Socrate e la ricerca del senso
Per quale ragione potrebbe essere utile tornare a Socrate, un filosofo morto (anzi, condannato a morte, e che dunque, apparentemente, ha fallito) nel 399 a.C. per riflettere sul tema della ricerca del senso? Io credo che fare questo balzo indietro possa servire, come è stato detto, a fare un saluto più lungo in avanti e che tornare a interpellare Socrate e i suoi insegnamenti possa essere utile e per molte ragioni. In primo luogo perché per la prima volta nel pensiero occidentale la psyché, ovvero l’anima, viene intesa come capacità di intendere e di volere. Tutta la riflessione di Socrate ruota infatti intorno al concetto di anima, che lega strettissimamente i due principi fondamentali del suo pensiero:
- Conosci te stesso (come la massima Delfica, cita esplicitamente da Platone)= conosci la tua anima;
- Prenditi cura di te stesso= ovvero prenditi cura della tua anima.
Il nesso strettissimo e inscindibile tra la conoscenza di sé e cura di sé (e anche degli altri), emerge con chiarezza anche all’interno dell’Alcibiade I, in cui si legge che per Socrate si può curare bene se stessi solo se si conosce se stessi. Senza conoscenza, infatti, non c’è epiméleia, termine greco che rimanda al melos, ovvero al carme, alla melodia, e dunque alla musica da dare alla propria vita, esattamente come, per citare uno degli esempi offerti da Platone nell’Alcibiade I, nessuno può fare buoni anelli e dunque realizzare al meglio la natura o l’ergon dell’anello, se non sa che cosa siano gli anelli. Quindi dobbiamo conoscerci, prima di volerci bene e anzi proprio al fine di volercene. Ma che cosa dobbiamo soprattutto conoscere di noi proprio allo scopo di attuare una cura adeguata, appropriata, in grado di farci stare in forma o in grado di farci tornare n forma una volta che l’abbiamo persa? Che cosa? La nostra parte più importante, ovvero, potremmo dire, la nostra vera essenza, ciò che conta davvero. E la conoscenza di noi stessi e di ciò che è davvero importante e non semplicemente delle cose ci appartengono, per Socrate (ma secondo una movenza che si troverà, analogamente anche in Platone e in Aristotele), rappresenta la condizione imprescindibile 1) da un lato, nella nostra apertura al mondo e, 2) dall’altro, della nostra fioritura. Perché nessuno può fiorire da solo e perché la philia (termine difficilissimo tra tradurre e che indica “ogni relazione con l’altro”) presuppone la philautia, ovvero l’amor proprio, l’amore di sé, quel voler bene alla parte più importante di noi che solo nel virtuoso conduce all’apertura al mondo, ricorderà Aristotele. Nel vizioso, al contrario, che si ama indebitamente, che non si conosce, la philautia si configura come egoismo e come chiusura al mondo, come diffidenza, come rottura delle relazioni e come appassimento esistenziale. E proprio al tema della fioritura mi pare possa essere utile rivolgere l’attenzione perché ci invita a riflettere sul fatto che il vero amore, verso se stessi e verso gli altri, è l’amore dell’anima. Nel caso dell’amicizia con gli altri, inoltre, esso si configura come amore di ciò che l’altro è e non di ciò che l’altro ha. In questo risiede il fondamento di una amicizia autentica e disinteressata, fine a se stessa, bella, vera. In questa presenza di due logiche (quella dell’interesse da un lato e quella della libertà e del disinteresse dall’altro) che presiedono nell’instaurazione di legami di philia, mi sembra si possa intravedere un legame profondo con la nozione di amicizia vera e virtuosa delineata da Aristotele nei libri VIII e IX dell’Etica Nicomachea, in cui l’altro è amato per quello che è e senza “secondi fini”, e non, come nel caso dell’amicizia utile e piacevole, per quello che ha da offrire. Questa è, dunque, l’amicizia vera e stabile, l’amicizia per un bene che, come ricordava già Platone nell’Alcibiade I, “non sfiorisce”, l’amore per il vero bello, quello stabile, appunto, quello destinato a durare. E questa è l’amicizia vera è esattamente lo stesso legame che Socrate riesce a instaurare con i propri interlocutori dicendo ad essi la verità; questo Socrate insieme brutto fuori ma bellissimo dentro (e che per questo, rappresenta il capovolgimento dell’ideale greco della kalokagathia), e dunque irresistibile e carismatico. E il legame che Socrate instaura con i suoi interlocutori è un legame terapeutico (nel senso della parola greca therapeia (coltivazione, cura, rispetto), che indica un legame benefico, fecondo ma anche duro, doloroso. Socrate non a caso è descritto da Platone come un tafano, come una torpedine, come una vipera; Socrate può far male, come fa male ogni ricerca del senso, che deve attraversare i nodi, cioè le aporie (cfr. Aristotele, Metafisica III), ma lo fa per il bene dei suoi interlocutori, perché vuole aiutarli a liberarsi dalle false convinzioni e a partorire il vero. Socrate, in questo senso, è come il vero amico di cui parla Aristotele, che dice la verità a costo di essere spiacevole, ma cha aiuta a ritrovare, come nel caso del vizioso (che, ricorderà Aristotele, vive e vede male), la “retta via”, quando essa è stata smarrita. Per Socrate, infatti, nessuno può salvarsi da solo e un amico vero, ricorderà Aristotele, è qualcuno che può salvarci la vita, prendendosi cura di noi, smascherando le nostre false credenze e le nostre illusioni, facendoci eventualmente anche capire che la strada che abbiamo imboccato è sbagliata. Allora il dialogo diretto di anima con anima, quello praticato quotidianamente da Socrate, può aiutare a trovare la verità, a partorire la verità e, insieme la bellezza. Ma non si può insegnare a partorire la verità, come Fenarete, madre ostetrica di Socrate ha insegnato a Socrate stesso, se prima non ci si è liberati dal falso, dal brutto, se prima, come, invece, ha insegnato a Socrate Sofronisco, suo padre (che era uno scultore), non abbiamo tolto di mezzo tutto ciò che era superfluo e che costituiva un ostacolo. In altre parole, la via umana ha bisogno di tagli, di potature. Come ha ricordato Nunzio Galantino: «Credo che questo mondo, oggi, abbia bisogno di tante potature. La potatura è un taglio intelligente. Toglie ciò che non serve, per permettere a ciò che è vivo di trovare spazio». Solo così è possibile far partorire l’anima e realizzare quel “parto nel bello” di cui parla Platone nel Simposio. Ma perché questo parto ci sia, di nuovo, è imprescindibile anche la presenza dell’altro. Non a caso, lo stesso Aristotele dirà che “la verità si costruire insieme”. Allora, forse, il senso di ogni ricerca e di ogni vita umana è cercare costantemente, senza mai fermarsi, quella bellezza che non sfiorisce, per realizzare una fioritura complessiva della vita umana. Una fioritura che non può realizzarsi, come Socrate ha insegnato, senza una serie di ingredienti:
- In primo luogo l’impegno costante, l’esercizio incessante (ovvero l’askesis, termine collegato al verbo askeo, che significa lavorare diligentemente, ma anche ornare, indicando cioè un lavoro che non sfinisce ma che tornisce, che rende belli), visto che una vita senza ricerca, senza un esame incessante del pro e del contro, non è degna di essere vissuta;
- Questo esercizio quotidiano, che ovviamente è anche penoso e faticoso, non deve mai far perdere quell’entusiasmo (ovvero quell’enthousiasmos, termine che, alla lettera, significa avere il dio dentro) che caratterizzava incessantemente la pratica filosofica e l’esistenza di Socrate;
- In terzo luogo la capacità di autodominio (enkrateia), ovvero quella capacità di tenuta che non ha nulla a che vedere con la mortificazione dei sensi, visto che le passioni rappresentano, anche per Socrate, un elemento fondamentale dell’esistenza. Le passioni, però – ecco il punto – non devono avere l’ultima parola, nel senso che non devono schiavizzarci. Dobbiamo farne la nostra “benzina quotidiana” ma dobbiamo essere noi a disporne, dobbiamo essere detentori e non detenuti, liberi e non schiavi.
Solo così, con conoscenza, pazienza, esercizio e cura, possiamo realizzare la nostra personalissima fioritura. Cercare il senso della vita significa, dunque, con Socrate, non dimenticare mai di coltivare la parte migliore di noi stessi, non per snaturarci, non per “diventare qualcos’altro”. Essere felici, infatti, non vuol dire “diventare qualcuno” ma casomai, in perfetto stile socratico, diventare – sempre più e sempre meglio – noi stessi. In conclusione, allora, si può dire che occorre tornare a Socrate perché riflettere sulla ricerca dl senso, da intendere sia come “significato” sia come “direzione”, significa prendersi cura di noi e degli altri e di ciò che davvero conta, anche, quando è necessario, facendo un passo indietro, riconoscendo la propria ignoranza, non vergognandosi dei nostri limiti e delle nostre imperfezioni. In questo senso si può dire che la coscienza socratica del non sapere non è un modo per soffocare la ricerca. Al contrario è la consapevolezza che solo facendo un passo indietro è possibile avviare un dialogo autentico e vero tra le parti, un confronto capace di essere autenticamente produttivo di sapere. E, in conclusione, tornare a Socrate in una riflessione sulla ricerca del senso credo possa essere utile a ricordarci che, essendo l’uomo un animale sociale, l’arte di saper vivere si concretizza sempre nell’arte del saper vivere con gli altri. Ciò si realizza, in ambito politico, con un impegno collettivo verso il bene comune. Ancora più nello specifico, credo – e con questo chiudo davvero – occorre tornare alla dimensione squisitamente socratica della cura, del rispetto, dell’attenzione all’altro nella sua irriducibile singolarità, ovvero attuando un’operazione che oggi è più che mai urgente, necessaria e bella.
PS, per l’approfondimento della figura di Socrate, mi permetto di rimandare a A. Fermani, Socrate e i suoi seguaci, in Filosofia antica. Una prospettiva multifocale, M. Migliori-A. Fermani (a cura di), Scholé, Morcelliana, Brescia 2020, pp. 99-116
NOTA. Trascrizione, rivista dall’Autore, della conferenza tenuta a Brescia il 27.4.2026 dalla professoressa Arianna Fermani, docente di Storia della Filosofia Antica, Università di Macerata.
