Intervista a Marc Rothemund

La Rosa bianca, insieme a Rosenstrasse di Margarethe Von Trotta e La caduta di Hirschbiegel, è uno dei primi film sul nazismo. Perché ci sono voluti 60 anni prima di fare film del genere?
Effettivamente l’interesse dei tedeschi nei confronti dei film che raccontavano il periodo
nazista non è stato molto forte dopo la fine della seconda guerra mondiale, perché tutti
erano impegnati nella ricostruzione, ma non dobbiamo dimenticare alcuni importanti film
tedeschi come Il tamburo di latta del 1979 e Die weisse Rose di Michael Verhoeven, un
film del 1981 che descriveva l’evoluzione del gruppo della Rosa bianca, interropendosi con
l’arresto dei suoi componenti, proprio il punto da dove invece parte il mio film. All’epoca il
governo tedesco tentò di impedire l’uscita del film di Verhoeven perché non voleva
rivangare delle ferite che si erano appena rimarginate, ma il regista ebbe molto coraggio
proseguendo per la sua strada. Quando uscì il film le sentenze del tribunale che aveva
condannato i membri della Rosa bianca avevano ancora valore legale e solo dopo qualche
anno il governo ha considerato tali sentenze un crimine. Dopo la riunificazione il governo
tedesco ha avuto il suo da fare per ricostruire il paese e solo oggi abbiamo una nuova
generazione di registi interessati a quel periodo e ai racconti dei loro nonni, persone con
una coscienza così sporca che non ha permesso loro di parlare per anni di quel tragico
periodo ai propri figli o nipoti. La nuova generazione pone invece delle domande dirette ai
testimoni dell’epoca. Nel 2004 abbiamo ricevuto un grande supporto per la realizzazione di
questo film. La nostra generazione di registi non sente nessuna colpa e, al contrario dei
nostri colleghi più anziani, scegliamo di fare film emozionali che muovano le coscienze.
Spero che le generazioni a venire continuino a raccontare queste storie perché credo che
le lezioni del passato possano essere utili per costruire un futuro migliore.

Il suo però sembra proprio un cinema politico, non solo emozionale.
Questo era in effetti il nostro intento. Negli anni 70 e 80 era più facile portare alla riflessione attraverso gli slogan politici e le persone erano più legate al ricordo del periodo della guerra. Oggi, invece, possiamo usare altri canali per arrivare alla coscienza delle persone e quindi c’è bisogno di un approccio più emozionale.

Cosa l’ha spinta a voler portare questa storia sul grande schermo?
Quello che si collega sempre alla figura di Sophie Scholl è studentessa-volantini-pena di
morte. Due anni e mezzo fa, in occasione dei 60 anni dalla morte di Sophie Scholl, i giornali
hanno pubblicato tanti articoli e così sono venuto a conoscenza dell’esistenza dei verbali
dei suoi interrogatori che non erano mai stati resi pubblici. Gli ultimi giorni della sua vita
sono stati documentati parola per parola e se leggiamo questi verbali degli interrogatori, ci
accorgiamo che Sophie Scholl ha mentito, come avrebbe fatto chiunque altro, per difendere
la propria vita. In Germania Sophie è considerata una martire, ma nessuno sapeva che
aveva combattuto, attraverso la menzogna, per salvare la propria vita e quella degli altri
componenti del gruppo. Non ho fatto questo film per il popolo tedesco, ma per scoprire la
persona che c’era dietro Sophie Scholl. Il mio film, infatti, non si limita a riflettere su un
personaggio, ma indaga sulle sue emozioni più profonde.

La "Rosa bianca" è uno dei principali movimenti di resistenza al governo nazista. Perché nel mondo si sa così poco di questo importante gruppo?
Per otto mesi ho viaggiato nel mondo per accompagnare il mio film e ho saputo dagli
studenti che nei loro curricula scolastici era previsto lo studio del nazismo in Germania. Il
problema è che c’è così tanto da dire su Hitler e sulla guerra che sembra non resti spazio
per parlare anche della resistenza. Inoltre, penso che gli altri paesi abbiano sofferto così
tanto a causa della Germania che forse non c’era spazio nel loro cuore per certe cose, ma
ora, 60 anni dopo, è forse arrivato il momento di capire che c’erano tedeschi impegnati
nella resistenza e che quella della Rosa bianca era la forma più importante perché partita
dai giovani. Ci sono stati anche dei movimenti di resistenza religiosa e militare, che però
avevano tratti antisemiti.

Perché solo nel 1985 il governo ha riabilitato il gruppo della "Rosa bianca"?
Negli anni 80 erano tutti molto contenti che il mondo avesse ripreso a parlare del nostro
paese non come la Germania nazista, ma come Germania tout court, e c’era il timore che si
potessero rivangare gli eventi del passato, il che significa riportare alla mente 50 milioni di
morti, dei quali 6 milioni ebrei e un milione e mezzo bambini. Il gruppo della "Rosa bianca"
è il più importante gruppo della resistenza tedesca e in Germania abbiamo centinaia di
scuole che portano il nome di Sophie Scholl e tante altre che portano il nome di altri
componenti del gruppo.

Com’è stato accolto dal pubblico il suo film?
Per me è stata una gioia immensa sapere che La rosa bianca è stato il film drammatico più
visto della scorsa stagione in Germania: ha avuto un milione di spettatori e molti di questi
erano giovani. Il film non invita solo al confronto col passato, ma fa anche domande rivolte
all’oggi, alla possibilità di avere un coraggio civile oggi. Abbiamo viaggiato molto nei mesi
passati e il film ha ricevuto dovunque un’ottima accoglienza, con notevole eco anche in paesi dove le dittature sono sopravvissute fino agli anni 80 e 90.

Sophie Scholl in Germania è considerata una specie di santa, lei ha voluto dedicare questo film alla figura di una martire?
Sophie è un personaggio importante in Germania, a lei e ai membri del suo gruppo, sono
intitolate centinaia di scuole. Nel mio film volevo mostrare Sophie come donna, il suo vero
carattere attraverso le sue parole. All’inizio vediamo che lei si dichiara innocente e quasi
riesce a farsi credere ma dopo, di fronte all’ineluttabilità delle prove, esce fuori tutto il suo
carattere, la sua fierezza. E’ diventata un’eroina sì, ma quel che volevo raccontare era
soprattutto la sua storia di essere umano, come tutti.

Eppure una figura come quella di Sophie Scholl non è tra quelle storiche maggiormente
conosciute.
Mi sono accorto, girando per promuovere il film in paesi come la Gran Bretagna, la Polonia
e la Francia, che la storia tedesca che si insegna nelle scuole è concentrata soprattutto sul
nazismo. Del resto c’è talmente tanto da dire su ciò che la politica di Hitler ha provocato
che sembra non esserci più spazio per parlare della resistenza tedesca. Dopo 60 anni trovo
sia giusto conoscere invece questo aspetto, parlare di coloro che hanno perso la vita per
essersi opposti al regime. La Rosa Bianca è uno dei movimenti di resistenza, quello dei
giovani che lottavano per i diritti umani, ma molti furono i gruppi che si opposero ad Hitler,
molti religiosi e anche militari.
 

Julia Jentsch è una straordinaria Sophie. Come ha scelto questa attrice?
Ho visto Julia a teatro, in una rappresentazione dell’Otello, e mi ha colpito subito per la sua
intensità recitativa. Quando le ho parlato di un film sulla Scholl ho capito subito che sarebbe
stata disposta a fare qualsiasi cosa pur di interpretare Sophie. Ha dimostrato un grande
spirito di abnegazione e uno straordinario professionismo. E’ un’attice giovane ma ha la
grinta necessaria per un ruolo come questo. Trovo che la sua Sophie sia magnificamente
umana e autentica.

Lei ha avuto modo di studiare i verbali originali degli interrogatori e anche di ascoltare
testimonianze autentiche. Che tipo di difficoltà ha incontrato?
Accedere a questi documenti inediti è stata un’esperienza straordinaria. Ho avuto un
grande supporto per la realizzazione di questo film che, per me, ha anche il significato di
tenere vivo il senso di responsabilità delle persone. Al contrario delle generazioni
precedenti, noi non facciamo film politici ma emozionali. Sono felice di aver portato avanti
questo progetto e di aver potuto raccontare la storia di Sophie Scholl attraverso le sue
parole.

 

Fonte: www.barzandhippo.com 

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