Quali classici? Un canone per l’Europa
Partirei dalle domande proposte per questo ciclo di letture:
1) In quale modo la letteratura può contribuire alla costruzione di un’identità europea?
2) Quali opere sono espressione dell’umanesimo europeo?
Domande che se le connettiamo col titolo della mia relazione, Quali classici? Un canone per l’Europa? sottendono altre domande: 1) cosa è un canone? 2) quali opere nell’immenso patrimonio europeo sono ritenute “classiche”; 3) cosa si intende per identità europea.
Ovvero, riguardo a (2), per classici intendiamo i “classici” dell’antichità latina e greca oppure opere che gli europei hanno ritenute “classiche” per la loro rappresentatività dell’identità europea e dunque a prescindere dalla loro collocazione nell’antichità classica? Entro quali limiti temporali e spaziali vogliamo dunque ricercare l’identità europea?
Noi ci muoveremo nella convinzione che di letteratura europea si debba parlare su un arco di circa 3000 anni, da Omero ai nostri giorni, seguendo E. R. Curtius e E. Auerbach, autori degli unici due “classici” sulla letteratura europea (rispettivamente Letteratura europea e Medio Evo latino e Mimesis. Il realismo nella letteratura occidentale). Conseguentemente lo spazio della letteratura europea coinciderà, attraverso il tempo, con lo spazio di tutto il continente europeo, dalla Grecia e dagli Urali al Portogallo, ma ormai con particolare riguardo all’Unione Europea.
La risposta alla terza domanda è evidentemente connessa alle scelte fatte per le due questioni poste dalla seconda e comporta perciò l’individuazione di quale sia il Soggetto legittimato a definire tali limiti e a formulare i relativi giudizi di valore.
Vorrei allora iniziare da una sia pur sommaria analisi del concetto di “canone”, ovvero da una serie di autori ed opere considerati guida, misura di tutti gli altri ed eventualmente modello, partendo inoltre dalla constatazione che il canone è stato di fatto, dall’antichità classica ad oggi, il punto di snodo fondamentale del rapporto fra letteratura, cultura e politica e dunque se pensiamo a un possibile ruolo della letteratura nella costruzione di un’identità europea dobbiamo partire dall’accertamento dell’eventuale esistenza di un canone europeo e dalla sua individuazione.
Credo che vadano fatte almeno due osservazioni preliminari: 1) Una cosa è la discussione sul canone letterario a livello teorico e storico nella coscienza degli specialisti, estremamente variabile nelle premesse e nel gusto, e (2) altra cosa è la discussione sul canone formativo scolastico, che rappresenta di fatto il luogo e il precipitato fondamentale di ogni discussione teorica e storica in un dato paese e in un dato tempo, pur dilatabile (il canone italiano per molti aspetti è ancora quello della fine dell’Ottocento). Il canone scolastico contiene infatti in sé e propone fattualmente un’interpretazione identitaria della società cui è destinato, qualunque ne sia la forma e l’articolazione.
Al di fuori della scuola esistono ovviamente -si diceva- altri tipi di canone: quelli formati attraverso i premi letterari o gli inserti letterari dei quotidiani, la televisione, i media di vario tipo. Pensiamo soltanto all’importanza del canone stabilito col premio Nobel, espressione anch’esso di un’ideologia del potere. Malgrado le critiche e le negazioni appare perciò indubbia la presenza di altri canoni e di un canone globale (così possiamo intendere il Nobel per la letteratura dei due ultimi secoli), strettamente intrecciati con la globalizzazione economica e finanziaria, caratterizzati da una estrema fluidità, ma tali da rappresentare, per periodi magari non lunghi, un punto di riferimento a livello di massa. Canoni tanto globali da aver messo in discussione perfino l’esistenza o l’opportunità di un canone specificamente europeo, privilegiando invece l’idea di una Weltliteratur (oggi World Literature, da intendere peraltro in senso molto diverso da Goethe, uno dei suoi primi propugnatori). Non è questo però ciò di cui vorrei parlare, pur se è una questione che non potremo eludere.
Ora, per quanto riguarda la prima osservazione, ovvero la discussione a livello teorico sul canone, sembra indubbio che in Europa, e più largamente in Occidente, si manifesta da qualche anno nel modo più profondo, al di là delle prime apparenze, un’attenzione al rapporto fra letteratura e canone, pur attraverso mille necessarie mediazioni. Soltanto una quindicina di anni fa però, con tempistiche diverse da paese a paese, l’idea stessa dell’utilità o opportunità dell’esistenza di un canone era stata profondamente messa in discussione o negata.
Quando, ad esempio, proponemmo ad alcuni colleghi francesi di rispondere a un questionario di varie domande relative al canone europeo, ci venne risposto che l’idea stessa di un canone europeo e quindi il questionario non interessavano. A ben vedere la risposta corrispondeva bene alla storia della cultura francese, al carattere storicamente prescrittivo e regolatorio del canone letterario, linguistico e stilistico della loro cultura, all’ambizione di essere portatori di una propria specificità, che a ben vedere scorre parallela alle posizioni della Francia sull’Unione Europea, dal rifiuto della Comunità europea di difesa nel 1952, all’Europa delle patrie di De Gaulle e all’ostilità, condivisa con tutti i sovranismi, ma non solo, nei confronti di un’Europa federale.
Lo stesso fastidio per il problema “canone” si poteva peraltro avvertire anche nelle posizioni della critica anglo-americana, fin quando di fatto il problema del canone non è esploso con la cancel culture, innanzitutto statunitense, e, all’opposto, con la rivoluzione conservatrice trumpiana Due movimenti estremistici, dichiaratamente politici, che hanno bruciato nei fatti qualsiasi possibilità di interpretazione e meditata analisi culturale, costringendo tutti (e in particolare gli Europei) a giocare su un terreno politico-culturale scelto da altri.
Noi potremmo intanto partire preliminarmente da ciò che oggi può apparire un’ovvietà, ma che in molti ambienti e in molte posizioni ideali non lo è affatto, ossia la questione di genere, poiché io intendo per genere quello genetico, donna-uomo, ovvero le due metà di genere sessuato e non quello culturale o identitario, che non a caso ha seguito le posizioni di Judith Butler, tanto organiche alla società statunitense. Anche in Italia sappiamo ormai tutti che per quanto riguarda il canone letterario italiano si è storicamente eradicata la presenza di metà del genere umano, le donne, che invece sin dalle origini sono state una presenza fondamentale, sia come personaggi attivi e non solo passivi che, soprattutto, come lettrici e come autrici.
Dobbiamo però ora salutare con piacere, al di là delle riserve sulle modalità, che finalmente si è aperta una riflessione sul fatto che nella tradizione letteraria e nelle storie della letteratura italiana usate per le scuole, al 99% (escluderei infatti la mia, se mi si passa la citazione, scritta insieme a Maria Serena Sapegno, La memoria dei testi), la presenza delle donne nel canone è estremamente limitata, a volte inesistente, ma soprattutto non è neppure problematizzata, ciò che mi sembra di gran lunga più importante e grave. E sempre in ossequio ai modelli dominanti. Non parlo ovviamente solo dei grandissimi autori (fra i quali vi sono grandissime autrici, dal Medio Evo, da Maria di Francia, Caterina da Siena e Christine de Pisan fino alla Morante e a noi, quasi sempre e comunque sottodimensionate), ma della pletora di medi e piccoli autori che accompagnano i grandissimi e che pure potrebbero essere sostituiti nelle antologie scolastiche da tante scrittrici certamente più interessanti e portatrici di una altro punto di vista o di visioni ideali alternative.
Sono partito dal canone e dalla questione di genere poiché la neutralizzazione del canone è sempre un pericolo in agguato ed è certamente una delle grandi questioni politico-culturali del nostro tempo. Faccio un’autocritica credo significativa. Quando alla Sapienza di Roma una ventina di anni fa proponemmo la prima inchiesta sul canone europeo usammo erroneamente il maschile esteso: il risultato fu che nessuno degli intervistati introdusse una donna negli elenchi degli scrittori (!) più europei o più cosmopoliti o più eversivi, e così via. E ciò proprio nel momento in cui avremmo voluto verificare “dal basso” ed estensivamente quale potesse essere un canone europeo condiviso. L’errore fu corretto nella seconda “somministrazione” dei questionari e i risultati furono di gran lunga più attendibili, non eliminando dalla scena personaggi come Jane Austen, le sorelle Bronte o la grandissima Virginia Woolf o Simone de Beauvoir o Margaret Rowling, poi promossa nel canone ristretto da un sondaggio riservato ai più giovani.
Nel proporre a suo tempo quella ricerca si era partiti dalla consapevolezza della crisi dell’Unione europea e dalla convinzione dalla scarsa lungimiranza di molte delle scelte politiche ed economiche della sua classe dirigente (purtroppo nell’attuale crisi clamorosamente confermate), ma soprattutto dalla scarsa attenzione portata in sede di Unione Europea ad una riflessione profonda sulle problematiche di un’unificazione politica che richiederebbe inevitabilmente di affrontare complessi problemi identitari in un organismo che raccoglie 27 paesi (più altri candidati), senza purtroppo per ora la Gran Bretagna, contraddistinti a volte da storie, lingue e culture molto diverse, spesso sfociate nel corso dei secoli, e in particolare nel XX, in conflitti sanguinosi.
Si è proceduto con un sondaggio poiché non pensavamo e non pensiamo, a maggior ragione oggi, che si debba proporre -magari ad opera della burocrazia di Bruxelles o dai governi- un elenco di opere letterarie eccellenti, “classiche”, per illustrarne soltanto i pregi e il valore esclusivamente letterario. Occorre partire almeno preliminarmente dai Lettori, insegnanti e studenti innanzitutto, per capire se esista davvero un comune denominatore letterario europeo e a cosa possa servire per noi oggi, per il futuro dell’Europa, ovvero per verificarne i VALORI SPECIFICI condivisi e per capire se attraverso la letteratura sia possibile proporli a livello formativo. È la questione preliminare per capire In quale modo la letteratura possa contribuire alla costruzione di un’identità europea.
Noi Italiani dovremmo essere molto consapevoli della questione, poiché, a differenza di altri grandi Stati europei, l’abbiamo dovuta affrontare al momento dell’unità nazionale, dovendo – come si disse con formula fortunata- “fatta l’Italia, fare gli Italiani”. Ci dovemmo infatti confrontare con lingue, culture e immaginari diversi, sia pur unificati in una lingua letteraria e una letteratura sostanzialmente unitaria e potendo contare su un’aliquota, per quanto molto bassa, di parlanti italiani (le percentuali al riguardo variano dal circa 4 % di De Mauro al 12 % di Castellani). I risultati del processo di scolarizzazione e unificazione sono ormai riconosciuti come in larga parte notevoli, anche se con fratture e vuoti ancora oggi evidenti e penalizzanti (l’ultima Indagine ISTAT contrappone il 75 % di parlanti italiano nel Nord-Ovest al 31 % della Calabria). Quel che è sicuro è che nel “fare gli Italiani” un ruolo centrale l’ebbe la scuola e che nella scuola un ruolo molto significativo fu svolto dal canone su cui fu impostata l’educazione letteraria nella scuola secondaria: un canone, sia detto en passant, che è cambiato solo molto parzialmente, e non sostanzialmente, fino ad oggi.
Naturalmente il caso italiano ha valore esemplare ma limitato, sia per le differenze linguistiche fra l’Italia unitaria e l’Unione europea, ove vi sono 24 lingue ufficiali, per buona parte non riducibili l’una all’altra (come invece era possibile per i dialetti dell’Italia unitaria), e dove non c’è una letteratura riconosciuta unitariamente come “europea”, e non è quindi insegnata a scuola, e quando ormai la letteratura ha perso a livello di massa il ruolo egemone di serbatoio e produzione dell’immaginario collettivo (a vantaggio della cultura mediatica e di rete). Tutte differenze importanti, ma tutte comunque ricomprese e superate da due altri fatti incontrovertibili: 1) la letteratura permane comunque il serbatoio fondamentale anche dell’immaginario mediatico, pur espresso in altre forme espressive; 2) la scuola è sempre sulla letteratura che conta per relazionarsi all’immaginario giovanile in un momento assolutamente decisivo della formazione, dagli esiti di lunga durata per l’intera vita (anche in termini di successive letture, interessi e gusti). Si tratta semmai di capire come possiamo oggi insegnare letteratura a scuola di fronte e non contro i nuovi media. Un insegnamento che credo dovrebbe puntare subito a coinvolgere gli studenti nella dichiarazione delle proprie reazioni ed emozioni di fronte a un testo e soltanto dopo ad approfondimenti linguistici e storici: questa perlomeno è l’esperienza positiva effettuata nei corsi di aggiornamento per insegnanti della Fondazione dei Lincei per la scuola.
Quali sono allora gli autori e le opere che possono unificare paesi e culture tanto diverse, e perché? E come possono agire questi elementi per superare una crisi così vasta come quella attuale, in cui gli appelli ad una distorta problematica identitaria nazionale sono sempre più agitati in funzione antieuropea e perfino razzista?
Quando si parla di elementi comuni o unificanti in ambito culturale e letterario il pensiero corre subito a quel che si definisce come immaginario collettivo e quindi agli autori e alle opere che hanno storicamente contribuito a formarlo, partendo dall’ovvia constatazione che contrariamente alle scienze esatte in letteratura il passato è sempre presente e operativo: l’innovazione, in Europa, è sempre stata connessa alla tradizione e dunque il tempo della letteratura sarà necessariamente -come si accennava all’inizio- il tempo della lunga durata e lo spazio sarà certamente e prioritariamente quello della UE, ma dovrà necessariamente comprendere anche altre letterature del continente, come quella russa, che hanno partecipato e anche potentemente agito sulle letterature europee occidentali e sul nostro immaginario.
É proprio questo dunque il punto da cui siamo partiti e vorremmo ripartire, fra i tanti possibili, per ragionare insieme su “quali classici e quale eventuale canone per l’Europa”: da un sondaggio “dal basso” sulle opinioni letterarie degli Europei (quelli del 2007 e 2011 effettuati alla “Sapienza” di Roma rimangono gli unici disponibili. Non abbiamo infatti a suo tempo inteso proporre un ennesimo canone, più o meno condivisibile, fondato sul giudizio nostro o di altri critici (anche se, vedremo poi, il risultato forse non cambierebbe di molto rispetto alle comuni opinioni e attese).
Una prima risposta la si è provata dunque a cercare con due sondaggi, solo in parte diversi, ripetuti a distanza di qualche anno (2007 e 2011). Per brevità mi limiterò a concentrare la nostra attenzione soprattutto sul secondo sondaggio e a fornire solo un breve cenno sui risultati del primo.
Se calcoliamo la percentuale di “gradimento” registrato nel primo sondaggio fra i professori europei di letteratura, limitatamente agli autori e opere più importanti per la letteratura europea, avremo che fra i primi dieci autori della lista ritenuti più rappresentativi, emergono tre nomi (Dante, Goethe e Shakespeare), che coprono ognuno circa il 70 % del totale possibile. Ma altissimo è anche il consenso intorno ai successivi cinque (Tolstoj, Cervantes, Dostoevskij, Kafka, Th. Mann) che oscilla fra il 62,5 e il 55 %, e agli ultimi due (Flaubert e Petrarca) che vantano il 47,5 % di gradimento. Ma anche nei successivi venti si oscilla fra percentuali significative: si va dal 35 % di Ibsen al 42, 5 % di Omero e Cechov, mentre per i successivi dieci si parte dal 32, 5 % di Boccaccio e si arriva al 25 % circa di Voltaire e altri. Esiste comunque un nocciolo duro di circa 10 autori in cui si riconosce dalla metà al 70 % degli intervistati. Per i successivi venti si raggiunge comunque una percentuale di consensi molto significativa: fra questi, anche autori che nessuno si sognerebbe di escludere da un canone europeo più ampio di “classici”.
La stragrande maggioranza dei professori consultati, qualunque sia la provenienza geoculturale, ritiene che Dante, Goethe e Shakespeare siano patrimonio irrinunciabile di ogni europeo; una significativa maggioranza ritiene inoltre che a loro vadano associati anche gli altri primi sette della lista. Dai quali però non vanno staccati troppo i successivi dieci, cui andranno uniti come seconda schiera anche i successivi venti autori, fino a Voltaire. Non si dimentichi soprattutto un fatto: si tratta di indicazioni che prescindono completamente da preferenze campanilistiche; gli “informatori” non potevano in nessun caso indicare un autore del proprio paese di appartenenza.
Anche la lista delle opere preferite conferma la lista degli autori: Don Quijote de la Mancha, Amleto, Divina Commedia 62,5 %; Faust, Guerra e pace, Madame Bovary 47 %; Ulysses, A la Recherche du temps perdu, Iliás, Odysseia, Canzoniere 40 %; Decameron, Il processo, Les fleurs du mal , Delitto e castigo 30 %
Quel che interessa e risulta chiaro è il consenso molto forte su alcuni autori e alcune opere che vengono riconosciuti dalla grandissima parte di intervistati, di diversi paesi europei, come caratterizzanti di un canone europeo, autori e opere la cui lettura sarebbe indispensabile per un europeo, come è stato riconosciuto anche in questo ciclo di lezioni.
Notiamo che tra i primi dieci (ovvero il canone “ristretto”) sono rappresentati i paesi che nel corso dei secoli hanno esercitato una funzione egemonica, per periodi più o meno lunghi, sulla cultura e sulla letteratura del vecchio continente: la Francia con 2 autori, come l’Italia e l’antica Grecia, Inghilterra, Irlanda, Germania e Russia con 1; fra i primi 20 la Francia con 3, l’Italia con 2, come la Germania e la classicità greco-latina, cui vanno aggiunti Boemia e Austria ovvero altre due opere di lingua tedesca, espressione dell’Impero austro-ungarico e della cultura mitteleuropea. Fra le prime trenta la Francia colloca altre tre opere, l’Inghilterra 4, la Russia 3, l’Italia, l’Impero austro-ungarico, la Svezia e la classicità latina 1.
Sono opere distribuite abbastanza omogeneamente nel tempo, dal Medioevo al Novecento, con significative presenze della cultura classica (Omero, Sofocle, Virgilio, Ovidio) e del primo canone in volgare delle letterature europee: quello italiano (Dante, Petrarca, Boccaccio), ancora ritenuto importante. Sono opere che dimostrano la lunga durata della letteratura europea ma anche il suo organico multiculturalismo e multilinguismo, dalle origini ad oggi.
É una lista che si presta ad un uso scolastico non autoritativo ma aperto, e rappresenta soltanto una prima suggestione, soprattutto se allargata ai primi trenta autori. Colpisce la progressiva assoluta egemonia del genere moderno per eccellenza, il romanzo. Solo il teatro compie qualche incursione significativa. Dal XVIII secolo ad oggi un solo poeta entra nel canone più ristretto: Baudelaire; con qualche fatica anche Leopardi e Rimbaud. La poesia è altrimenti tutta classica o italiana (medievale e rinascimentale), fino ad Ariosto (e con la curiosa presenza di Boiardo). É tramontato un genere, la poesia, e una forma di civiltà, e inizia la grande civiltà borghese moderna, dalla quale la cultura italiana è stata sostanzialmente esclusa o ridotta ad un ruolo di comprimaria fino al XX secolo, salvo singole eccezioni. Il romanzo è il grande serbatoio produttivo dell’immaginario, dei sentimenti e della cultura moderna europea. Farne un soggetto formativo per sviluppare la capacità critica del giovane europeo di domani è necessario, per capire cosa unisce ma soprattutto per capire in piena coscienza chi siamo, cosa vogliamo e perché lo vogliamo.
Nel primo sondaggio (2007) non si trattava di un numero d’intervistati alto, e dunque statisticamente ancora poco attendibile, pur se ben distribuito e rappresentativo. Abbiamo perciò voluto verificare con un secondo sondaggio, quattro anni dopo, la rappresentatività del sondaggio precedente, estendendolo in quantità e soprattutto a molti studenti, ma su un numero minore di paesi, data la vastità del campione e chiarendo esplicitamente che si potevano indicare autori e autrici di ogni epoca. Più di 3000 studenti: 2983 di scuola secondaria, 593 universitari, circa 100 professori universitari per cinque grandi paesi dell’UE (Italia, Germania, Spagna, Portogallo, Romania).
Ecco i risultati, limitatamente alle opere, per i professori universitari e di scuola secondaria:
(vedi scheda nell’allegato in PDF)
Non voglio neppure in questo caso addentrarmi un esame troppo analitico e ravvicinato, che potrebbe risultare noioso, vista la vastità del questionario sottoposto agli intervistati e l’ampliamento delle possibili risposte, ma ne mostrerò l’ampiezza e i possibili usi in ricerche ancora da fare:
(vedi scheda nell’allegato in PDF)
Mi limiterò a constatare sommariamente i punti di contatto e dunque di verifica rispetto al sondaggio precedente, sottolineando al tempo stesso le differenze più vistose, soprattutto nelle preferenze dei giovani e dei docenti. Rispetto al 2007 per i professori, sia universitari che della scuola secondaria, con significativa sovrapponibilità totale fra le due liste, alcuni cambiano rango nella lista dei primi 10 alcuni autori. Mantengono il primato Shakespeare e Cervantes, mentre salgono Proust e Joyce e scendono Dante e Goethe, ma soprattutto salgono molti autori dell’Otto-Novecento, contrariamente a quanto avviene invece nelle scelte degli studenti:
(vedi scheda nell’allegato in PDF)
Quel che però è importante è la quasi totale sovrapponibilità complessiva, rango a parte, fra le liste delle due componenti docenti fra il sondaggio del 2011 e quello del 2007, pur se si segnala un regresso nelle preferenze per due autori-chiave come Dante e Goethe e la sostituzione di Petrarca con Proust. Il canone letterario europeo si è per così dire “modernizzato”, come risulta anche dalle opere preferite, ove però rispunta, accanto a Proust e Baudelaire, un nome della modernità medievale: il Decameron. Resta il fatto, molto importante, che per i primi dieci autori e le prime dieci opere, rimane nella massima parte immutato e che dunque potrebbe ben essere il punto di partenza per una letteratura europea condivisa. La letteratura classica greco-latina resiste ma in seconda fila, Omero compreso.
Vi faccio grazia dei risultati analitici per le stesse domande, poste a studenti universitari e liceali di ultimo anno. Si può provare però a sintetizzare il loro senso complessivo. Confermano ampiamente il fondo letterario europeo comune, addirittura con una preferenza forte degli studenti per Omero vs i loro insegnanti, ma ci dicono anche che gli studenti europei svolgono appieno il loro ruolo di apertura al nuovo e a quanto è più caratteristico della loro età, inserendo autori non compresi nel canone scolastico, sia per quanto riguarda la tradizione letteraria (con l’ingresso di Verne, Dumas, Saint-Exupéry, ecc.) sia di bestsellers e opere recentissime (Rowling con Harry Potter), sovrapponendo forse, a volte, letture scolastiche e suggestioni cinematografiche (Wilde, con Dorian Gray).
Le stesse scelte sono confermate per le Opere:
(vedi scheda nell’allegato in PDF)
Dimostrano che su alcuni autori c’è perfetta sovrapponibilità fra scelte professorali e scelte studentesche, sia di scuola secondaria che di Università: Shakespeare, Dostoevskij, Tolstoj, Cervantes, Goethe in primo luogo, ma anche Kafka, Baudelaire, Dante, Balzac e, in posizione più forte, Omero. Se vogliamo, è una conferma, ancora una volta, del potere d’indirizzo della scuola.
Tali scelte sono confermate anche quando gli studenti divengono universitari e ampliano quindi la gamma di letture, operando nuovi innesti (Flaubert, Molière, Camus, Dickens, Voltaire) e qualche capovolgimento nella loro scala di valori (notevole l’ascesa di Dante), eliminando letture più caratterizzanti (Harry Potter, Dorian Gray, Orgoglio e pregiudizio), ma mantenendo alcune preferenze già tipiche delle letture giovanili e probabilmente influenzate dalle letture scolastiche (innanzitutto Romeo e Giulietta).
Sono scelte che confermano un carattere qualificante e quasi unico della letteratura europea nel panorama letterario mondiale (condiviso soltanto da poche altre letterature, come la cinese): la sua estensione diacronica (specie se consideriamo non solo i primi 10, con Omero, ma i primi 20 autori), e quindi la sua profondità diastratica e intrecciata, che spiega benissimo anche perché proprio in Europa, terra evidentemente della Tradizione, nascano e prolifichino tutte le grandi avanguardie del Novecento, comprese quelle che saranno poi imitate negli altri continenti, ma che nel canone non figurano o compaiono solo per interposta persona (come Joyce).
La Tradizione, il canone e i modelli chiamano in sé, quasi fisiologicamente, al momento della crisi, le rotture e le contestazioni. Ed è questo certamente uno dei grandi nessi identitari del canone europeo, impossibile altrove, come potrebbe facilmente dimostrare un pur rapido sguardo ad un altro canone del XX secolo ben presente a tutti i noi: la lista dei vincitori dei premi Nobel, quello che potremmo chiamare il “canone Nobel”; un canone globale, apparentemente aperto alle innovazioni, specie negli ultimi anni. In realtà nella sua lunga storia forse il più chiuso di tutti, capace di non premiare i più grandi autori del Novecento, da Proust a Kafka, da Joyce a Musil, a Virginia Woolf, ecc. ecc., tutti invece presenti in quello che potremmo definire l’European standard average canon, il ‘canone standard europeo’.
Cosa ci dicono complessivamente questi sondaggi? Innanzitutto che esiste solidarietà e continuità, ma anche innovazione e mutamenti progressivi delle sensibilità, con la crescita formativa e culturale, fra studenti e docenti. Esiste comunque un minimo comun denominatore europeo forte, quel canone che stavamo cercando e che coincide sostanzialmente con quello del primo sondaggio ristretto. Varrebbe la pena allora proporlo unitariamente a tutta l’UE, consegnandolo istituzionalmente, a partire dall’Italia e a una scuola ancora troppo legata, anche in Italia, alla tradizione nazionale.
La tradizione europea lega organicamente formazione dell’immaginario, canone e scuola, riconoscimento e pratica dei sentimenti anche nelle scelte dei personaggi preferiti, ove si è consentito agli intervistati di indicare anche personaggi della letteratura nazionale (importanti perché portatori di sentimenti e di emozioni decisivi nel periodo giovanile, e per tutta la vita, ma che escludo dalla lista successiva). Eccone l’elenco:
nella Scuola Secondaria:
Romeo, Giulietta, Harry Potter, Chisciotte, Amleto, Emma Bovary, Dorian Gray, Ulisse.
tra gli universitari:
Chisciotte, Emma Bovary, Amleto, Anna Karenina, Romeo, Dorian Gray, Giulietta, Faust, Ulisse.
Le opere e i personaggi letterari sono importanti anche per la capacità di produrre e riconoscere le emozioni più forti legati alla lettura. Eccone l’elenco, limitatamente alla media dell’UE:
(vedi scheda nell’allegato in PDF)
E dunque, riassumendo, per la sola Unione Europea:
tristezza 34%
gioia 24
amore 16
tensione/suspence 14
felicità 14
timore 10
compassione 9
rabbia 7
commozione 6
odio 6
noia 5
melanconia 5
Le cifre nei vari paesi europei e nella UE ci potrebbero dire molto sul senso dei classici e sul loro impatto su di noi: potremmo anche analizzare personaggi ed emozioni uno per uno nei loro mutamenti storici e nel loro impatto sui valori europei, ma ovviamente sarebbe argomento per un’altra occasione. Qualcosa possiamo però provare a dire, in attesa del convegno che per il prossimo novembre abbiamo organizzato all’Accademia Nazionale dei Lincei su “Letteratura europea e valori dell’Europa”.
Il rapporto fra personaggi ed emozioni non può essere ovviamente ridotto a una sola delle emozioni, anche se in taluni casi la relazione sembra abbastanza univoca. Pensiamo ad esempio all’amore e alla sua centralità in Romeo e Giulietta, Madame Bovary e Anna Karenina e a come nel contempo il sistema valoriale dell’amore cambi da opera ad opera e nel corso del tempo. Sarebbe sbagliato non sottolineare come nel Chisciotte di Cervantes (1547 -1616), quasi contemporaneo di Shakespeare (1564- 1616), sia dissolta ironicamente insieme alla concezione cavalleresca del mondo e alla sua rappresentazione letteraria, anche la sua concezione d’amore. Shakespeare si muove sostanzialmente nella stessa direzione, contrapponendo amore e vincoli familiari e socio-politici, ma rappresentandone i risultati tragici, riprendendo il tema già medievale di amore e morte, e rendendo così un’icona perpetua per la formazione dei giovani l’assoluto amoroso espresso nella sorte dei due protagonisti. Con Madame Bovary e poi con Anna Karenina si afferma invece e ormai, in vario modo, il nuovo protagonismo femminile rispetto al mondo.
È notevole comunque che la polarità tristezza-gioia sia quella più sentita dagli intervistati, così come quella fra tensione-felicità-timore, seguita immediatamente dalla compassione, una delle emozioni più rappresentate nella Divina Commedia e nella cultura cristiana europea. I classici della letteratura europea sono veramente il deposito della nostra sensibilità collettiva, che le letture scolastiche scolpiscono nella nostra memoria.
Leggiamo infine i valori rappresentati nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, quelli ormai vilipesi nelle tre grandi potenze mondiali: Dignità umana, Libertà, Democrazia, Uguaglianza, Stato di diritto, Diritti umani, Solidarietà, Giustizia. Li ritroviamo, insieme ad altri impliciti in quell’elenco e pur fondamentali (tolleranza, dubbio metodico e critico, pace…), tutti rappresentati nelle emozioni che troviamo espresse nelle opere e nei personaggi del canone europeo ristretto e di quello allargato. I valori della dignità umana, della libertà, dei diritti umani, a cominciare dal diritto alla felicità passano veramente nelle più varie forme attraverso l’invenzione letteraria, anche nella rappresentazione dei disvalori che la cultura europea ha prodotto, dal razzismo alla shoah, che dovremmo trattare unitariamente ai valori. Sta naturalmente a noi lettori e agli insegnanti saperli raccogliere, andando magari oltre quel piacere della lettura che invita a non scomporre il capolavoro ma semplicemente a goderlo.
I due sondaggi ci dicono anche qualcosa sulle assenze: autori e opere che nel passato sono state riconosciute come classici fondamentali e si sono poi perse nei cambiamenti storici o magari sono state ricomprese in altre opere da loro stesse nate (è il caso ad esempio della Chanson de Roland, alle origini di tutto il filone cavalleresco, fino agli odierni cicli televisivi, ma considerata già all’inizio del XX secolo come ancor più embétante dell’Iliade da un grande scrittore francese come Gide). Oppure opere che ci saremmo aspettati di trovare nelle preferenze degli europei e invece mancano e che ci dicono molto sul mutare dei gusti e dei valori (non Machiavelli, evidentemente considerato uno storico e non un letterato, ma ad esempio Orazio, così decisivo nella cultura europea ancora nel secolo dei Lumi, e magari Marco Polo, con un’opera straordinaria e modernissima come Il Milione). Taccio invece di autori riconosciuti magari come grandissimi in una tradizione nazionale ma ignorati a livello europeo (come Manzoni).
É interessante peraltro notare come alcune opere “dimenticate” nelle liste proposte dagli intervistati (penso ad esempio ai poemi epici e cavallereschi medievali o al Tristano) siano state e siano componente attivissima del nostro immaginario, anche fuori dall’ambito letterario: nella musica, nel cinema, nelle serie TV, per riprese, rifacimenti, citazioni. Sono fra gli archetipi più importanti e frequenti dei miti letterari europei. Prodotti delle letterature romanze medievali attraversano tutta la letteratura europea fino a noi senza essere riconosciute parte del canone europeo, proprio perché non scolastiche. È un esempio importante di come il canone europeo vada ormai ricercato oltre il canone scolastico, anche nella cosiddetta “letteratura diffusa”.
Proprio un confronto parallelo col “canone Nobel”, extrascolastico, ci può portare anche ad un’altra considerazione interessante: abbiamo visto che nella prospettiva di lunga durata una letteratura e un canone europeo nascono quasi tremila anni fa. Il canone Nobel, nato in origine quasi integralmente come canone europeo “normale” del Novecento, rispettoso del peso delle varie potenze continentali europee- esprimerà progressivamente, specie dopo la seconda guerra mondiale, il peso egemonico delle letterature angloamericane, colonie comprese. É il momento da cui forse si potrebbe datare anche la fine della letteratura europea e l’avvento della Weltliteratur, di una letteratura globalizzata, auspicata prima da Goethe e poi annunciata da Erich Auerbach già nel 1952, sottolineandone però la distanza da quella goethiana.
La Weltliteratur goethiana, cui si riferiva Auerbach, è infatti attenzione e rispetto, serio e consapevole, per il diverso, nella certezza che proprio la diversità è ricchezza. Il processo che Auerbach già vedeva intorno a sé era invece omologazione, cancellazione della diversità e quindi della storia. C’è un legame molto stretto fra la cancellazione della storia e una globalizzazione priva di interesse e rispetto per l’altro, che si riflette anche sul piano dei metodi e degli interessi critici. Se è indubbio che la moltiplicazione dei soggetti e degli oggetti di studio rende necessari nuovi metodi capaci di «sintetizzare» e/o comprendere l’essenza delle cose (come è avvenuto con lo strutturalismo e la semiotica), è peraltro altrettanto indubbio che questo dovrebbe essere soltanto il primo passo per un avvicinamento e un’intelligenza più piena dei testi e del loro senso.
La consapevolezza dell’identità letteraria europea implica dunque la pratica di una sua caratteristica fondamentale: continuare a esercitare il confronto e la relazione con l’Altro, come indispensabile fattore di arricchimento, come dimostra proprio la storia e la letteratura europea, al di là del colonialismo e dell’imperialismo, proprio in Europa inventati e praticati su scala globale.
É una constatazione che ci rimanda immediatamente a un carattere costitutivo, sin dalle origini, di ciò che si è definita nel tempo come “letteratura europea”: una letteratura plurilingue, pluriculturale, organicamente tributaria alle letterature e alle lingue di tre continenti, da Omero a noi e un canone perennemente mobile, come ci insegnano tanti grandi opere ora sentite come fuori dal canone, proprio mentre magari ancora ne continuiamo i valori e le emozioni trasmesse. Un canone realmente europeo, più che mai oggi, nel XXI secolo, dovrà dunque essere un canone mobile, aperto al mondo, ma proprio per questo necessariamente consapevole della propria identità e diversità, in quanto entrambe parti costitutive del proprio patrimonio genetico.
NOTA: Testo rivisto dall’Autore.
