Sfide dell’economia globale e geopolitica: quale ruolo per l’Europa

Tematiche: Economia

Maurizio Faroni

Lo scenario internazionale è scosso da profondi sconvolgimenti di quei paradigmi che si sono stabiliti all’interno del quadro giuridico sovranazionale e da cui derivano i principi e le regole dell’economia globale, in un contesto essenzialmente condiviso (anche se con alcune debolezze/contraddizioni). La situazione geopolitica è cambiata drasticamente in pochi anni, anche a causa dell’approccio duro, isterico e “volatile” della nuova amministrazione americana. Alcune istituzioni essenziali delle democrazie liberali stanno attraversando una fase critica e l’economia di mercato, nata sui principi della libera concorrenza e sull’inclusione di segmenti sempre più ampi della popolazione nella diffusione del benessere, oggi mostra sfide e minacce. Queste tendenze mettono in discussione i meccanismi di funzionamento dell’economia, ma anche l’intreccio tra il quadro economico e le fondamenta delle democrazie liberali. Per iniziare non posso però anzitutto non chiederle un giudizio sulla presunta conclusione – a circa il 40° annuncio di Trump – della guerra di Stati Uniti/Israele con l’Iran. Quali possibili conseguenze si attende sul piano geopolitico ed economico?

F. Wescott

Sono estremamente felice di parlare di queste problematiche, che sono di grandissima importanza e che fanno parte dell’attuale scenario internazionale. Le considerazioni che presenterò si basano su attività di ricerca e su una serie di analisi e indagini che sono state condotte. Parliamo di questo cosiddetto accordo di pace tra l’Iran e gli Stati Uniti. Per il presidente Trump – e lo ha dichiarato lui stesso – si tratta del più grande accordo mai concluso dagli Stati Uniti d’America, un accordo perfetto. Dobbiamo però cercare di capirne di più. Sono stati pubblicati una serie di articoli eccellenti, in particolare dal New York Times, che descrivono bene il processo che ha portato a questa decisione, sostenuta dai consiglieri economici e politici del presidente Trump. Quegli stessi consiglieri che, peraltro, erano tutti assolutamente d’accordo sul fatto che il bombardamento dell’Iran da parte degli Stati Uniti d’America non fosse una buona idea, né dal punto di vista economico né da quello politico. Il vicepresidente, Rubio e anche Ratcliffe, capo dell’intelligence, avevano tutti dichiarato apertamente che l’invasione dell’Iran non fosse una buona idea. La risposta di Trump a queste posizioni dei suoi consiglieri è stata sostanzialmente di disinteresse, forte della convinzione di conoscere meglio di chiunque altro la situazione. L’idea era: «In quattro giorni riusciremo a vincere, a cambiare il regime, a impossessarci dell’uranio, a eliminare completamente la diffusione dei droni iraniani e tutto ciò che riguarda il nucleare». Sono passati quei quattro giorni e, dal quinto in poi, è apparso chiaro che la guerra non si sarebbe risolta in un lasso di tempo così breve. Oggi ci troviamo, a distanza di quattro mesi, di fronte a questa “soluzione apparente”, perché già dal quinto giorno in poi il presidente Trump è apparso sempre più ansioso di trovare una via di risoluzione del conflitto e ha cercato in tutti i modi di raggiungere un accordo che consentisse di risolvere soprattutto la questione della riapertura dello Stretto di Hormuz. Permangono numerose incertezze sullo scenario internazionale come conseguenza di questo accordo. A un certo punto si è iniziato a sostener che nell’ambito dell’accordo fosse prevista la creazione di un fondo speciale per lo sviluppo a favore dell’Iran: si parlava di 300 miliardi di dollari, una prospettiva che aveva suscitato non poca preoccupazione tra gli esperti. Successivamente, il presidente Trump ha precipitosamente cercato di calmare le acque, affermando che quei 300 miliardi di dollari, destinati a un fondo per il dopoguerra, non sarebbero più stati stanziati. Ci troviamo quindi di fronte a una serie di incertezze che il mercato deve affrontare. Purtroppo siamo arrivati a una situazione estremamente difficile per i mercati dell’energia, dopo che si è fra l’altro determinata l’interruzione della possibilità di raffinare il petrolio grezzo. C’è infatti una grande preoccupazione che incombe su questo settore industriale, un problema sul quale tutti gli esperti del settore petrolifero concordano: la ripresa della raffinazione del petrolio grezzo subirà un ulteriore ritardo, perché le raffinerie non potranno tornare operative prima di agosto, settembre o addirittura ottobre. Non solo. Per quanto riguarda il gas naturale liquido, la maggior parte degli impianti di produzione del Medio Oriente è stata distrutta nell’ambito del conflitto. Ci vorranno tre o quattro anni prima di normalizzare la situazione sul mercato mondiale. Ripeto: siamo in un periodo di grande incertezza. Ci sono forti pressioni sul 2026 e si prevede uno squilibrio di circa mezzo punto percentuale del prodotto interno lordo mondiale a causa di questi fatti. Anche per quanto riguarda il reddito disponibile, a seguito di questa guerra c’è stato ovviamente un duro colpo a livello mondiale. Il reddito medio reale negli Stati Uniti d’America presenta una tendenza negativa; ciò significa meno denaro disponibile per le famiglie, non solo negli Stati Uniti d’America, ma anche in Europa occidentale, in Giappone e in Corea. Un secondo elemento riguarda la pressione inflattiva che sta colpendo tutto il mondo. Abbiamo visto recentemente che la Banca centrale europea ha aumentato i tassi di interesse e gli Stati Uniti si preparano a fare lo stesso. Permane un forte bias per quanto riguarda la situazione inflattiva. Ultimo, ma non meno importante, è il problema della fiducia, che sta venendo meno a livello globale nei confronti di un’economia globale sempre più traballante. La fiducia è un fattore fondamentale in una situazione di questo tipo.

Maurizio Faroni

Guardando agli Stati Uniti oggi: com’è possibile che gli Stati Uniti, modello delle economie liberali e del libero mercato, siano diventati il paese dei dazi, dell’antiglobalizzazione e sostenitore delle autocrazie? L’Amministrazione USA sta di fatto cercando di reimpostare tutta la sua linea strategica attraverso le politiche tariffarie e l’abuso di posizioni dominanti in economia. È vero che, fino ad ora, Trump ha fatto molti passi indietro sui dazi, ma allo stesso tempo sta cercando di ridurre la libera competizione attraverso investimenti pubblici (e di “family and friends”) in aziende strategiche con l’intento di imporre aziende americane globali in tutto il mondo, soprattutto nell’ambito della tecnologia. Tutto ciò contraddice i fondamenti dell’economia di mercato di stampo liberale. Cosa dobbiamo attenderci e cosa non ha funzionato nelle Amministrazioni precedenti a Trump? Il sistema politico e l’opinione pubblica come si collocano di fronte a questa involuzione? Che evoluzione possiamo immaginare per l’economia globale?

F. Wescott

La maggior parte degli economisti, me compreso, lavora per il benessere del Paese. Ovviamente dobbiamo tenere in considerazione il concetto della sostenibilità: serve una crescita sostenibile, bisogna essere “attivi”, “imprenditivi” ma al tempo stesso sostenibili, e cercare di contrastare quegli avvenimenti internazionali che ostacolano il percorso verso la sostenibilità. Questo è ciò in cui credo io e in cui crede il 99,9% dei miei colleghi. Ovviamente provo un sentimento di frustrazione, perché sembra che stiamo andando nella direzione opposta rispetto a quella che dovremmo seguire. Se chiediamo a chiunque si occupi di economia se la politica dei dazi sia una politica ragionevole e praticabile dal punto di vista economico, sono sicuro che il 99,9% degli esperti risponderà di no. C’è però un’unica persona per la quale la parola dazi sembra rappresentare la soluzione a tutti i problemi. Anzi, ha dichiarato che dazio è la sua parola preferita del vocabolario inglese. Lo sostiene da anni ed è stato proprio lui a imporre questi dazi al mondo, mettendo in pericolo la situazione economica. Di conseguenza, si può affermare che la politica dei dazi sia stata una politica fallimentare. Il suo obiettivo era quello di rilanciare l’industria manifatturiera, ma da quando il presidente Trump è stato eletto sono andate perse centinaia di migliaia di posti di lavoro in questo settore. Molte delle sue decisioni sono state dettate più da motivazioni ideologiche che da valutazioni economiche. Vi faccio un esempio: negli Stati Uniti non produciamo né banane né caffè. Il fatto di imporre un dazio sul caffè che importiamo dal Brasile o dall’America Latina ha semplicemente aumentato il costo della vita quotidiana. Basta pensare a Starbucks, una grande catena dove, fino a poco tempo fa, un caffè americano costava tra i 7 e gli 8 dollari. Dopo l’introduzione dei dazi, lo stesso caffè costa 16 dollari. Questa è una spiegazione semplice, ma efficace, dello scarsissimo risultato ottenuto dalle politiche tariffarie adottate dall’amministrazione Trump. Di conseguenza, la più grande preoccupazione è che si sta minando il fondamento, il segreto di della crescita economica e della crescita della produttività negli Stati Uniti è stato quello di aver potuto contare su un mercato aperto, su uno Stato di diritto che ne disciplinasse il funzionamento e sulla possibilità concessa agli investitori privati non solo di creare imprese, ma anche di investire, a condizione che rispettassero i propri doveri fiscali e normativi. In passato gli investitori americani erano liberi di investire nei progetti che ritenevano più promettenti. Negli ultimi 25 anni, gli Stati Uniti d’America hanno registrato un tasso di crescita economica media reale dell’1,5% annuo, decisamente superiore a quello degli altri Paesi del G7. Il modello della globalizzazione è stato di grande beneficio per gli Stati Uniti. Se prendiamo in considerazione il reddito pro capite, gli Stati Uniti sono sempre stati al di sopra dei Paesi del G7 ma anche di paesi come la Corea, il Giappone, la Cina. Nel corso degli ultimi venticinque anni il reddito pro capite negli Stati Uniti è triplicato, mentre negli altri Paesi la crescita è rimasta sostanzialmente piatta o, nel migliore dei casi, si è attestata intorno al 20%. Il libero mercato negli Stati Uniti d’America ha contribuito in modo significativo a questo risultato. Il rischio, oggi, è che l’imposizione delle tariffe e la manipolazione dei monopoli possano condurre a una crisi. Come si è arrivati a questo? Perché è stato eletto questo presidente? Quali sono state, ammesso che ce ne siano state, le responsabilità delle precedenti amministrazioni che hanno portato a una scelta di questo genere? Parte della mia carriera è stata dedicata ai negoziati per l’ingresso della Cina nel WTO. Durante quel processo ci sono stati aspetti positivi e aspetti negativi legati al fenomeno della globalizzazione. Sicuramente ci sono state conseguenze negative; tuttavia, se consideriamo il quadro complessivo, gli effetti positivi sono stati superiori. Il reddito pro capite negli Stati Uniti è passato dai 30 mila dollari del 2000 agli attuali 90 mila. Nei Paesi europei si è arrivati a un reddito pro capite compreso tra i 40 e i 50 mila dollari, con la sola eccezione della Germania, che ha raggiunto i 56 mila dollari, mantenendo una posizione di preminenza. La globalizzazione ha funzionato. Certamente non è un sistema perfetto: si sono persi molti posti di lavoro nel settore manifatturiero e questo ha provocato conseguenze dolorose. Parte del problema è stata anche l’entrata della Cina nel WTO. Esiste una ricerca che lo dimostra: la Cina sarebbe responsabile della perdita di circa un terzo dei posti di lavoro successiva al suo ingresso nell’Organizzazione mondiale del commercio, almeno per quanto riguarda l’Europa occidentale e gli Stati Uniti. Questa situazione di disoccupazione ha generato un forte risentimento, in particolare tra gli uomini di età compresa tra i venti e i trent’anni. L’attuale presidente ha saputo fare leva su questo malcontento, riuscendo a canalizzare l’ostilità e la rabbia di questa parte della popolazione e a trasformarle in una strada verso la presidenza.

Maurizio Faroni

Questa sua conclusione mi dà il destro per affrontare un tema che sta molto a cuore alla nostra Cooperativa. Qualche giorno fa il New York Times, commentando l’ultima IPO di Elon Musk, grazie alla quale ha aggiunto qualche trilione di dollari alla sua personale ricchezza, scriveva: “I salari stanno calando. La ricchezza è in crescita. Non c’è da meravigliarsi se gli americani sono infelici”. Sia pure in forme diverse questa stessa tendenza a vedere una concentrazione sempre più forte in poche mani dei grandi patrimoni caratterizza tutti i paesi sviluppati del mondo liberale occidentale, creando un terreno fertile per i movimenti populisti e sovranisti. Non le sembra che sia tempo di ripensare il modello liberale di economia di mercato globale, correggendo le distorsioni inaccettabili che dipendono dalla concentrazione del potere economico/tecnologico in poche mani (che fine hanno fatto i principi dell’antitrust!) promuovendo un’economia di mercato che combina la creazione di valore con l’inclusione sociale e l’equità/uguaglianza?

F. Wescott

Penso sia un’ottima domanda, anche se – scherzando – dovrei dirle che richiederebbe circa quattro ore per formulare una risposta compiuta. Uno dei problemi principali degli Stati Uniti d’America è rappresentato dalla cosiddetta “curva K”. Nella parte superiore della curva si trovano coloro che sono proprietari della propria abitazione, possiedono un portafoglio azionario e hanno investimenti in borsa: persone, quindi, che hanno molto beneficiato del forte apprezzamento del mercato azionario soprattutto, che hanno potuto aumentare le loro capacità di spesa e migliorare le condizioni generali di vita. Nella parte inferiore della curva, invece, ci sono le persone che non possiedono una casa, non hanno portafogli azionari e vivono una situazione decisamente più difficile. Negli Stati Uniti lo vediamo ogni giorno: ci sono situazioni in cui alcune persone si ritrovano improvvisamente con molto denaro, senza aver fatto nulla di particolare. Faccio un esempio semplice per farvi capire. I genitori del mio assistente sono andati in pensione, investito una certa somma sui mercati finanziari e, grazie all’apprezzamento del proprio patrimonio, hanno deciso di concedersi una crociera in Vietnam permettendosi di volare in business class. Prima di partire si sono resi conto che, da un giorno all’altro, il loro investimento si era rivalutato di 20 mila dollari e hanno deciso di convertire il biglietto in first class per viaggiare con maggiore comfort. All’estremo opposto della curva troviamo, invece, una categoria di persone che è molto lontana dal guadagnare con facilità i 20 mila dollari che accennavo nell’esempio, ed è sottoposta a un forte stress economico. Per la prima volta da decenni assistiamo a un numero di persone che non riesce a ripagare i debiti contratti con le carte di credito, come non accadeva dalla crisi del 2008-2009. Anche le rate delle automobili sono diventate un problema, perché molti non riescono più a sostenerle. Allo stesso modo, moltissimi studenti non riescono a restituire i prestiti contratti per iscriversi all’università. Per questo motivo sta crescendo sempre di più la pressione affinché questa situazione cambi, perché non è possibile continuare con un sistema in cui i ricchi diventano sempre più ricchi, mentre gli altri rimangono indietro. Oggi assistiamo ad un’estrema concentrazione dei valori borsistici degli indici azionari, in particolare nell’indice S&P 500. Ci sono le cosiddette Magnifiche Sette – tra cui Apple, Microsoft e Nvidia– che continuano a registrare risultati sempre migliori, determinando una crescita sempre maggiore delle capitalizzazioni di mercato in poche società quotate. Ora diventeranno nove le società ad altissima valorizzazione borsistica con Space-X e Anthropic. Al momento le principali sette società quotate americane assorbono tra il 35% e il 40% della capitalizzazione totale dell’indice S&P 500. Parallelamente la corsa all’intelligenza artificiale contribuisce ulteriormente ad alimentare le valutazioni di borsa, alimentando questa corsa alla concentrazione dei valori borsistici. Chiunque operi nel settore dell’intelligenza artificiale viene quotato con valutazioni molto elevate e, di conseguenza, chi possiede azioni di queste aziende ottiene guadagni considerevoli. Il boom della borsa americana ha quindi mascherato, almeno in parte, i danni prodotti dall’imposizione dei dazi, danni che hanno colpito soprattutto coloro che non possiedono investimenti finanziari. Questa situazione ha retto fino a oggi; la vera preoccupazione, però, è capire che cosa accadrà nel momento in cui dovesse verificarsi un effetto negativo. Un punto interessante da prendere in considerazione è che la generazione dei ventenni e dei trentenni negli Stati Uniti sembra attualmente contraria ad una diffusione incontrollata dell’intelligenza artificiale. Non solo perché è convinta che essa riduca ulteriormente le opportunità di lavoro, ma anche perché è pienamente consapevole che stia alimentando un’ulteriore estrema concentrazione della ricchezza. Si va anche realizzando un’interessante affinità di vedute tra chi sostiene posizioni più estreme a sinistra e chi, invece, si colloca sulle posizioni più estreme della destra. Il senatore Sanders ha proposto l’introduzione di una tassa pari al 50% dei profitti delle aziende che operano nel settore dell’intelligenza artificiale. L’idea è che questo 50% confluisca in un fondo di investimento destinato ad aiutare le persone in difficoltà. Questa rappresenta la tipica posizione dell’estrema sinistra americana: il senatore Sanders è un progressista e un socialista. Tuttavia, una proposta abbastanza simile è stata avanzata recentemente anche dal presidente Trump, il quale, a un certo punto, ha affermato: «Perché non costituire un fondo sovrano che possa aiutare le persone in difficoltà?». Non so dire se qualcosa di questo genere avverrà realmente ma è sorprendente che due figure politicamente così distanti possano trovarsi d’accordo su un’idea di questo tipo. Chi critica questa situazione di estrema concentrazione della ricchezza collegata agli sviluppi dell’Intelligenza Artificiale è perfettamente consapevole del fatto che lo sviluppo dell’intelligenza artificiale è avvenuto anche appropriandosi di contenuti presenti sul web, senza riconoscere alcuna quota dei profitti a coloro che quei contenuti li hanno prodotti e, spesso, senza nemmeno chiederne l’autorizzazione.

Maurizio Faroni

Sono temi di grandissimo rilievo, anche per le implicazioni finanziarie, che ci porterebbero a chiederle altri approfondimenti, ma vorremmo chiudere la serata approfittando della presenza di un grande economista basato a Washington per chiedere un parere sulla situazione dell’Europa. La Ccdc è da sempre un’entusiasta sostenitrice del progetto di integrazione europea, pur senza sottovalutarne i limiti e le difficoltà. Pensiamo che il modello europeo di costruzione di un’identità comune pur provenendo da storie, culture, lingue in buona parte diverse, la scelta di un quadro di riferimento legato alla democrazia liberale potrebbe essere un riferimento anche in questo mondo dilaniato dai conflitti. Ma dal tuo punto di vista privilegiato: cosa c’è che non va in Europa e cosa dovrebbe fare per accrescere il suo peso politico ed economico? Come potrebbe evolvere la sua posizione geopolitica ed economica, stretta com’è tra le grandi potenze economiche (e militari) di USA e Cina?

F. Wescott

L’Europa si trova stretta tra due fuochi: gli Stati Uniti d’America e la Cina. È schiacciata da entrambi i lati e la conseguenza, alla luce dell’attuale politica dell’amministrazione americana, è che la Cina sta acquisendo un’influenza sempre maggiore su ciò che accade in Europa. La domanda è questa: perché, proprio nel momento in cui la Cina diventa sempre più importante in Europa, gli Stati Uniti sembrano rinunciare al loro tradizionale atteggiamento nei confronti del capitalismo, dello Stato di diritto e dell’appartenenza alla NATO? Anche se non comprendiamo pienamente questa rinuncia, pensano i cinesi, perché non trarne vantaggio. C’è una considerazione, tra le tante che si possono fare sull’Europa, che deve essere espressa con molta chiarezza. La situazione demografica ha conseguenze importanti sull’economia europea. Se un’economia vuole essere dinamica, deve poter contare su nuove energie, sui giovani. In effetti, anche nel breve periodo potrebbero esserci risultati diversi se venissero modificate alcune politiche. Se l’obiettivo è rafforzare l’Europa, bisogna puntare anche sulla demografia e quindi sulla crescita della popolazione, per costruire un’economia più dinamica. La mia preoccupazione è però che, nel brevissimo termine, l’Europa si trovi costretta a destinare ingenti risorse al settore della difesa e degli armamenti. Mi dispiace doverlo dire, ma gran parte delle energie europee viene oggi assorbita dal conflitto tra Russia e Ucraina. Gli Stati Uniti d’America, inoltre, non stanno svolgendo quel ruolo che pensavo avrebbero potuto avere. Recentemente ho parlato con uno degli osservatori cinesi che ha partecipato a un vertice tra Donald Trump e Xi Jinping. Mi spiegava che la Cina guarda con grande interesse ai ventisette Paesi dell’Unione europea, in particolare a quelli più deboli. È pronta ad aiutare gli Stati che hanno problemi di bilancio, di demografia o di competitività. La Cina è ben felice di inserirsi nell’economia di questi Paesi e, dal suo punto di vista, ritiene di contribuire al rafforzamento dell’Europa per trarne dei benefici. Lo stesso osservatore aggiungeva che ciò che oggi manca all’Europa è una voce autorevole. Quando c’era la cancelliera Angela Merkel si percepiva un forte senso di autorevolezza e di controllo. Certo, rappresentava un solo Paese, ma quel Paese riusciva comunque a tracciare una linea politica chiara, di indirizzo generale. La Cina è molto sensibile all’impatto che una leadership di questo tipo può esercitare. Un altro tema riguarda la situazione politica europea. Molti leader europei saranno chiamati alle urne nei prossimi mesi e bisognerà capire quale Europa uscirà da queste elezioni. Un’Europa che darà l’impressione di essere più unita avrà certamente un maggiore peso politico. Infine, la Cina continuerà a portare avanti la propria politica economica nel mercato europeo. Una parte consistente del suo prodotto nazionale ha subito una forte contrazione e, per questo motivo, il governo ha deciso di sostenere esplicitamente le esportazioni attraverso sussidi. Tutto ciò va inevitabilmente a scapito dei Paesi europei, che oggi si trovano a fronteggiare una guerra commerciale sia con la Cina sia con gli Stati Uniti, trovandosi così a operare su due fronti. L’Europa deve assumere una posizione più ferma nei confronti della Cina. Oggi non si ha più la sensazione che l’Europa abbia davvero il controllo di questa situazione. È necessario che presti maggiore attenzione allo sviluppo demografico e alla gestione della spesa pubblica, che acquisisca maggiore autorevolezza, che faccia sentire la propria voce e che tenga sotto controllo la politica delle esportazioni cinesi. Vi lascio con un’ultima riflessione. L’Europa è composta da Paesi democratici e anche gli Stati Uniti d’America sono una democrazia. Io credo che, nel tempo, si tornerà a una situazione di maggiore normalità rispetto a quella che stiamo vivendo oggi. L’attuale presidente degli Stati Uniti gode di un indice di gradimento pari a circa il 35%. Come sapete, a novembre si terranno le elezioni di midterm e, storicamente, quando un presidente si presenta con un consenso di questo livello, il suo partito perde mediamente una quarantina di seggi alla Camera. Se consideriamo che oggi la maggioranza repubblicana è di appena quattro seggi, è plausibile che il Partito Democratico possa conquistare la maggioranza sia alla Camera sia al Senato. Bisogna inoltre ricordare che, in una democrazia, c’è sempre un processo di riequilibrio, e questo avviene attraverso le elezioni. Non si è nelle condizioni di quei paesi che disconoscono le istituzioni democratiche con Presidenti che restano in carica per 20 o 30 anni ed esercitano un potere illimitato ritenendo di poter fare tutto ciò che vogliono. Le istituzioni democratiche esistono e funzionano negli Stati Uniti. Il consiglio che vorrei darvi è questo: mantenete forte la democrazia in Europa, perché il 65% degli americani non è affatto soddisfatto del presidente che oggi governa il Paese. Vedremo che cosa accadrà alle elezioni di novembre, ma io credo che, in ultima analisi, il fatto di poter contare su un sistema democratico produrrà i suoi effetti positivi.

 

Nota: Trascrizione, basata sulla traduzione consequenziale di Paolo Maria Noseda, non rivista dall’Autore, della conferenza tenuta a Brescia il 17.6.2026 su invito della Cooperativa Cattolico-democratica di Cultura e della Fondazione UNIBS.

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