliato con il cristianesimo grazie a questo esercizio di vedere quello che è evidente. È evidente che Cristo fosse un rivoluzionario, un sovversivo, un uomo che diceva cose molto pericolose: «io non sono venuto a portare la pace, ma la spada»; «tutti gli uomini e le donne sono uguali». Parole pericolose all’epoca e anche oggi. Girava con gente emarginata. È stato crocifisso perché era un rivoluzionario. C’è una frase di Charles Péguy, uno scrittore francese, mistico e rivoluzionario, che diceva: «La cosa più lontana dal cristianesimo è lo spirito borghese». Questa è un’evidenza, ma l’abbiamo tutti dimenticata, perché noi non abbiamo conosciuto la Chiesa di Cristo, ma una Chiesa borghese, una Chiesa che sta con il potere, con i ricchi, il contrario di quello che faceva Cristo. In Mongolia ho visto i missionari, che vivono come viveva Cristo, quelli sono i veri cristiani. Hanno abbandonato tutto per aiutare le persone in difficoltà. Questo spirito antiborghese mi ha riconciliato con la Chiesa, questa radicalità. Ad Assisi ho avuto un bellissimo dialogo con il cardinale Zuppi, il quale mi ha detto: «non si può essere cristiano senza radicalità», non esiste un cristiano moderato. Ma noi siamo abituati proprio al cristianesimo moderato. Cristo è un rivoluzionario e quello che mi ha riconciliato è che quest’uomo non era solo un rivoluzionario sociale, ma era radicale, lui si è ribellato contro la morte. Il centro del cristianesimo è la ribellione contro la morte. La resurrezione della carne significa dire di no alla morte. A me questo piace moltissimo, perché la morte non mi piace per niente. Questa è la massima ribellione. È quello che diceva la mia mamma, voglio più vita con mio marito.

Lorenzo Fazzini

Quindi i vivi non muoiono anche se sono morti. In una delle prime interviste su questo libro, a «Repubblica», hai detto qualcosa che mi colpì: «Io ho visto dei missionari che sono andati in Mongolia per dire che esiste la resurrezione».

Javier Cercas

I missionari fanno un lavoro sociale, fanno quello che facevano i cristiani, quello che i cristiani dovrebbero fare. Ho imparato che ci sono tante chiese dentro ad una sola Chiesa. In Spagna ricordo dei giornalisti che dicevano di Francesco: strano un papa che parla dei poveri, dei migranti e dei rifugiati. Ma qualcuno ha letto il Vangelo? È assolutamente normale, ciò che era strano erano i papi che stavano con i ricchi. Papa Francesco faceva quello che dice il Vangelo.

Se la Chiesa e i missionari fossero solo questo sarebbero un’ONG, oltre a questo portano l’idea cristiana della resurrezione della carne e la vita eterna, il centro del cristianesimo. È vero che non lo dicono apertamente, la Chiesa di Francesco non faceva proselitismo, non voleva convertire i poveri, ma il messaggio della croce è comunque quello.

Lorenzo Fazzini

Allora faccio una domanda a cui devi rispondere. È abitudine che il papa, nel viaggio di andata, saluti tutti i giornalisti presenti sull’aereo, io e Javier eravamo gli unici non giornalisti, eravamo imbucati, ma ammessi. Ad un certo punto Javier è sparito insieme al papa almeno per mezz’ora. Raccontaci che cosa è successo.

Javier Cercas

Io volevo parlare con lui e fargli questa domanda: mia mamma vedrà mio papà dopo la morte? Ma non era facile incontrarlo, era appena guarito da una malattia. Nell’aereo gli ho detto che volevo fargli una domanda e lui mi ha detto di andare con lui all’inizio dell’aereo, dove lui va da solo. Lì sono riuscito a porre la mia domanda, la sua risposta è nel libro, non posso dirla ora, è come svelare il finale di un giallo. Posso dire che nessuno ha indovinato la risposta del papa. Io, il folle senza Dio, ho posto la domanda a molti cattolici, la risposta non è mai la stessa, quella del papa arriva alla fine del libro e posso dire che Aristotele sarebbe felice della sua risposta. Aristotele nella Poetica scrive che i migliori finali sono quelli inevitabili e allo stesso tempo sorprendenti. Io giro con una telecamera per riprodurre al meglio le parole e i gesti, ho chiesto al papa se potevo registrarlo e infatti questa conversazione è registrata. Abbiamo parlato molto, ma nel libro non lo racconto, perché ciò che era importante era la risposta alla mia domanda, tutto il resto era irrilevante. L’atmosfera era normale, c’è gente che mi ha chiesto se ho avuto un’illuminazione, no, il papa non era un extraterrestre.

Lorenzo Fazzini

Il papa è stato un testimone che ha lasciato il segno. Quando Javier ha finito di scrivere il libro lo ha inviato a me, ma mi ha chiesto di non leggerlo e di farlo leggere a qualcuno che lo correggesse. Mi era caduto l’occhio sul fatto che la risposta del papa nel manoscritto era qualcosa di davvero molto toccante, la risposta del papa nella prima versione era replicata all’infinito in maiuscolo. Alcune parole ripetute all’infinito, una pagina e mezza di word. Voglio chiederti come mai lo avevi scritto così inizialmente? Era una certezza che ti aveva scosso? Una nostalgia per non avere la stessa certezza oppure quasi freudianamente volevi avere quella certezza e quindi la esprimevi in quel modo? Riportare la risposta in maiuscolo ripetuta cento volte mi ha fatto molto pensare.

Javier Cercas

Il Vaticano mi ha aperto le porte ma non mi ha chiesto di leggere il manoscritto prima di pubblicarlo, potevo scrivere tutto quello che volevo. Ho mandato il libro a Lorenzo per avere un Fact Checker, persone specialiste nel tema trattato che controllano e sempre trovano errori. Ho avuto libertà assoluta, questo lo voglio sottolineare, altrimenti non lo avrei scritto. Nella prima versione non era successa una cosa fondamentale che cambia il senso del libro. Questo libro è un romanzo senza finzione, tutto quello che si racconta è vero. Dalla prima versione all’ultima succede una cosa fondamentale per questo il finale è diverso. Il finale che tu hai letto dove la risposta si ripete all’infinito puoi interpretarla come vuoi, sono i lettori che creano i libri, l’interpretazione è libera. C’è però una cosa che tu hai detto che è vera, nel corso del libro il folle senza Dio ha sempre più nostalgia di Dio, delle sue certezze, della fede. Noi abitiamo un mondo senza Dio, il primo a diagnosticarlo è stato Nietzsche. Nel 1882, nell’aforisma 125 de La gaia scienza intitolato L’uomo folle, scrive qualcosa di straordinario. È la storia di un uomo che in pieno giorno esce di casa con una lanterna e gira per le strade gridando «Dio è morto e noi lo abbiamo ucciso». Molti credono che il folle sia euforico, ma non è così, il folle è disperato, e ha ragione di esserlo perché se muore colui che dava un senso a tutto, se Dio muore, noi che cosa facciamo? Questa domanda è centrale nel nostro secolo. La domanda è: che cosa facciamo ora che non c’è più senso? C’è un testo straordinario di Steiner La nostalgia dell’assoluto (1974), dove scrive che la filosofia del XX secolo – come ad esempio il marxismo, la psicoanalisi, l’antropologia strutturale – vuole sostituire Dio cercando soluzioni assolute. Ma queste grandi filosofie non hanno dato una risposta a tutto, sono state sconfitte. La domanda continua ad esserci. Jean-François Lyotard ne La condizione postmoderna (1979) scrive che la nostra condizione è quella di non avere risposte globali, ma solo risposte parziali. La domanda rimane, il bisogno di un senso rimane. Il folle senza Dio piange. Mi hanno chiesto se con questo libro ho recuperato la fede e ho due risposte. Lorenzo mi ha detto se ti converti non devi dirlo, perché non venderai una copia del tuo libro, solo quando passano diversi anni puoi rispondere. Poi ha continuato: dopo diverso tempo scrivi un libro in cui dici di esserti convertito e ti vendo quattro milioni di copie. Un’altra risposta è questa: io ho avuto nostalgia della fede, chi non ha nostalgia, o meglio, non ha invidia della fede? Come non invidiare la gente che ha una vera fede? Nel libro si parla della fede come un superpotere, come non provare invidia? La fede è qualcosa di strano, non è facile. Nel libro parlo con molte persone e ad un certo punto parlo con il Cardinale Tolentino che è un grande poeta portoghese. Gli dico che la fede è come un’intuizione poetica, è la percezione di un senso là dove la gente normale non vede un senso e lui mi risponde: sì esattamente. Dopo parlo con il papa e gli dico questa cosa e il papa dice no, la fede è un dono, è un regalo. Credo che le due risposte non siano contraddittorie, ma esprimano lo stesso concetto con parole diverse: sono, in fondo, complementari. La fede non è volontaria. Non posso chiedere di avere un’intuizione poetica. Tu hai fede o non ce l’hai. Come si fa a recuperarla se l’hai perduta? Non so come si possa fare. Sono d’accordo con Flannery O’Connor quando dice che avere fede è molto più difficile che non avere fede. Come si fa ad avere fede? Il finale a cui facevi riferimento è l’esplosione di questa nostalgia.

Lorenzo Fazzini

Prima hai detto che hai conosciuto una Chiesa borghese, che non era la Chiesa di Cristo, una Chiesa che stava a braccetto con il potere. Forse è morto il Dio di quella Chiesa lì? Bonhoeffer è la grande risposta a Nietzsche, colui che elabora un cristianesimo in un mondo in cui non c’è Dio, un cristianesimo areligioso. Bonhoeffer viene poi impiccato perché partecipa ad una congiura contro Hitler.

Javier Cercas

Nella Chiesa ci sono due forme di Dio: il Dio dell’Antico Testamento, il Dio minaccioso e il Dio del Vangelo, il Dio dell’amore. Io credo che questa distinzione sia falsa. Credo che si possa accettare che nella Chiesa ci siano queste versioni di Dio, ma ovviamente c’è un unico Dio del cristianesimo, quello del Vangelo. La Chiesa dell’Antico Testamento è una perversione, è una falsificazione della realtà.

Lorenzo Fazzini

L’Antico Testamento è anche le pagine di Osea, di Isaia, dove c’è un Dio tenero, un Dio che pensa di fare il male e poi recede. Quelli che distinguono tra primo e secondo Testamento fanno una divisione un po’ manichea.

Javier Cercas

Certo, ma allo stesso tempo questa distinzione nella Chiesa è vera. Francesco muore venti giorni dopo la pubblicazione del mio libro e muore il giorno in cui in Spagna si vendono più libri. Si diceva che c’era un’operazione di marketing fra il Vaticano e la mia casa editrice per vendere copie. Si diceva anche che il papa era morto dopo aver letto il libro. Dopo la morte del papa molti sono venuti a intervistarmi, mi hanno chiesto come definissi il papa, se fosse un papa rivoluzionario. Io rispondevo dicendo dipende da cosa si intende per rivoluzionario, ma se per rivoluzionario si intende che ha voluto cambiare profondamente la Chiesa, la mia risposta è sì. Nello stesso senso per cui la Chiesa vuole fare una rivoluzione dal Concilio Vaticano II (1962-1965) e qual è questa rivoluzione? Molto semplice e allo stesso tempo molto complessa. La prima intervista al papa la fece padre Antonio Spadaro, un gesuita, il quale gli chiese che intenzioni avesse con la Chiesa, qual era il suo progetto per la Chiesa. Lui risponde subito: «voglio fare uscire Cristo dalla sacrestia e metterlo al centro». È impossibile ascoltare questa risposta senza pensare a Fëdor Dostoevskij e alla leggenda del grande inquisitore, al centro dei Fratelli Karamazov. Questa parabola racconta la storia di un inquisitore, impersonificazione dei terrori della Chiesa, un uomo che fa paura, il fuoco gli esce dagli occhi. Entra in una cattedrale e appare Cristo uscito dalla sacrestia e il grande inquisitore lo guarda con orrore e fa un discorso straordinario, qui ne riportiamo alcuni stralci:

«Invece d’impossessarti della libertà degli uomini Tu l’hai resa ancora più grande! O hai forse dimenticato che all’uomo la tranquillità e addirittura la morte sono più care della libera scelta nel discernere il bene dal male? Nulla attrae l’uomo quanto la libertà della propria coscienza, ma al tempo stesso nulla gli è altrettanto penoso. E invece di saldi principi capaci di mettere una volta per sempre in pace la sua coscienza, Tu hai scelto tutto ciò che vi è di più inconsueto, enigmatico, vago, hai scelto tutto quanto è superiore alle forze degli uomini finendo così per agire come se non li amassi affatto. Tu, venuto a dare la vita per loro! Invece di impossessarti della libertà umana, l’hai moltiplicata, aggravando in eterno coi tormenti della libertà il regno spirituale dell’uomo. Noi abbiamo invece preso la spada di Cesare, e così facendo ti abbiamo ovviamente rifiutato per seguire lui. Con noi, invece, saranno felici tutti, e smetteranno di ribellarsi e sterminarsi a vicenda, come oggi avviene in ogni luogo della terra con la tua libertà. Oh, li convinceremo che diventeranno liberi soltanto abdicando la loro libertà in nostro favore e sottomettendosi a noi. Si convinceranno da sé che abbiamo ragione ricordando verso quali orrori di schiavitù e smarrimento li portava la tua libertà. Allora daremo agli uomini una quieta, umile felicità, la felicità dei deboli, quali essi sono stati creati. Li persuaderemo, infine, a non inorgoglirsi, perché elevandoli tu li hai resi superbi, dimostreremo loro che non sono forti, che sono soltanto poveri bambini, ma che la felicità dell’infanzia è di tutte la più dolce».

È un testo incredibile. Dostoevskij voleva dire che la storia della Chiesa cattolica è la storia di un tradimento del Vangelo e Francesco diceva esattamente la stessa cosa. Un teologo tedesco suddivide la storia della Chiesa in tre periodi: il cristianesimo primitivo, fino a Costantino; il cristianesimo del clericalismo e del potere; e, infine, una terza fase, che ha inizio con il Concilio Vaticano II, quando la Chiesa riconosce di aver imboccato una strada sbagliata e avverte la necessità di ritornare alla Chiesa di Cristo. Questa è la rivoluzione che proponeva Francesco. Un papa non può compierla da solo, ma Francesco ha indicato chiaramente la strada da seguire. Un pontefice, infatti, non può fare tutto: l’idea che abbia un potere assoluto è ridicola. La Chiesa è una realtà troppo complessa, al cui interno si intreccia il mondo intero.

Lorenzo Fazzini

Nel libro e anche nell’intervista che hai rilasciato per il «Giornale di Brescia» parli anche del linguaggio della Chiesa. Visto che tu fai di mestiere lo scrittore pensa a tre parole nuove che la Chiesa dovrebbe dare al mondo di oggi che è un mondo in cui sembra ci stiamo preparando letteralmente alla terza guerra mondiale, non più tanto a pezzi, ma veramente.

Javier Cercas

Io non posso dare tre parole nuove. Quello che si deve fare è utilizzare le vecchie parole in un modo nuovo. Non possiamo inventare nuove parole, possiamo dire parole vecchie in una forma nuova e diversa. La parola amore ad esempio è fantastica, ma si deve dire in contesti diversi. La Chiesa aveva una fobia anti-sessuale, il sesso non veniva associato all’amore. Bisogna utilizzare le stesse parole in una forma più fresca, più attrattiva. Cristo era un uomo che ha cambiato il mondo con il suo agire e il suo parlare, il suo linguaggio era straordinariamente attrattivo. La prova sono i Vangeli. Da una parte il linguaggio della Chiesa è vecchio, dall’altra è criptico. La parola più importante del papato di Francesco non la capisce quasi nessuno: sinodalità. È una parola importante, vuole dire fare il passaggio da una Chiesa verticale ad una Chiesa orizzontale. Significa ritornare al cristianesimo primitivo, che era qualcosa di rivoluzionario, le decisioni si prendevano insieme. Sinodalità vuol dire democrazia, potere del popolo. Francesco voleva fare questo, ma nessuno lo capiva. Un linguaggio che si capisce in una forma energica, come i poeti che usano le parole della gente comune ma le trasformano in qualcosa di attrattivo.

Lorenzo Fazzini

Arrivo all’ultima domanda, che parte dall’inizio, la responsabilità dello scrittore. Qual è la responsabilità più grande che senti dopo aver scritto questo libro?

Javier Cercas

È la stessa di sempre. Raccontare la realtà con la massima complessità possibile. Tutte le realtà. La mia responsabilità era non semplificare le cose. Il centro di questo libro è: che cosa facciamo oggi? Quando viviamo in un mondo senza Dio, ma con la religione, con il desiderio di ribellarci contro la morte. Che cosa dice la Chiesa? La mia responsabilità è essere il più onesto possibile ed esprimerlo nella forma più attrattiva possibile. La cosa che più mi è piaciuta di questa esperienza è il senso dell’umorismo. Ho letto quasi tutto quello che ha scritto papa Francesco e il pensiero più importante lo ha detto a voce: «la cosa più vicina alla grazia divina è il senso dell’umorismo». Questa è la cosa più profonda che ha detto il papa, è un modo di rivoluzionare la Chiesa. Noi non associamo immediatamente Chiesa e umorismo, al contrario, nel libro cito di una frase di Émile Cioran, il quale scrive: «tutte le religioni sono crociate contro l’ironia». Io credevo profondamente a questa frase, l’ironia è importantissima, non voglio stare in un posto dove non c’è spazio per l’umorismo, per le risate. Nietzsche ne L’Anticristo parla di facce da funerale. Se la fede fosse vera sareste contenti, non avreste quelle facce. Quello che ho trovato in Francesco è una rivendicazione radicale del senso dell’umorismo. Quello che mi rende più felice è che le persone mi dicano che ridono mentre leggono questo libro. Io credo onestamente che questo libro è un grande scherzo, una barzelletta seria. I grandi romanzi sono grandi barzellette, ma molto serie. Presentare una cosa così, vecchia duemila anni, con occhi nuovi e in una forma fresca è la responsabilità dello scrittore. La responsabilità dello scrittore è mostrare la realtà come se la vedessimo con occhi nuovi, come se non l’avessimo mai vista. Come diceva un teorico russo del Novecento Viktor Šklovskij «de-automatizzare la realtà», è questa la missione e la responsabilità dell’arte in genere e della letteratura in particolare. Mostrare ciò che è evidente come se lo vedessimo per la prima volta, con tutte le sue sfumature e qualità che avevamo dimenticato.

Nota: trascrizione, non rivista dagli autori, della conversazione tenuta a Brescia su iniziativa della CCDC il 25.9.2026.

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