Posa di 3 Pietre d’inciampo a Vezza d’Oglio

Posa di 3 Pietre d’inciampo a Vezza d’Oglio

Lunedì 19 gennaio 2026 a Vezza d’Oglio sono state poste 3 Pietre d’inciampo, iniziando alle ore 10 con una cerimonia in piazza IV luglio 1866, nella quale sono intervenuti il Sindaco di Vezza d’Oglio Paolo Gregorini Fabio Branchi ANEI (Associazione Nazionale ex Internati) Sezione di Valcamonica, Daniele Orsatti,  promotore del progetto per il paese, Alberto Franchi, coordinatore provinciale del progetto Pietre d’inciampo, e una rappresentanza di allievi della Scuola Secondaria di Primo Grado di Vezza d’Oglio.

A seguire la comunità ha messo a dimora le Pietre d’inciampo:

in via San Clemente 5 in memoria di Martino Ventura, Internato Militare Italiano morto a Gross Fullen il 29.6.1945,

in via San Martino 12 in memoria di Martino Attilio Zampatti, Internato Militare Italiano morto a Mittelbau Dora il 7.2.1944,

in via Nazionale 99 in memoria di Giuseppe Ferrari, Internato Militare Italiano morto a Guben il 23.1.1944.

L’iniziativa è stata promossa da CCDC, ANED, ANEI, ANPI, Fiamme Verdi, Casa della Memoria, Commissione Scuola ANPI Dolores Abbiati con il contributo della Fondazione Comunità Bresciana e il patrocinio del Comune di Vezza d’Oglio.

Teleboario ha realizzato un ampio servizio sull’iniziativa.

Intervento di Fabio Branchi, ANEI (Associazione Nazionale ex Internati) Sezione di Valcamonica

Buongiorno e benvenuti a tutti. Porgo il saluto e ringrazio il Sindaco di Vezza d’Oglio per l’invito a questa giornata speciale per la vostra Comunità. Saluto e ringrazio per la presenza tutte le autorità civili, militari e religiose. Saluto e ringrazio gli amici della Cooperativa Cattolico-democratica di Cultura, di ANED, di ANPI, delle Fiamme Verdi, dell’Archivio Storico dell’Università Cattolica di Brescia, della Casa della Memoria e della Commissione Scuola Dolores Abbiati, che insieme a noi dell’ANEI hanno promosso questa iniziativa. Grazie a Daniel Orsatti, per le meticolose ricostruzioni storiche, segno di un amore profondo verso il proprio paese. E grazie a Voi ragazzi, che siete qui insieme alle vostre insegnanti. Grazie a Voi ragazzi, che oggi potete iniziare un percorso di conoscenza e di riscoperta di una pagina di Storia d’Italia (ma anche di Vezza d’Oglio) dimenticata per molti decenni. In queste settimane, in preparazione a questa giornata, avrete sicuramente studiato la Storia dei tre concittadini che oggi ricordiamo con un gesto estremamente semplice, la posa di una piccola pietra. Un gesto apparentemente semplice, ma che ogni volta riapre una Storia e restituisce l’identità ad una persona che la violenza dell’ideologia nazifascista dei lager ha cercato di cancellare per sempre, ma che oggi ha fallito. “Una persona viene dimenticata soltanto quando viene dimenticato il suo nome”. Lo avrete già sentito altre volte e anche oggi probabilmente sentirete queste parole. Ridare il nome a tre cittadini di Vezza d’Oglio: è questo il senso delle pietre d’inciampo. Oggi i nomi di Martino Ventura, Martino Attilio Zampatti e Giuseppe Ferrari tornano lì dove la vita quotidiana scorre: su un marciapiede, davanti a un portone, lungo una strada attraversata da passanti distratti, nel luogo esatto dove una vita si è interrotta e dove le città e i paesi sono ogni giorno chiamati a ricordare. La pietra d’inciampo rappresenta uno spazio condiviso di ricordo, una memoria che si incontra per caso, sotto i piedi; per leggerla bisogna fermarsi, abbassare lo sguardo, chinarsi; un gesto minimo che diventa atto di rispetto; un’ultima carezza a ciascuna vittima dei Lager. Quello delle Pietre d’Inciampo costituisce un progetto senza precedenti, innovativo, tanto per tipologia quanto per forza evocativa, che ha superato presto i confini della Germania in virtù della sua originale funzione di stimolo alla coscienza collettiva in molti paesi europei. A Vezza d’Oglio, come a Brescia qualche giorno fa e come in tante altre città europee, il lavoro dell’artista Gunter Demnig trasforma i paesi e le città in luoghi che ricordano e che restituiscono nomi e destini individuali, ricordando che dietro ai numeri della storia ci sono persone, famiglie, affetti, progetti e sogni. La posa di ciascuna pietra diventa uno spazio condiviso di ricordo, punto di sosta per riacquisire un respiro umano e per ritrovare un impegno, personale e comune, per il futuro di tutti. Ma continua anche a ricordarci dell’importanza e del valore civile della Memoria, che «non può ridursi a un rito, ma deve restare vigile e capace di orientare le scelte di oggi, in un contesto internazionale segnato da tensioni e conflitti». Le vicende personali di Martino Ventura, Martino Attilio Zampatti e Giuseppe Ferrari, che avete approfondito a scuola e che ci esporrete oggi, vanno al di là di una fredda statistica di morte, ma sono le storie di tre giovani italiani che, insieme ad altri 650mila, fecero una scelta precisa di rifiuto dell’ideologia nazifascista dopo l’8 settembre 1943, data dell’armistizio. La storia degli Internati Militari Italiani (IMI) ebbe inizio proprio in quell’8 settembre, quando i militari dell’esercito italiano allo sbando vennero catturati dall’esercito tedesco e sottoposti, uno per uno, alla richiesta di collaborazione con le forze armate tedesche o, in caso contrario, inviati nei campi di concentramento. La scelta di rifiutare un’adesione disonorevole fu meditata e consapevole, anche di fronte alla vita di sofferenze e miserie che, fin dai primi giorni di prigionia, avevano ben compreso che avrebbero vissuto: destinati come forza lavoro per l’economia del Terzo Reich. Sottoposti ad un trattamento disumano, subirono umiliazioni, fame e le più tremende vessazioni. Decine di migliaia di essi persero la vita nel corso della prigionia. Chi riuscì a sopravvivere rimase segnato per sempre. La posa di queste pietre d’inciampo, dunque, è invitare chiunque passi in questi luoghi a porsi degli interrogativi, a riflettere su quello che è stato e aiutare a non perdere la memoria di questi tre ragazzi che, insieme ai loro compagni di sventura tra il 1943 e il 1945, hanno provato nel fiore della gioventù, fame, percosse, malattie e lavoro in condizione di schiavitù, mettendo a dura prova la propria coscienza con scelte difficilissime, che in troppi non riusciranno mai a raccontare. Per non rendere questa giornata uno sterile rito, i loro nomi non devono restare soltanto incisi sull’ottone, ma continuare a vivere nella voce e nella memoria collettiva. La memoria, per restare viva, ha bisogno di tornare nei luoghi della vita di tutti i giorni.

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