L’audacia della fraternità

Tematiche: Spiritualità

Cari fratelli e sorelle, cari amici,

Il libro al centro del nostro incontro porta come titolo «l’audacia della fraternità». Non è un libro ma piuttosto una piccola antologia intorno al tema della fraternità. È una raccolta di testi scritti nel corso degli ultimi anni su questo tema. Un tema divenuto centrale nella mia vita di vescovo in Algeria, ma già presente molto tempo prima, sin dalla mia entrata nell’ordine domenicano, dove ho ricevuto il titolo più importante per me, quello di fratello. Ed è sempre il mio titolo preferito anche da vescovo e cardinale.

Questo interesse particolare per la fraternità ha diverse fonti.

  1. Innanzitutto c’è la mia vita nella Chiesa d’Algeria.

La nostra prima testimonianza, e la nostra esperienza, è che si può vivere veramente come fratelli e sorelle, anche se di religione differente. Tornato dal suo viaggio in Africa, papa Leone ha detto: «in Algeria abbiamo mostrato al mondo che è possibile vivere insieme come fratelli e sorelle, anche di religioni diverse». È possibile ed è bello. Questa fraternità ha tanto più gusto perché ha superato la barriera della differenza culturale e religiosa. L’incontro, la vita, ci permettono di riconoscerci fratelli e sorelle di un unico Padre, nonostante la differenza religiosa che potrebbe facilmente separare, giudicare, spaventare. Da estranei, forse persino da nemici ancestrali, possiamo diventare fratelli. E il nostro mondo ha bisogno urgente di questa fraternità, che è al cuore del Vangelo.

Cristo, rivelandoci il creatore del cielo e della terra come Padre suo e Padre nostro, fa dell’umanità intera un’unica famiglia, una comunità di fratelli e sorelle. Non misureremo mai pienamente ciò che questo significa davvero: guardare ogni persona che incontriamo come un fratello o una sorella… Questa era la folle ambizione di san Charles de Foucauld che voleva essere un fratello universale ed ha vissuto questa ambizione, questa vocazione, condividendo la vita semplice e povera dei suoi vicini tuareg nell’estremo sud algerino. Era venuto per evangelizzarli, per convertirli dall’islam al cristianesimo, ma alla fine ha saputo mettersi al loro ascolto, scoprendo una cultura e una fede insospettate. Sul punto di morire, furono loro a prendersi cura di lui e a salvargli la vita. Comportandosi con lui come con un fratello, gli hanno permesso di realizzare la sua vocazione di fratello universale. La fraternità infatti, si riceve tanto quanto si dona.

  1. In secondo luogo, poi, c’è stato papa Francesco.

La fraternità è una delle chiavi di comprensione di tutto il suo pontificato. Lo mostro nella lettera pastorale «Costruire la fraternità» che si trova in questo libro.

È sorprendente rendersi conto che l’espressione cammino di fratellanza figura tra le primissime parole pronunciate da papa Francesco, la sera del 13 marzo 2013, dal balcone della basilica di San Pietro:

«E adesso, incominciamo questo cammino: vescovo e popolo. Questo cammino della Chiesa di Roma, che è quella che presiede nella carità tutte le Chiese. Un cammino di fratellanza, di amore, di fiducia tra noi. Preghiamo sempre per noi: l’uno per l’altro. Preghiamo per tutto il mondo, perché ci sia una grande fratellanza. Vi auguro che questo cammino di Chiesa, che oggi incominciamo e nel quale mi aiuterà il mio Cardinale Vicario, qui presente, sia fruttuoso per l’evangelizzazione di questa città tanto bella! (Vaticano, 13 marzo 2013)

Tutti ignoravano ancora la direzione inattesa che avrebbe preso questo cammino. Lo stesso papa Francesco lo ignorava. Perché è un cammino che si tratteggia un incontro dopo l’altro. Più tardi, durante il suo viaggio in Iraq, dirà di essere venuto come pellegrino e penitente, elevando così il cammino della fraternità al rango di pellegrinaggio. Senza dubbio questo cammino deve molto alla relazione di fraterna amicizia con il Grande Imam di al-Azhar, che sarà direttamente all’origine del documento firmato il 4 febbraio 2019 ad Abu Dhabi sulla fratellanza umana.

La dichiarazione di Abu Dhabi è un’iniziativa assolutamente inedita. Due credenti, che hanno intessuto un legame di amicizia e che hanno consapevolezza della loro responsabilità di capi spirituali di primo piano, lanciano un appello alla fratellanza umana, come si lancia un grido di allarme. C’è l’urgenza di guardare il mondo in faccia, di denunciare l’ingiustizia, l’oppressione in tutte le sue forme comprese quelle economiche, la violenza compresa quella in nome di Dio. Essi dichiarano di voler adottare «la cultura del dialogo come via; la collaborazione comune come condotta; la conoscenza reciproca come metodo e criterio»:

«Noi – credenti in Dio, nell’incontro finale con Lui e nel Suo Giudizio –, partendo dalla nostra responsabilità religiosa e morale, e attraverso questo Documento, chiediamo a noi stessi e ai Leader del mondo, agli artefici della politica internazionale e dell’economia mondiale, di impegnarsi seriamente per diffondere la cultura della tolleranza, della convivenza e della pace; di intervenire, quanto prima possibile, per fermare lo spargimento di sangue innocente, e di porre fine alle guerre, ai conflitti, al degrado ambientale e al declino culturale e morale che il mondo attualmente vive.» (Dichiarazione di Abu Dhabi 4 febbraio 2019)

Due anni dopo, in occasione della prima giornata internazionale della fratellanza umana, il 4 febbraio 2021, papa Francesco ribadisce l’urgenza della fratellanza che definisce la nuova frontiera dell’umanità al giorno d’oggi:

«Grazie a tutti per aver scommesso sulla fratellanza, perché oggi la fratellanza è la nuova frontiera dell’umanità. O siamo fratelli o ci distruggiamo a vicenda. Oggi non c’è tempo per l’indifferenza. Non possiamo lavarcene le mani, con la distanza, con la non-curanza, col disinteresse. O siamo fratelli – consentitemi –, o crolla tutto. È la frontiera. La frontiera sulla quale dobbiamo costruire; è la sfida del nostro secolo, è la sfida dei nostri tempi.»

Questa dichiarazione preparerà la strada all’enciclica «Fratelli Tutti» con la quale papa Francesco ha radicato ancor più il suo pontificato nella fraternità.

L’esperienza della Chiesa d’Algeria e l’esempio di papa Francesco, ecco due fonti d’ispirazione per me importanti.

***

Ma che cosa intendiamo quando diciamo fratellanza?

Lungi dall’essere un valore debole e consensuale, la fratellanza è un valore esigente. Essa si decide tanto quanto si riceve, e affonda le sue radici nella profondità del mistero della croce.

Una fratellanza difficile

Non scegliamo i nostri fratelli, così come non scegliamo di essere fratelli. Veniamo al mondo con dei fratelli di sangue, di tribù, di etnia, di religione. Lontana dal dolce sogno del «se tutti i ragazzi del mondo si dessero la mano», la fratellanza disegna le frontiere, indica appartenenza.

La Bibbia si apre sull’assassinio di Abele, l’agricoltore, per mano di Caino, l’allevatore. Il primo omicidio nella Bibbia è un fratricidio! La fratellanza non è di per sé un bastione contro la violenza, al contrario, può esserne il crogiolo privilegiato perché può essere lo spazio chiuso di tutti i mimetismi, di tutte le gelosie. Le nostre comunità religiose, parrocchiali, non fanno eccezione. Queste frontiere, senza le quali alla fratellanza viene a mancare il suo «noi» costitutivo, creano un dentro e un fuori. Ne facciamo parte o non ne facciamo parte.

Ma se la fratellanza umana ha bisogno di limiti – di un «noi» – per esistere, nello stesso tempo chiede di superare se stessa. Le nostre fratellanze sono plurali: famigliari, nazionali, culturali, religiose. Nessuna di esse ambisce a cancellare le altre. Si arricchiscono le une le altre, e ci formano come esseri umani, con tutto lo spessore della nostra storia personale e delle nostre solidarietà non esclusive. La consapevolezza di far parte di un «noi» viscerale, familiare, costitutivo della nostra prima identità, è un passaggio obbligato per potersene liberare, scoprire tanti altri «noi», fino a prendere coscienza di un «noi» alle dimensioni dell’intera umanità. È  il passaggio necessario da una fratellanza ricevuta a una fratellanza scelta, presa come decisione.

L’umanità nel suo insieme non potrà sopravvivere se non trova la strada di questo superamento della fratellanza attraverso la fratellanza stessa, per aprirsi alle dimensioni del mondo e per essere riconosciuta da tutti in nome di un’umanità comune. Vale a dire quanto la sfida della fraternità trascenda le nostre differenze religiose e sia comune.

Come possiamo in queste condizioni vedere nella fratellanza un valore debole – adducendo che si tratti di un valore condiviso a livello dell’umanità – e non un valore proprio al cristianesimo? La fratellanza affonda le sue radici al cuore del vangelo e porta in sé il punto più alto della testimonianza cristiana.

E il Verbo si è fatto fratello

Prendendo ispirazione dall’espressione di san Giovanni «e il Verbo si fece carne», il beato Christian de Chergé, priore dei monaci di Tibhirine, scrive : «e il Verbo si è fatto fratello». Questo ci dice fino a che punto, lungi dall’essere un valore teologicamente debole, la fratellanza sia profondamente al cuore dell’esperienza cristiana, dall’incarnazione fino alla croce.

Dal mistero dell’incarnazione…

Una delle grandi rivoluzioni di Gesù è stata di rompere con la concezione della fratellanza di sangue o di lignaggio, propria al mondo ebraico nel quale è cresciuto. Nel vangelo si parla dell’incomprensione della sua famiglia rispetto alla sua vita pubblica. Quando gli viene detto: «Tua madre e i tuoi fratelli sono là fuori che cercano di parlarti», Gesù risponde: «Chi è mia madre, e chi sono i miei fratelli? […] chiunque avrà fatto la volontà del Padre mio, che è nei cieli, mi è fratello e sorella e madre» (Mt 12, 47-50). Questa risposta, terribilmente scioccante in apparenza ma così liberatoria, ci ordina di considerare come nostri fratelli e nostre sorelle tutti coloro che fanno il bene, qualunque sia la loro religione, o la loro mancanza di religione.

La rinuncia alla preminenza dei legami di sangue rende Gesù disponibile a tutti gli incontri che formano il corpo dei vangeli. Questa disponibilità disegna una nuova forma di fratellanza che diverrà un ideale di vita cristiana offerta a tutti. È l’origine della vita consacrata. Scegliere il celibato consacrato significa rinunciare a un «noi» coniugale e famigliare, e questo ha un prezzo. Ma è il prezzo da pagare per avere un rapporto straordinario col mondo che trova il suo senso solo in un sovrappiù di fratellanza.

… fino al mistero della croce

Se la fratellanza ha un prezzo, è perché il fratello ci spinge al di là dei limiti prestabiliti. Ci obbliga ad una solidarietà di cui a priori non percepiamo i contorni. Così, pur non sapendo dove la deviazione lo porterà, né quanto gli costerà, il buon samaritano regala il suo tempo e paga il conto dello straniero all’albergatore.

Immergersi nel grande mare della fratellanza significa accettare di procedere in acque profonde fino a non toccare più. Capita di sentirsi scoraggiati, mal visti, di avere voglia di lasciar perdere. Ed è anche in quei momenti, e non solo quando va tutto bene, che riusciamo a percepire una forma di radicamento generato da un comandamento interiore più che dalla dilezione.

Portata al culmine, la fratellanza trova il suo apice nel dono che Cristo fa della sua vita per la salvezza del mondo intero. Questo dono ultimo è il modello del martire cristiano. «Nessuno ha amore più grande di quello di dare la sua vita per i suoi amici» (Gv15.13). La scelta fatta da Papa Francesco di dichiarare beati i 19 membri della nostra Chiesa assassinati tra maggio 1994 e agosto 1996 è un riconoscimento del valore evangelico della testimonianza data da tutti i membri della nostra Chiesa durante questo difficile periodo. Si trattava di una bella sfida: far comprendere il senso di una beatificazione in un mondo musulmano, al di fuori del suo universo di riferimento abituale che è la Chiesa cattolica. La solidarietà di questi uomini e di queste donne – a rischio della propria vita – con il popolo algerino è stato correttamente compreso come un segno di fratellanza nel senso più alto del termine. Ed è questo segno di fratellanza che ha toccato i cuori.

Conclusione

Per concludere, vorrei tornare un attimo sul viaggio di papa Leone in Algeria. Molti si sono chiesti perché il papa venisse a visitare un paese musulmano con una Chiesa così piccola. Certo, l’Algeria è la terra di sant’Agostino e dei 19 beati martiri, tra cui le due sorelle agostiniane Esther e Caridad, ma papa Leone non è venuto per un pellegrinaggio personale.  Il mio sogno era l’incontro con il popolo stesso, con il popolo algerino a cui la nostra Chiesa è inviata. Per me quello era il criterio di successo di questo viaggio.

E l’incontro è avvenuto! Senza bagni di folla, senza molte parole. Il Santo Padre si è sentito accolto in verità e come un fratello. E gli algerini hanno seguito tutta la visita attraverso la televisione e i media. Hanno scoperto un uomo attento, dal sorriso benevolo, dal cuore grande aperto, ricevuto con tutti gli onori. Non avevano mai visto nulla del genere. Una donna mi ha detto: «quando il papa è andato via ho avuto la sensazione di vedere partire un amico!»

Un popolo musulmano ha accolto un fratello cristiano ed è stato onorato della sua visita, la scommessa è stata vinta. Tra i momenti salienti del viaggio, c’è stata la visita alla Grande Moschea di Algeri. L’immagine dei due uomini in bianco, il papa e il rettore, a piedi nudi, che pregano in silenzio, spalla a spalla, vale più di mille grandi discorsi sul dialogo interreligioso. Due fratelli in preghiera, uno cristiano e uno musulmano. Non c’è altro da aggiungere!

Nota: testo rivisto dall’Autore.

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