La lezione di Giobbe oltre la protesta e la ricompensa

Nell’economia dell’Antico Testamento il Libro di Giobbe segna una svolta. L’umanità non ha mai cessato di leggerlo. Giobbe, l’uomo giusto nella desolazione più nera, è sconfitto nel suo implacabile contendere con Dio, o Dio è vinto dalle “ragioni” di Giobbe, e noi ci ricorderemmo di lui proprio a causa del suo prevalere sull’Onnipotente? O forse il rapporto tra Giobbe e Dio si pone al di sopra del dilemma vittoria-sconfitta? Due pensatori, Schopenhauer e Kierkegaard, fuori dell’orizzonte cristiano l’uno e grande cristiano l’altro, hanno preso sul serio Giobbe e hanno fatto benissimo perché il dolore risveglia nell’uomo la coscienza metafisica ed in ultima analisi è il “soffro, dunque sono” il punto di partenza di ogni serio interrogare se stessi e gli altri sul senso della vita. E chi meglio di Giobbe ha saputo sviscerare i termini della tremenda questione? Per questo potremmo anche noi prendere in mano quel testo – un libro di assalto alle false evidenze e di domande che mozzano il fiato – e lasciarci mettere in discussione da esso.

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In Giobbe la protesta contro il destino di atroce soffe¬renza, che sconvolge i suoi giorni, è così radicale da sembrare, a prima vista, un formidabile atto di accusa contro il Signore e una negazione totale della provvidenza dell’Altissimo. Ma con il Libro di Giobbe entra nella storia una nuova e più alta visione dell’uomo, di Dio e del loro rapporto.
Punto primo. Ogni grande sistema concettuale tende a cancellare il problema, soprattutto se il problema è quello della sofferenza, peggio ancora della sofferenza immeritata. Nelle costruzioni spiegatutto il principio onnivoro è quello formulato da Hegel: “Tutto ciò che è reale, è razionale”. Ebbene Giobbe è lì a gridare che l’irrazionale irrompe nell’esi¬stenza, che il male c’è e il dolore degli uomini è una realtà, spesso terribile, con la quale prima o poi tutti sono chiamati a misurarsi.
Punto secondo. La realtà effettuale del dolore e del male nell’esistenza degl’individui e dei popoli ci impone di non continuare a dire, mentendo, che su questa terra l’innocente e il giusto hanno inevitabilmente la meglio. No, grida Giobbe, non c’è equazione in questo mondo tra virtù e felicità, tra vita buona e gioia. Quell’equazione non è affatto la regola dell’avventura umana. Rifiutando la menzogna consolatoria, secondo la quale ognuno ha qui ed ora quello che si è meritato, Giob¬be col suo “caso” mette a tacere una volta per sempre le false certezze della morale retributiva, che chiama in causa nientemeno Dio a garante dei suoi sofismi. La disumanità di una siffatta concezione della vita – che è poi quella dei cattivi e petulanti “difensori” di Dio – è bollata con parole di fuoco. Se poi ci proviamo a paragonarla con le beatitudini del Discorso della Montagna, se ne misura tutta l’abissale distanza! Il Libro di Giobbe apre, dunque il varco a una ben diversa visione del mondo e di Dio.

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Hanno un altissimo significato le parole ricche di fede con cui Giobbe si mette nelle mani di Dio: “Nudo uscii dal seno di mia madre, e nudo vi tornerò. Il Signore ha dato, il Signore ha tolto. Sia benedetto il nome del Signore!” (Gb 1,21). Tuttavia il testo biblico si spinge ben oltre, verso profondità fino a quel punto sconosciute. Sì, è vero, il racconto ha una coda posticcia: a Giobbe verranno restituite le sue fortune e la sua salute. Ma chi sanerà mai la ferita dell’abbandono da parte delle persone che a lui erano più care? E che senso ha un risarcimento “pro-tempore”? La tragedia di Giobbe è stata rappresentata in modo sublime, ma l’epilogo che vi è stato aggiunto non è omogeneo ad essa. Contro tutte le considerazioni precedentemente svolte, la conclusione consolatoria è una grossolana ricaduta in quella “logica mondana” contro la quale il Libro di Giobbe è stato scritto. La vera bestemmia, infatti, consiste nel far coincidere il giudizio di Dio sull’uomo con la sua “riuscita” terrena. In una prospettiva così grossolana l’insuccesso terreno e la morte ignominiosa di tanti testimoni di Dio, da Isaia a Paolo di Tarso, assumerebbe immancabilmente il significato di “prova” della condanna del loro sacrificio da parte di Dio stesso! Grazie a Giobbe, noi sappiamo che le cose non stanno così. Quando l’umanità lo comprende, la sua coscienza realizza uno straordinario balzo in avanti. La morale retributiva e la logica mondana cedono allora il passo a ciò che le nega e le supera da ogni lato.

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La “vera” conclusione del Libro di Giobbe a me pare di ravvisarla nel passo 42,5: “Di te; Signore, avevo sentito parlare, ma ora che i miei occhi Ti hanno visto, tremo di pena per l’argilla mortale”. Ecco, la pretesa dell’uomo giusto di essere qui e ora felice, per quanto comprensibile e naturale essa sia, cede di colpo a qualcosa di totalmente superiore e inaspettato. Ora che gli occhi di Giobbe hanno visto il Signore, nel suo cuore subentra il disinganno anche su se stesso. Quel provare compassione per l’argilla mortale, cioè per sé e per i suoi simili, coincide infatti con una illuminazione interiore e nasce solo da essa.
Non è, dunque, Giobbe che ha sbugiardato Dio, né Dio che ha piegato Giobbe. Dio, però, ha rifiutato con orrore i ragionamenti ottusi dei suoi “apologisti”, che osano confondere la loro meschina, ripugnante disumanità con i pensieri dell’Altissimo. Il Signore è venuto da Giobbe, donandogli un cuore nuovo e una ben diversa intelligenza della vita. Ebbene, ciò vale per Giobbe incomparabilmente più del riconoscimento del suo essere “giusto” ed è al di là di ogni considerazione di ricompensa. La contestazione, il calcolo, per altro sempre azzardato, del meritare e dell’avere appaiono ora, al cospetto di un dono che supera ogni attesa, privi di consistenza, un qualcosa di cui, anzi, si deve aver pietà, proprio perché Dio è infinitamente più grande del nostro cuore e dell’inaffidabile aritmetica di ogni morale retributiva.
A quel punto per Giobbe il futuro e il passato scompaiono. Le stelle mattutine esplodono in canto, come all’alba della Creazione, e lui, l’uomo che ha conosciuto il soffrire nei suoi aspetti più devastanti, può di nuovo contemplare il mondo e far sue, finalmente, le parole di Dio: “Ecco, è cosa molto buona” (Gen 1,31).

Giornale di Brescia, 18.2.1997.

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