L’uomo contemporaneo tra indifferenza e invocazione. Dibattito con Rosino Gibellini, Giuseppe Laras e Luciano Monari

 DIO DOVE SEI?[1]

L’uomo contemporaneo tra indifferenza e invocazione

 

riflessioni di

Rav Giuseppe Laras e Mons. Luciano Monari

sollecitati da padre Rosino Gibellini

16 novembre 2010

 

INTRODUZIONE DI ALBERTO FRANCHI, PRESIDENTE DELLA CCDC. Buona sera a tutti, a nome dei Padri della Pace e della Cooperativa Cattolico-democratica di Cultura. Porgo un caloroso benvenuto a tutti e in particolare agli ospiti di questa serata: Giuseppe Laras, già Rabbino capo della Comunità di Milano, già presidente dell’Assemblea dei Rabbini italiani e presidente del Tribunale Rabbinico dell’Alta Italia, Monsignor Luciano Monari, nostro caro Vescovo, e Padre Rosino Gibellini, teologo di fama internazionale che condurrà questa serata.

Noi siano qui riuniti poche ore dopo che si è conclusa la protesta degli immigrati sulla gru di Piazzale Cesare Battisti, uno degli episodi più drammatici e dolorosi per la nostra città. Ora è il momento di ricostruire una città solidale e aperta all’accoglienza. Tuttavia, pensando di interpretare i sentimenti di tutti, desidero esprimere la nostra più profonda gratitudine a Monsignor Monari e con lui a Padre Mario Toffari, a Don Fabio Corazzina, a Don Armando Nolli e a tutti quanti hanno attivamente collaborato anche senza apparire. La Chiesa bresciana si è fatta carico di questa vicenda nell’interesse della città tutta, assumendo un ruolo decisivo, indispensabile per giungere ad una soluzione nel rispetto della dignità umana e della legalità. La presenza del Rabbino Laras, voce autorevole dell’ebraismo non solo italiano, mi ricorda una riflessione di Pietro Scoppola sul ruolo che le grandi religioni svolgono nella costruzione della società umana: «La democrazia, senza un vigoroso apporto di energie morali, rischia di chiudersi nella pura logica della rappresentanza degli interessi costituiti. E un vigoroso apporto di energie morali è difficilmente pensabile senza il contributo delle grandi esperienze religiose.»[2]

Io aggiungo: non sono forse i Dieci Comandamenti che Dio affidò a Mosè sul monte Sinai insieme all’affermazione biblica «E Dio creò l’uomo a Sua immagine», la fonte di ogni civile e pacifica convivenza degli uomini? Parliamo dunque di Dio, che attraverso il Suo colloquio con l’uomo ci fa scoprire il senso più profondo del nostro vivere.

 

PADRE ROSINO GIBELLINI. Bene, questo intervento già è una introduzione, perché il tema “Dio” non è un tema alienante, ci mette in cammino, ci dà un orientamento, quindi già con questo intervento il tema voi lo conoscete. Alcune brevi parole di introduzione per situare questo tema.

Parliamo di Dio. Vorrei citare la grande affermazione di Sant’Anselmo nel Proslogion, nel suo dialogo con Dio: “Id quo maius cogitari nequit”, “Dio è ciò di cui non si può pensare qualcosa di più grande”. Questo testo, questa espressione ha interpellato i grandi filosofi da Cartesio a Kant a Hegel, quindi già dicendo questa parola noi siamo ai limiti del pensabile, siamo ai limiti del dicibile. Come noi possiamo parlare di Dio che è il Mistero massimo? Secondo la parola di Rahner, è il Mistero Santo, in quanto ci accoglie con la sua grazia; ma sentiremo dai due oratori che sono qui con noi, molto esperti, che vengono da tradizioni diverse, come parleranno di Dio.

Ecco, su Dio la cultura, la filosofia e la teologia fanno praticamente tre domande radicali ma anche semplici. La prima domanda è: esiste Dio? É la domanda sull’esistenza. Qui ricordo un grande teologo protestante, il successore di Barth, che racconta in un suo libro il dibattito che ha avuto con un Padre Benedettino a Roma. E allora questo teologo protestante diceva: “Sai cosa dovrebbe fare la Chiesa cristiana? Una cosa sola dovrebbe fare la Chiesa cristiana: affermare e convincere che Dio esiste, nient’altro. Poi, tutto il resto sarebbe una conseguenza. Ecco l’importanza, che Dio esiste.” Ma il benedettino non era d’accordo, perché affermava: “La cosa più decisiva è illustrare il messaggio di Gesù.” Ma rispondeva il protestante: “Qui c’è un capovolgimento di fronti, no la cosa decisiva è che Dio esiste.”. Lasciamo stare ora questo dibattito tra il protestante e il benedettino, che stanno forse ancora discutendo. Ma l’importanza è il problema dell’esistenza di Dio.

C’è poi un altro problema. É la seconda domanda: chi è Dio? Come lo possiamo nominare, non dico definire ma come possiamo parlare di Lui? Ecco il problema dell’essenza. Qui vorrei fare riferimento a un libro che è apparso qualche tempo fa, che aveva come titolo Ma chi è Dio?, ma chi è questo Dio, chi è propriamente questo Dio? É il problema dell’essenza.

Ma veniamo a un terzo problema. Quindi, il problema dell’esistenza, il problema dell’essenza, con parole povere, è chiaro, perché le nostre parole su Dio sono solo una marcia di avvicinamento alla Realtà che determina ogni altra realtà. Un grande teologo,  recentemente scomparso, Panikkar, parlando di Dio parlava della Realtà delle realtà. Ora questa domanda: Dio dove sei? è la nostra domanda, la terza domanda: Dio dove sei? É la domanda, potremmo dire, della presenza di Dio, Dio è presente, Dio è la trascendenza ma ci sono segni, ci sono tracce, Dio dov’è? É la domanda che, soprattutto connessa con la prima domanda e la seconda domanda, trattiamo, che i nostri oratori tratteranno.

Questa domanda: Dio dov’è? ha già una sua storia. In campo filosofico nasce con il disastro di Lisbona. Recentemente è stato pubblicato un grosso libro che fa la storia di questa domanda. Dio dov’è? É la domanda degli spazi di Dio, la domanda del tempo di Dio, la domanda della presenza di Dio. E questo volume ha come titolo Da Lisbona ad Auschwitz[3]. A Lisbona nel Settecento (1755) è avvenuto un grande terremoto, poi il maremoto, poi un incendio, Lisbona è stata distrutta. Su questa distruzione molti filosofi sono intervenuti, hanno scomodato una parola che era stata inventata qualche decennio prima da Leibniz. Ci fu una discussione, Leibniz e poi Voltaire. Di fronte alla distruzione di una città siamo situati anche noi nel fare le nostre domande. Quando è avvenuta la distruzione di Lisbona, dov’era Dio quando è stata distrutta? Da Lisbona ad Auschwitz, dov’era Dio? La distruzione di questa città ha impressionato tutta l’Europa ma poi andando avanti si arriva fino ad Auschwitz, e tutti noi ricordiamo le parole di Papa Benedetto quando ha visitato, qualche tempo dopo la sua elezione al pontificato, questo campo di concentramento, questo buco nero della storia europea, e ha detto: “Dov’era Dio? Perché ha taciuto?». Ecco, questa domanda, da Lisbona fino ad Auschwitz, ha avuto una eco mondiale. Dalla distruzione terrificante di una città alla shoah. Ma questa domanda, dov’è Dio?, arriva anche a noi, nel nostro tempo, nella contemporaneità, nella consapevolezza del male che devasta il mondo. Ecco, per i nostri oratori ho situato questa domanda che non è la domanda dell’esistenza di Dio, né la domanda dell’essenza di Dio ma della presenza di Dio.

Molto semplicemente voglio dire questo e concludo questa breve introduzione per sentire i nostri oratori. Leggevo qualche tempo fa che in una città della Germania, un ragazzino, il più piccolo, entra in casa improvvisamente, trova il padre e fa questa domanda a bruciapelo: “parlami di Dio”. Il padre è rimasto sbalordito da questo ragazzino, da questa domanda. “Ma ti parlo della Chiesa”, ha risposto il padre. “No, parlami di Dio”, ha continuato il ragazzino. E allora questo padre, questo genitore l’ha detto al Vescovo, “questo mio ragazzino mi ha detto parlami di Dio!”. “Ma me lo fai vedere questo ragazzino?” ha chiesto il Vescovo. E il ragazzino dice “Parlami di Dio”. Il Vescovo ha preso sul serio questa domanda e ha fatto una lettera pastorale rispondendo a questo bambino. Il Vescovo di Aquisgrana, che ha anche scritto dei libri, alcuni tradotti anche in italiano, qualche anno fa, nel 1992 o forse nel 1996 ha scritto dunque questa lettera pastorale, che è stato l’ultimo suo scritto in cui risponde a questo bambino. “Parlami di Dio, raccontami di Dio”, ecco la domanda che io faccio a ciascuno dei nostri oratori.

 

RAV GIUSEPPE LARAS. Bene, buonasera a tutti, buonasera ai miei ospiti. E debbo dire che il tema di questa sera è un tema difficile, molto impegnativo, perché abbiamo sentito domande del tipo: Esiste Dio? Chi è Dio? Dio dove sei?

Io credo che per parlare di Dio forse è bene parlarne da un punto di vista esperienziale, cioè sulla base di esperienze che noi abbiamo fatto di Dio. Io credo intanto, quando parliamo di misticismo o di mistici, che questi hanno un approccio nei confronti di Dio tutto particolare. Essi rifiutano, per esempio, la domanda “Lei crede in Dio?”. Loro accolgono un altro tipo di domanda: “Lei sente Dio?”. É una sensazione, noi sentiamo di conoscere Dio, di fare esperienza di Dio, perché nel momento in cui noi diciamo “Io credo in Dio” si rimanda al raziocinio, al pensiero, e il pensiero è notoriamente una funzione del corpo e quindi non potrà mai cogliere, realizzare una realtà che è al di sopra della corporeità e della nostra vita. Per cui, ripeto, i mistici, che hanno dimestichezza con Dio, preferiscono parlare di avvertire Dio, sentire Dio.

É un po’ come ne parlano i Salmi, in cui ci si rivolge continuamente a Dio: Dio della mia salvezza, Tu che mi riscatti, che mi liberi, che mi guarisci, che mi ascolti. Ecco, in questi termini è meglio, è più comprensibile parlare di Dio.

Certo che c’è anche un linguaggio teologico, quello dei teologi. Vorrei dirvi una cosa a questo riguardo: che in Esodo, capitolo tre, che è il capitolo che contiene l’apparizione a Mosè di Dio attraverso il roveto ardente, quando Mosè chiede a Dio di presentarsi, di qualificarsi perché lui possa parlare di Dio ai suoi fratelli in Egitto che sono schiavi e soffrono, ebbene risponde, letteralmente, “Sarò quel che sarò”, c’è il verbo essere, l’essenza. Ebbene, se noi andiamo a vedere le interpretazioni dei teologi razionalisti, ascoltiamo delle riflessioni che sul piano spirituale e religioso non ci soddisfano. Maimonide, che è uno dei grandi teologi medievali, interpreta: “Io sono Colui in cui si identificano l’essenza con l’esistenza”. Sarà perfetto da un punto di vista di definizione razionale teologica, ammetterete però che sia poco consolatoria farla ascoltare o trasmetterla.

A questo riguardo, c’è l’interpretazione tradizionale midrashica dell’ebraismo, che evidentemente avverte questo problema, e spiega l’espressione così: “Come Io sono stato con voi in questa disgrazia, nella schiavitù e nella sofferenza, così Io sarò con voi in tutte le altre sofferenze e tragedie future”. Quindi, vedete che qui Dio è legato a un concetto di salvezza, di consolazione. Allora, questa è una definizione di Dio che permette un qualche cosa e che si può definire da un punto di vista esperienziale. E poi vorrei aggiungere che chi veramente sente la presenza di Dio, non si preoccupa tanto di rispondere alla domanda se Dio esiste, o dare una definizione di Dio, o cercare di sapere dove sta.

Badate che io questi argomenti li ho studiati a lungo, e ne parlo proprio perché mi rendo conto che l’approccio esperienziale è quello più arricchente, è quello più vero, più giusto. Per esempio, nel parlare di una esperienza di preghiera, se noi ci facciamo guidare dalla mente, dal raziocinio, come possiamo pensare (ecco di nuovo la categoria del pensiero) che Dio ci ascolterà? Tra noi e Dio c’è un abisso incolmabile, siamo completamente diversi, siamo due realtà completamente diverse, però il contatto noi sentiamo che esiste, comunque lo stabiliamo, non so come faccio a colloquiare con Dio, so però che riesco a colloquiare, che riesco a trasmettere i miei pensieri e riesco a ricevere la Sua risposta.

Ripeto, i Salmi, che rappresentano il paradigma più elevato della preghiera, parlano di Dio e dell’uomo in collegamento e in rapporto con Dio in questi termini. Quindi, bisognerebbe chiederci oggi qual è lo stato del rapporto dell’uomo con Dio, continuiamo a interrogare Dio, a cercare Dio, a parlare con Dio, sentiamo Dio nella nostra vita? Io credo di sì, anche se ci sono degli inghippi, degli ostacoli, dei freni, che rendono più difficile questo contatto, questo rapporto, perché nonostante noi possiamo almeno teoricamente pensare di poterci collegare con Dio in solitudine e direttamente, siamo in qualche modo condizionati dal rumore, dal chiasso, da parole, da situazioni e da esempi. La nostra esperienza, e soprattutto l’esperienza religiosa, deve per forza svolgersi all’interno di un contesto umano, sociale, a meno che noi non preferiamo una scorciatoia, quella dell’isolazionismo, se ci isoliamo, andiamo nel deserto, ci chiudiamo in un monastero, ci sono queste esperienze, il monachesimo, e allora questo può essere più facile. Nell’ebraismo non ha attecchito questa strada del contatto con Dio privilegiato, assoluto, uscendo e evitando e neutralizzando i disturbi intorno a noi. L’unica esperienza di isolazionismo dal punto di vista storico è stata l’esperienza degli esseni, che poi hanno trasmesso questa idea del monachesimo che è stata accolta dal cristianesimo. Però, comunque sono esperienze limitate che non tutti possono scegliere o possono permettersi. Bisogna invece parlare di Dio in un contesto di rumore, questo spiega la maggior difficoltà, però è questa la situazione in cui noi siamo inseriti e che dobbiamo considerare.

Un’altra situazione drammatica in cui noi avvertiamo la presenza di Dio ma in senso polemico, nel senso che noi chiediamo a Dio conto di quanto succede, è di fronte al dolore, di fronte alla sofferenza. Ma Dio dove sei? Dove eri? Ma come hai potuto volere una cosa di questo genere o hai tollerato una cosa del genere? Da quando esiste il mondo ci sono queste domande. Badiamo che queste domande le fanno i religiosi, chi non è religioso non si fa questa domanda, perché la sofferenza è una delle tante cose inconoscibili, assurde, che esistono al mondo, ma chi è religioso si pone questa domanda. Ma come è possibile che Tu Dio, che esisti che sei buono, che sei giusto, possa, non dico volere, ma permettere, consentire che si manifesti, che esploda questa violenza? E quindi Gli chiediamo conto di quello che succede in termini di malvagità, di sofferenza.

C’è un libro biblico che è molto caro e che contiene delle riflessioni su questo tema, è il Libro di Giobbe. Voi tutti conoscete sicuramente la storia di Giobbe, una persona per bene, una persona religiosa, onesta, che fa tutto quello che deve fare, anzi addirittura offriva dei sacrifici di espiazione per i figli nel caso che i figli avessero commesso dei peccati. Giobbe improvvisamente viene colpito progressivamente da tragedie sempre più gravi: perde i beni, perde i figli e poi perde la salute.

E proprio nel Prologo noi leggiamo che la causa di questa tragedia di Giobbe è una sorta di scommessa fra Dio e Satan. Dio che si rivolge a questo angelo che percorre la terra per osservare, guardare, gli dice: “Hai visto il mio servo Giobbe che brava persona che è, com’è onesto, com’è morale, com’è religioso”. Ecco, a quel punto il Satan insinua quel germe che poi farà nascere la tragedia di Giobbe. Insomma, in parole povere Satan obietta: “Certo, Giobbe è buono, perfetto come persona, ma è così perché tutto gli va bene. Prova a fargli andare meno bene le cose e se lui si mantiene così onesto, così positivo, allora effettivamente Giobbe è il top, il massimo”.

E così incomincia la tragedia di Giobbe, e qui intervengono delle figure, gli amici di Giobbe, arrivano in quattro, però sono tre quelli che dialogano con lui e poi solo più tardi s’inserirà il quarto amico, il più giovane, Liù. Insomma, l’argomentazione dei tre amici è semplice, è sempre la stessa con parole diverse: se tu Giobbe soffri, è perché hai peccato. E Giobbe dice: “Ma io non ho peccato!”. Qui però chi è che può dire: “Io non ho commesso niente di male” ? C’è qualcuno che è così bravo da autogiudicarsi innocente? É proprio così ma perché noi abbiamo letto il Prologo del Libro, ma lui mica l’ha letto il Prologo, quindi si arrabbia molto con gli amici, begli amici siete, siete venuti qui per consolarmi e mi fate arrabbiare ancora di più! E questo scontro fra gli amici e Giobbe continua sempre inasprendo e acuendo questo dolore, quest’ira e questi pensieri cattivi di Giobbe. Se io pur non avendo fatto niente soffro, vuol dire che Dio non è giusto. Ecco, a quel punto, s’inserisce il quarto amico che introduce un’altra argomentazione, che è questa: “Tu Giobbe protesti la tua innocenza, quindi in un certo modo pretendi di leggere nella mente dell’Onnipotente, tu stai pretendendo di giudicare Dio e di cogliere il criterio retributivo della divinità. Ma, scusami una cosa, tu sei in grado di capire certi fenomeni naturali, come si svolgono, perché avvengono?”. Qui c’è tutta serie di domande su fenomeni naturali e il silenzio di Giobbe è la risposta. E allora a quel punto Liù dice: “ma cerca di ragionare, se tu non sai neanche spiegarti un fenomeno naturale che cade sotto l’osservazione quotidiana nostra, come puoi giudicare, valutare, interpretare l’opinione e la mente di Dio?”.

Ecco, questo è il momento in cui Giobbe comincia a risvegliarsi e incomincia a pensare di essere stato troppo poco umile e, quindi, incomincia il processo, il cammino della teshuvà, del pentimento, e allora si riscopre nella sua umanità debole di fronte a dei grossi interrogativi che gli pone Dio, il silenzio di Dio di fronte a queste stesse domande. Però, si conclude questa terribile avventura con l’accettazione da parte di Giobbe di Dio con tutti i suoi misteri, con tutte le cose non espresse, non dette, non spiegate. Infatti, qual è la risposta del Libro di Giobbe a proposito della sofferenza? Ci sono delle sofferenze che non sono spiegabili. Certo, gli amici hanno ragione, spesso e volentieri la sofferenza è la conseguenza di un peccato, chi pecca avrà la sofferenza ma non sempre. É proprio dietro questa nebulosa che c’è la spiegazione che noi però non riusciamo a vedere. Quindi, non tutte le sofferenze hanno una spiegazione comprensibile, razionale, visibile, e quindi noi dobbiamo continuare a sentire Dio, ad avere fiducia in Dio nonostante che noi non riusciamo a leggerlo fino in fondo sempre.

Una cosa anche importante legata a questa problematica, sempre con riferimento al Libro di Giobbe, è il giudizio che Dio alla fine dà rispettivamente di Giobbe e degli amici, cioè Dio loda il comportamento di Giobbe, si compiace con Giobbe, evidentemente di avere fatto quel percorso di teshuvà, di ritorno e di ricomposizione, di ricostituzione di questo rapporto infranto, e ha delle parole severe verso gli amici, esattamente dice: “questi amici non hanno parlato giustamente”. Ma come, perché, più giustamente di così? Non avranno indovinato tutto o sempre, ma una persona che di fronte a uno che soffre gli dice “guarda che, probabilmente, tu hai fatto qualcosa”, è un atteggiamento comunque religioso e comunque non da definire in maniera severa. Giobbe, che ne ha fatte di tutti i colori, ne ha dette di tutti i colori, viene lodato.

Questo è un altro settore del libro che ci suggerisce un’altra cosa importante, che non sempre necessariamente l’atteggiamento religioso accettante, silente, è quello che è accettato e considerato buono da Dio, ma che in determinate circostanze anche una religiosità – perché, ripeto, Giobbe era religioso, se no non gliene importava niente – un atteggiamento così duro, così contestativo, così polemico, è un atteggiamento religioso. E questo è molto importante, perché di solito noi comunemente, la vulgata, dice che è religioso quello che sta sempre zitto, che accetta tutto. No, anche può essere battendo il pugno sul tavolo e protestando con Dio che esprimi la tua religiosità. Questa è la grande modernità del Libro di Giobbe, straordinaria.

Quindi, qual è la conclusione? La conclusione del Libro di Giobbe è la sua non risposta ma è quello che viene suggerito a noi, Di fronte a certi dolori, a certe tragedie, non abbiamo la risposta ma questo non significa che noi dobbiamo mettere in dubbio l’esistenza di Dio. Siamo limitati, perché se non fosse così noi non saremmo uomini e Dio non sarebbe Dio.

 

PADRE ROSINO GIBELLINI. Vorrei coinvolgere il nostro Vescovo su questo tema, di cui percepiamo la vastità e la profondità certo già nella Bibbia ma che è così espressa con intensità attraverso la via esperienziale. Sto pensando a una trattazione del più grande filosofo della religione tedesco. Ha scritto un libro, mettendo il tutto di questo tema immenso, in cui già cominciava a percepire che questo tema vuole anche passione oltre che conoscenza. É passione, batteva i pugni sul tavolo il rabbino. E questo libro l’ha intitolato con un bel titolo, La preghiera e l’argomento[4]. Questo tema è inserito in tutta la storia della filosofia, la storia della cultura, se restiamo in Occidente. La preghiera, la via esperienziale, il grido, la contestazione a Dio. La preghiera è una via. E poi l’argomento è uno dei grandi argomenti della filosofia, anche se la filosofia oggi è latitante nei confronti di questo tema. E qui dobbiamo ringraziare la filosofia ebraica che lo ha immesso prepotentemente, penso a Buber, a Lévinas, a Jonas, questi grandi filosofi, questi grandi ebrei, questi grandi filosofi che hanno trattato certo la preghiera ma hanno trattato anche quest’altra via, l’argomento, l’argomentazione, la filosofia. Ecco, sentiamo il nostro Vescovo

 

MONSIGNOR LUCIANO MONARI. Quando studiavo il catechismo da ragazzo, tra le prime domande che riguardavano l’esistenza di Dio e l’essenza di Dio, come diceva Padre Gibellini, c’è una domanda che diceva: “Dov’è Dio?”, e la risposta, almeno quelli che sono vecchi come me la sanno: “Dio è in cielo, in terra e in ogni luogo”, Egli è l’Immenso, e l’immensità di Dio voleva dire essenzialmente questo, che la realtà è permeata da una presenza profonda e diffusa di Dio.

E sempre quelli che hanno la mia età ricordano quell’arietta famosa, una delle più famose del Metastasio, che diceva: “Dovunque il guardo giro, immenso Dio, ti vedo: nell’opre tue t’ammiro, ti riconosco in me. Il cielo, il mar, le sfere parlan del tuo potere: Tu sei per tutto; e noi tutti viviamo in Te”.

E questa percezione era la percezione usuale, comune, la percezione che lo spettacolo della creazione, del mondo, che l’esperienza della vita fosse impregnata del riferimento a Dio. il passare dal mondo a Dio, dalla creazione al Creatore, era un passaggio che veniva spontaneo, quasi naturale.

E d’altra parte questo corrisponde per certi aspetti al messaggio biblico. Nella Lettera ai Romani, San Paolo dice al capitolo primo che le perfezioni invisibili di Dio, ossia la sua eterna potenza e divinità vengono contemplate e comprese dalla creazione del mondo attraverso le opere da Lui compiute. Quindi, attraverso le opere, che sono opere di Dio, si può ritrovare la divinità di Dio, la Sua sapienza, e questo messaggio corrisponde a quello che dice il Libro della Sapienza al capitolo tredici esponendo proprio questa dimensione fondamentale. E essere nel mondo vuol dire essere alla presenza di Dio, la creazione rimanda a Lui, alla Sua attività e alla Sua volontà.

Di fatto però questa mediazione è andata in crisi, oggi l’uomo fa fatica a fare il salto o il percorso che dalla natura lo riconduce fino a Dio, e perché fa fatica? Per tutta una serie di motivi.

Per esempio, incominciamo dal fatto che la natura ha una sua durezza e una sua meccanicità, che è difficilmente concepibile o accostabile all’esistenza di Dio, di un Dio pensato come amore, come bontà e misericordia nei confronti dell’uomo. Quando Leopardi scriveva il suo Dialogo della natura e di un islandese, raccontava di questo islandese che abbandona la sua terra, il suo paese, perché la neve, il ghiaccio, i vulcani, i terremoti, gli eventi della natura rendono la vita insopportabile, e il nostro islandese vuole fuggire dalla natura perché la natura gli è ostile. Fa il suo lungo pellegrinaggio e arriva in Africa, vicino all’equatore e lì, contro tutte le sue attese, incontra la natura, voleva scappare e lì la natura è nel massimo della sua floridezza. La incontra come una donna appoggiata a una montagna e intreccia con lei un dialogo polemico, perché la natura sembra essere nemica degli uomini, li offende in diversi modi, è come il carnefice della sua propria famiglia. E la risposta che la natura dà all’islandese è interessante. Dice che la critica è assolutamente assurda, perché nasce da una visione antropocentrica della natura, e si immagina l’islandese che la natura sia al suo servizio, che la natura sia stata fatta sulla sua misura, in funzione dell’uomo, e quindi fosse responsabile del male che l’uomo subisce dalla natura. E aggiunge: “Quando io vi offendo in qualunque modo e con qualsivoglia mezzo, io non me ne avvengo, se non rarissime volte: come, ordinariamente, se io vi diletto o vi benefico io non lo so; e non ho fatto come credete voi quelle tali cose, o non faccio quelle tali azioni, per dilettarvi o giovarvi. E finalmente, se anche mi avvenissi di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei”.[5] Quindi, dice la natura, se ti faccio del male non ce l’ho con te e se ti faccio del bene non ti voglio beneficare, semplicemente non ti ho in nota. Chiaro? Per me tu sei irrilevante, io ho il mio ciclo, ho il mio andare avanti, e la tua presenza non cambia il ciclo della natura. E diceva giustamente un rabbino, Escher, che nei confronti della natura l’uomo fa facilmente quell’errore che si fa quando si vede una bella ragazza, uno vede una bella ragazza e pensa che abbia un buon cuore, ora vede la natura che è bella e pensa che la natura sia buona. In realtà, la natura il cuore non ce l’ha, semplicemente. É una specie d’inganno quello di volere vedere un cuore o una bontà nella natura e allora, evidentemente, questa concezione della natura rende praticamente impossibile il passaggio a Dio, al riconoscimento di Dio creatore e buono, che vuole la vita, la vita dell’uomo.

Possiamo andare a cercare una mediazione un pochino più alta che non la natura e la prendo da un salmo che conoscete benissimo, è una litania, il 136, che dice così: “ Rendete grazia al Signore perché è buono, perché il Suo amore è per sempre. Rendete grazia al Dio degli dei, perché il Suo amore è per sempre. Rendete grazia al Signore dei signori, perché il Suo amore è per sempre. Lui solo ha compiuto meraviglie, perché il Suo amore è per sempre. Ha creato i cieli con sapienza, perché il Suo amore è per sempre. Poi continua: Colp&igrav

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