
Detti e Contraddetti 1998-2002
Il terzo volume che raccoglie i testi della rubrica Detti e contraddetti, tenuta ininterrottamente per il Giornale di Brescia dal fondatore della CCDC prof. Matteo Perrini dal 1998 al 2007, è stato edito nel 2018.
Si riporta di seguito la Premessa di Matteo Perrini, che viene riportata in tutti e quattro i volumi.
Ci sono cose da ri-dire, da far conoscere, se tenute nascoste, e da riproporre perché vere e coraggiose; ce ne sono altre da contra-dire, perché in tutto o in parte non vere. Parlare senza circonlocuzioni, con lealtà (alternando documenti, riflessioni personali e citazioni capaci di conferire il fascino della bellezza a valori universalmente umani), è un privilegio che mi è stato concesso, in una sorta di appuntamento del giovedì con la mia città, attraverso le colonne del Giornale di Brescia.
Il colloquio si estende a quanti idealmente fanno parte di quella Società degli Apoti, cara a Giuseppe Prezzolini, i cui soci sono appunto «quelli che non la bevono» e che, pur non rinunciando alla pietà per l’uomo, intendono resistere alla stupidità e alla prevaricazione. Apoti, quindi, sono in primo luogo quanti vogliono giudicare uomini ed eventi senza iattanza, ma anche senza lasciarsi intimidire dagli idoli di turno.
Il desiderio di verità è il primo dei nostri doveri e occorre ridestarlo senza sosta in sé e negli altri, farlo prevalere su qualsiasi calcolo e istinto. In un mondo che rischia di annegare coscienza e intelligenza nell’oceano della chiacchiera, al desiderio di verità oggi più che mai si devono accompagnare uno stile essenziale e l’umile capacità di ascoltare tutto quello che di vero, di bello, di grande e magnanimo è stato pensato, contemplato, voluto dai nostri simili nel cammino della storia.
Denudare i sofismi che si annidano in tanti slogan, gli assunti nascosti dietro le parole, la vigliaccheria morale che vorrebbe apparire come buon senso e modernismo costa sempre una dolorosa fatica, ma a quel compiti non ci si può sottrarre in un «diario pubblico» come questo. Vorrei, però, che da ogni riga risultassero evidenti le ragioni del rifiuto di quei maîtres à penser che hanno consegnato l’uomo contemporaneo all’indifferenza etica: esse sono originate dall’ansia per l’uomo e dalla speranza di una città futura più fraterna, non dalla retorica del disincanto.
Un’ultima dichiarazione d’intenti. L’autore di queste «schegge» ritiene di dover documentare, anche con l’assiduo ricorso alla poesia, l’incoercibile aspirazione dell’uomo a ciò che lo fonda e lo trascende, così come l’animazione in ultima analisi evangelica di ogni umanesimo. Nel clima culturale odierno ciò che più conta, ai suoi occhi, è che si esca da un atteggiamento di rifiuto aprioristico, dal pre-giudizio che vieta la domanda metafisica e religiosa, dichiarando insensata la stessa domanda di senso. «Se si ha paura della verità – osservava Wittgenstein – non si sospetta mai la piena verità». E ciò comporta per l’uomo una perdita secca.